Dagli anni della “corsa al ghiaccio” dell'Ottocento al pericolo di sparizione di oggi, viaggio tra le ghiacciaie naturali e artificiali del Carso
Nella Selva di Ternova la grotta Paradana custodisce ancora una distesa di ghiaccio sotterranea spessa svariati metri. Un patrimonio naturale fragile, minacciato dal clima che cambia, ma anche testimonianza della pratica dell'estrazione e del commercio del ghiaccio, un antico mestiere ormai scomparso

TRIESTE. Scendere lungo una forra nel terreno per decine di metri nel sottosuolo, sentire la temperatura attorno abbassarsi repentinamente, fino a raggiungere un'enorme sala e trovarsi improvvisamente al cospetto di una vasta distesa di ghiaccio, come un ghiacciaio sotterraneo.
Sembra una scena tratta dal romanzo “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne, e invece è uno dei prodigi possibili in alcune particolari condizioni degli ambienti del Carso. Il luogo in questione è la Selva di Ternova/Trnovski gozd, in Slovenia, un'estesa e selvaggia foresta che si dipana su un altopiano a pochi chilometri dal confine italiano, e che sovrasta la zona di Gorizia/Nova Gorica. La Selva di Ternova custodisce nei suoi anfratti più reconditi alcuni degli esempi più emblematici di ghiacciaie ipogee, questa la definizione corretta.
La storia di questi siti così particolari ci parla di ambiente e dell'evoluzione del clima, un fattore che espone le ghiacciaie sotterranee a criticità che alcuni scienziati che si sono spinti fino a qui, nelle viscere della terra, ritengono sempre più evidenti, e che li portano a temere per la loro integrità nel prossimo futuro. Secondo le interpretazioni di buona parte degli esperti infatti, il cambiamento climatico, condizionato anche dall'attività antropica, potrebbe presto incidere sul destino delle ghiacciaie in modo non diverso da quanto sta già accadendo ai loro “cugini”, i più noti ghiacciai di montagna.
“Tra queste ghiacciaie ipogee della Selva di Ternova, 'jazere' in dialetto locale, ce n'è una che è la più grande e la più nota – racconta a Il Dolomiti Sergio Dolce, naturalista, e già direttore del Museo di Storia Naturale di Trieste -. E' la grotta Paradana, una cavità a oltre mille metri di quota dove all'interno il ghiaccio è ancora presente anche se sempre meno. Alla sala della grotta che contiene la ghiacciaia, che in sloveno è nota come 'Velika Ledena Dvorana', si accede con una discesa molto ripida, saranno cinquanta gradi, per la quale è quindi meglio usare una corda. Dopodiché si arriva su un vero e proprio ghiacciaio ipogeo, uno strato di ghiaccio orizzontale spesso svariati metri. Io stesso alcuni anni fa mi ero calato con apposite attrezzature lungo un pozzo tra il ghiaccio e la parete e ho potuto constatare in quel punto uno spessore di ghiaccio continuo di almeno dieci metri, anche se in altri punto della ghiacciaia lo strato è verosimilmente ancora più spesso. Purtroppo va detto però che, secondo le misurazioni effettuate da specialisti sia sloveni che italiani negli ultimi vent'anni, lo spessore medio del ghiaccio è diminuito di almeno due metri”.
La formazione del ghiaccio perenne all'interno di alcune grotte è resa possibile grazie ad un particolare fenomeno, noto agli scienziati come “trappola del freddo”, rappresentata dalla capacità di un sufficiente accumulo di ghiaccio sul fondo di trattenere il freddo mantenendo stabile la temperatura circostante sugli zero gradi centigradi, escludendo così l'aria più calda che per sua natura si porta verso l'alto, una capacità che tuttavia può variare nel tempo, come spiegato da Paolo Paronuzzi, geoarcheologo, docente e presidente della Società per la preistoria e protostoria del Friuli Venezia Giulia.

“Il ghiaccio presente sul fondo di queste grotte può essere antico di centinaia se non di migliaia di anni – precisa il professore -. Le fasi di contrazione del ghiaccio accadono a seconda dei cicli geologici sui quali incide anche l'attività umana. Contrariamente bisogna considerare che queste zone fredde hanno avuto un periodo di splendore durato circa sei secoli e terminato attorno al 1850. Un periodo noto come 'piccola era glaciale', che ha avuto notevoli conseguenze per lo sviluppo della storia europea”.
I plateau come quello della grotta Paradana custodiscono infatti anche una parte importante della storia umana di tutta questa macro area, di pratiche e mestieri ormai abbandonati a causa del progresso e del mutamento dell'ambiente.
“Il ghiaccio nella storia del Carso degli ultimi due secoli diventa quindi progressivamente uno dei maggiori fattori di economia al di fuori della produzione strettamente legata ad allevamento e agricoltura da parte della popolazione locale – aggiunge Paronuzzi – , mirata alla conservazione dei cibi e prima dell'avvento del frigorifero. Questo perché nel periodo di 'coda' della piccola era glaciale le condizioni ambientali consentivano ancora la formazione di ghiaccio utilizzabile in tal senso. Oggi, sul nostro Carso non sarebbe possibile, come tuttavia non lo era nemmeno in epoche più remote, perché le condizioni climatiche erano diverse a fasi alterne, anche se la necessità di conservare il cibo accompagna l'uomo da sempre. Ed è per questo che anche nelle nostre zone una delle più antiche tecniche di conservazione degli alimenti, nota sin dal Paleolitico, era l'affumicatura, e in epoche successive emerse la lavorazione del sale. Testimonianze importanti di questo tipo di produzione le abbiamo anche in provincia di Trieste, dove nel sito archeologico di Elleri, nel comune di Muggia, sono stati rinvenuti numerosi 'bricchetti', dei contenitori destinati alla conservazione e alla distribuzione del sale riferiti alla media Età del Bronzo. Sale che è stato a lungo impiegato anche per preservare gli alimenti prima dell'inizio di un periodo notevolmente più freddo”.
A partire dall'Ottocento le ghiacciaie nelle grotte della Selva di Ternova furono tra quelle che iniziarono ad essere sfruttate come importante risorsa di ghiaccio, al punto da andare a comporre un mercato in grado di rifornire le industrie e le imprese anche internazionali.
“E' la storia di un vecchio mestiere ormai scomparso – rimarca Sergio Dolce -. Il ghiaccio veniva estratto dalle ghiacciaie ipogee come quelle nella Selva di Ternova, attraverso dei carrelli che lo portavano in superficie. Nel caso della Paradana sono ancora visibili i resti di queste strutture. Da lì i blocchi di ghiaccio venivano trasportati fino a Gorizia e a Trieste, ma, a un certo punto, per fare concorrenza a questo traffico, gli abitanti del Carso triestino iniziarono a predisporre dei depositi per la formazione del ghiaccio nelle alture vicino a Trieste, quindi in punti più prossimi alla città e ciò consentiva una distanza di trasporto minore e conseguentemente prezzi inferiori rispetto al materiale estratto dalle ghiacciaie più a nord. Erano dei complessi nei quali il ghiaccio veniva estratto da alcuni stagni ampi e poco profondi per favorire la formazione del ghiaccio, che veniva poi conservato in una sorta di pozzi cilindrici situati nelle vicinanze che anch'essi presero il nome di 'jazere', appunto le ghiacciaie artificiali. La profondità di questi pozzi scavati nel terreno poteva variare tra i 7 e i 10 metri e venivano protetti con una copertura in paglia o juta, nel caso di quelle più recenti anche con un tetto in tegole. Dobbiamo immaginare – conclude - un mercato in questo senso molto movimentato, caratterizzato da un via vai di 'carri del ghiaccio' attorno a Trieste, alla continua ricerca di approvvigionamento di ghiaccio, paragonabile per certi versi a quella del carburante, ed era un motore economico notevole per l'economia del Carso fino a metà del Novecento, quando perderanno la loro funzione con l'introduzione dei frigoriferi”.

Molte delle ghiacciaie del Carso triestino, dopo il loro abbandono, sono pressoché scomparse a causa dell'incuria o fagocitate dalla vegetazione. Solo in anni recenti tanto sul versante italiano, quanto su quello sloveno del Carso, si è tornati a recuperare la memoria di alcune 'jazere', ristrutturandole e conservandole come un patrimonio culturale del territorio. Uno dei più fulgidi esempi in tal senso è rappresentato dalla ghiacciaia di Kacice, la più grande ghiacciaia dell'intera Slovenia, con un volume di 4 mila metri cubi e in grado di conservare 50 tonnellate di ghiaccio, ottenuto da decine e decine di stagni non distanti dal comune di Erpelle-Cosina, a pochi passi dal confine italiano.
Il ghiaccio conservato a Kacice alimentava un mercato molto ampio e veniva utilizzato anche dalle birrerie della città, tra cui la storica birreria Dreher di Trieste, dai magazzini del porto e dalle attività commerciali che necessitavano di mantenere freschi gli alimenti, e talvolta veniva esportato tramite le navi fino ad Alessandria d'Egitto, con una perdita di appena il 10% e garantendo quindi il massimo dell'efficienza. Quando la ghiacciaia veniva riempita, il momento era celebrato da una ricorrenza tradizionale, il “likoff”, una festa con banchetto e balli che segnava la conclusione della raccolta stagionale.
Le ghiacciaie sono oggi testimoni dell'epoca storica ed economica della “corsa al ghiaccio”, ma anche una delle evidenze più eloquenti del cambiamento climatico. Se da un lato infatti le ghiacciaie artificiali del Carso e la relativa rete di stagni sono scomparse, rimangono dall’altro ancora le grandi ghiacciaie naturali come la Paradana e le altre nel cuore della Selva di Ternova: un particolare equilibrio naturale oggi molto fragile, da studiare e preservare.












