Quali capacità servono oggi ai territori montani per affrontare trasformazioni sempre più accelerate e interdipendenti? Diverse prospettive dialogano in un nuovo libro
Il rapporto con la montagna sta cambiando, anche perché i fenomeni che la attraversano sono sempre più interdipendenti da quelli del contesto urbano: i flussi migratori, il cambiamento climatico, le nuove forme del lavoro e del turismo. Anche gli strumenti con cui ricercatori, amministratori e comunità interpretano queste trasformazioni si stanno evolvendo. Il volume "Il futuro come spazio del possibile. Prospettive trasformative per le aree interne e montane", pubblicato da Pacini Editore, raccoglie riflessioni ed esperienze che interrogano il futuro delle aree interne, sviluppate in diversi contesti italiani

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ne Il suono della montagna, Yasunari Kawabata racconta il momento in cui il protagonista Shingo percepisce un rumore che rompe il silenzio della notte. All’inizio cerca una spiegazione nelle onde del mare, ma poi comprende che ciò che ha sentito appartiene alla montagna, che lo scrittore descrive: "Somigliava al rumore del vento lontano, ma aveva una forza profonda come di rimbombi della terra".
Come Shingo ha poi imparato a riconoscere il suono della montagna, anche noi abbiamo modificato il nostro modo di guardare alle terre alte, oggi attraversate da trasformazioni profonde e da nuovi segnali che chiedono di essere ascoltati.
Per molti anni abbiamo raccontato la montagna soprattutto attraverso le sue fragilità: lo spopolamento, la riduzione dei servizi, l’invecchiamento della popolazione e la marginalità geografica. Questa rappresentazione ha contribuito a riportare le aree interne al centro delle agende politiche, rendendo visibili divari rimasti a lungo ai margini del dibattito nazionale. Nel frattempo, però, ha iniziato a prendere forma un racconto più articolato.
Le Olimpiadi Milano-Cortina hanno proposto un grande evento costruito come rete territoriale tra una metropoli e i sistemi alpini. Anche la produzione culturale restituisce una sensibilità diversa: se negli anni ‘80 film come Il ragazzo di campagna o Il bisbetico domato costruivano parte della loro narrazione sull’opposizione tra città e campagna, opere più recenti come Le otto montagne raccontano relazioni più complesse (abitare multilocale, modi di concepire la natura etc.).
Sono segnali di un rapporto con la montagna che sta cambiando, anche perché i fenomeni che la attraversano sono sempre più interdipendenti da quelli del contesto urbano: i flussi migratori, il cambiamento climatico, le nuove forme del lavoro e del turismo. Anche gli strumenti con cui ricercatori, amministratori e comunità interpretano queste trasformazioni si stanno evolvendo.
Concetti come metromontagna entrano nel linguaggio della pianificazione territoriale, indicando una crescente attenzione verso forme di governance che considerano città e montagna come parti di un unico ecosistema. La lettura delle aree interne fondata sulle condizioni di svantaggio resta necessaria, ma descrive solo una parte delle trasformazioni in corso.
Chi vive e lavora in montagna conosce bene una sensazione che negli ultimi anni si è estesa anche alle città, ossia quella di trovarsi di fronte agli effetti tangibili delle grandi transizioni demografiche, climatiche e tecnologiche, eccetera.: la scuola che fatica a rimanere aperta, il medico che va in pensione e non viene sostituito, la biodiversità sotto pressione da temperature sempre più elevate, nuove persone che scelgono di trasferirsi e altre che continuano a partire.
Nelle terre alte il futuro si manifesta poco alla volta, attraverso segnali che modificano il modo di abitare, lavorare e prendersi cura dei luoghi. Le aree interne rappresentano così un osservatorio privilegiato, rendendo particolarmente visibili trasformazioni che stanno interessando l’intero Paese.
È in questo solco che si colloca Il futuro come spazio del possibile. Prospettive trasformative per le aree interne e montane, volume curato da Andrea Membretti, Alberto Robiati e Francesca Fattorini e pubblicato da Pacini Editore. Il libro mette in dialogo prospettive diverse attorno a una domanda condivisa: quali capacità servono oggi ai territori per affrontare trasformazioni sempre più accelerate e interdipendenti?
I contributi affrontano temi quali le migrazioni verticali, le "comunità futurizzanti", la costruzione partecipata di scenari e le pratiche di rigenerazione territoriale. Accanto ai saggi trovano spazio esperienze sviluppate a Ostana, in Val Saviore, in Valbelluna, in Valle d’Aosta e in altri contesti italiani, che mostrano come il lavoro sul futuro possa tradursi in pratiche concrete di apprendimento collettivo e di costruzione di alleanze.
Da questa prospettiva emerge un’idea di cura che comprende anche le condizioni che permettono ad una comunità di continuare a esistere e progettare il proprio futuro, ovvero la costruzione di relazioni durature tra soggetti diversi e l’attivazione di processi capaci di generare visioni condivise.
Assume rilievo anche la capacità anticipatoria, intesa come competenza collettiva attraverso cui le comunità possono interrogarsi sulle trasformazioni in corso, riconoscere segnali di cambiamento e tradurli in azioni per il presente. Anticipare significa accorgersi per tempo che la progressiva diminuzione dei bambini può mettere a rischio una scuola o chiedersi quali economie potranno sostenere una comunità tra vent’anni. In poche parole, anticipare significa coltivare una diversa relazione con l’incertezza e dotarsi di lenti per guardare al lungo periodo.
Riprendendo Kawabata, il suono della montagna può allora suggerirci una postura: imparare a riconoscere ciò che si sta trasformando, anche quando è ancora difficile dargli un nome, e iniziare a leggere le montagne attraverso categorie capaci di ampliare le possibilità che immaginiamo per il loro futuro.












