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Trento
25 luglio | 15:01

“In Trentino copre 150 chilometri quadrati e rappresenta una riserva d'acqua strategica (ma poco conosciuta)”: ecco lo stato del permafrost in Provincia

Pubblicato un report che fa il punto su oltre 20 anni di studi in alta quota: dai rock glacier ai dati sulle temperature della superficie del suolo, ecco cosa riportano gli esperti

TRENTO. Dalla temperatura del suolo agli spostamenti dei cosiddetti rock glacier, dai dati meteoclimatici agli aspetti legati all'idrogeologia. Sono molti i fattori che un gruppo di esperti della Fem, della Provincia di Trento e delle università di Pavia e Padova hanno analizzato nel realizzare un approfondito report per monitorare l'evoluzione del permafrost in Trentino, facendo il punto su oltre 20 anni di studi in alta quota. Ma procediamo con ordine.

 

Il dato di partenza è che, di fronte al cambiamento climatico, il permafrost rappresenta oggi un contesto sotto osservazione speciale. Le indagini, come detto, si sono concentrate su alcune attività principali, spesso associate tra loro: cinematica dei rock glacier; temperatura della superficie del suolo; temperatura del sottosuolo; chimica e biologia delle acque in relazione al permafrost; idrogeologia dei rock glacier; geofisica; dati meteoclimatici.

 

Innanzitutto è però necessario fornire alcune definizioni: “Il permafrost – si legge nel report – è un'importante componente della criosfera alpina ed è definito come qualsiasi terreno (roccia o materiale detritico) che rimane in condizioni di congelamento per molti anni consecutivi”. La sua presenza interessa molti versanti in roccia e pendii di detrito, ma è difficilmente rilevabile in quanto spesso non si presenta con forme del rilievo direttamente osservabili. “Un terreno in condizioni di permafrost – dicono gli esperti – solitamente contiene ghiaccio in varie forme e aggregazioni ed è soggetto a rapide modificazioni indotte dai cambiamenti climatici. Il riscaldamento atmosferico, infatti, aumenta la temperatura del permafrost, causandone la degradazione e, spesso, la scomparsa”.

 

Il suo ruolo è però molto importante: “Il ghiaccio contenuto nei terreni con permafrost – si legge infatti nel documento – è un'importante ma tuttora poco conosciuta risorsa idrica e la sua presenza contribuisce a rendere più stabili gli ammassi rocciosi e i versanti detritici in alta quota. La degradazione del permafrost comporta la perdita di questa risorsa idrica e l'aumento del rischio di frane e colate detritiche”.

 

La presenza del permafrost sul territorio del Trentino, spiega la Pat, è poi tutt'altro che trascurabile: “Copre 150 chilometri quadrati di superficie stimata in Provincia, posta ad una quota che parti dai 2.400-2.800 metri, in base all'esposizione e alle caratteristiche microclimatiche, e si spinge fino alle vette più alte”. Ci sono poi oltre 700 rock glacier catalogati: imponenti accumuli di detriti congelati, estesi per centinaia di metri, che si muovono lentamente lungo i versanti con velocità tra pochi centimetri ed alcuni metri all'anno. “Il loro monitoraggio – dicono ancora le autorità – è di fondamentale importanza per osservare l'evoluzione della dinamica di queste forme in relazione al variare delle condizioni climatiche e per tenere sotto controllo eventuali accelerazioni che potrebbero creare problematiche di dissesto”.

 

Il permafrost, dunque, è un patrimonio naturale particolarmente esposto alle criticità climatiche, in particolare alle elevate temperature che ne possono accelerare la degradazione e la progressiva scomparsa: “Questo – continua la Provincia – comporta due rilevanti problemi per l'ambiente alpino. La criticità idrica, per il fatto che il ghiaccio contenuto nel permafrost rappresenta una riserva d'acqua strategica ma ancora poco conosciuta. La sua fusione rischia quindi di compromettere la disponibilità delle risorse idriche d'alta quota. E l'instabilità idrogeologica, in quanto il permafrost funge da vero e proprio 'collante' per le pareti rocciose e i versanti in quota. Quando si degrada, aumenta drasticamente il rischio di frane e colate detritiche”.

 

Per quanto riguarda in particolare il tema idrico, spiegano gli esperti nel report: “Attualmente le variazioni stagionali della portata di torrenti in alta quota e di fiumi di fondovalle che hanno relazione con le aree glacializzate sono ancora dominate dal ciclo annuale di fusione dei ghiacciai, i quali a scala globale contengono un volume di ghiaccio circa tre volte maggiore di quello contenuto nel permafrost. Questa situazione cambierà nei prossimi decenni, in quanto i ghiacciai sono destinati a ridursi molto più rapidamente del ghiaccio contenuto nel permafrost. Quest'ultimo diverrà una risorsa idrica progressivamente più importante in futuro”.

 

I processi legati alla degradazione del permafrost, continuano: “Influenzano la qualità fisica, chimica e biologica dell'acqua di fusione che scaturisce dalle aree interessate da questo fenomeno. Queste acque meritano grande attenzione, sia in quanto potenziale risorsa idrica per un futuro privo di ghiacciai e scarso di precipitazioni atmosferiche, sia come rifugio ecologico per una serie di organismi acquatici minacciati dal riscaldamento globale. Tuttavia, la qualità chimica delle acque che si originano nelle aree con permafrost è ancora poco conosciuta e pone delle potenziali criticità per l'utilizzo umano, a causa dell'arricchimento in elementi chimici legati ai processi fisici e chimici che avvengono nel permafrost. È necessario quindi un attento monitoraggio della qualità e della biodiversità delle acque alimentate dalla fusione del permafrost alpino in un contesto di rapida evoluzione come quello attuale”.

 

Dallo studio però, sottolineano dalla Pat, emergono anche elementi positivi: “I monitoraggi hanno ad esempio dimostrato come le sorgenti alimentate da acque derivanti dalla degradazione del permafrost, in particolare quelle poste sulla superficie dei rock glacier che contengono ghiaccio, sono più resilienti nei confronti di situazioni di carenza di precipitazioni (ovviamente lo possono essere finché c'è ghiaccio all'interno del terreno). La prospettiva per i monitoraggi futuri è anche di indagare se le condizioni di permafrost (temperature costantemente sotto zero) permettano al ghiaccio anche di riformarsi, oltre che mantenersi”.

 

Essenziali quindi – conclude la Provincia – lo studio e il monitoraggio di questo importante elemento dell'ambiente montano, che permettono di acquisire informazioni e dati a lungo termine. In Trentino, le attività di monitoraggio del permafrost e dei rock glacier sono coordinate dal Servizio geologico della Provincia autonoma di Trento, in stretta sinergia con il network scientifico composto da Fondazione Edmund Mach (Centro ricerca e innovazione, Gruppo idrobiologia), Università di Pavia (Dipartimento di scienze della terra e dell'ambiente) e Università di Padova (Dipartimento territorio e sistemi agro forestali)”.

 

I ricercatori hanno svolto misurazioni e indagini che si concentrano sui principali gruppi montuosi del Trentino (Adamello-Presanella, Ortles-Cevedale, Dolomiti e Lagorai) unendo tecnologie tradizionali e d'avanguardia; monitoraggio della temperatura del suolo (in superficie e profondità) e delle variabili climatiche, misurazione dei movimenti dei rock glacier e analisi geofisiche, campionamenti della qualità delle acque, assieme a rilievi da remoto tramite droni e telerilevamento satellitare.

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