Con il cambiamento climatico stanno scomparendo, ma tra i ghiacciai “sepolti” riescono a sopravvivere: “Così alcune specie resistono sulle Alpi”
I ghiacciai “sepolti”, quelli inframezzati da rocce o ricoperti da detriti, diventano un rifugio per la biodiversità d'alta quota: lo studio del Muse e dell'Università statale di Milano

TRENTO. Di fronte al continuo, e imponente, aumento delle temperature, gli ambienti glaciali alpini sono destinati a ridursi sempre di più – fino a sparire, completamente, al di sotto di determinate quote nei prossimi decenni. Nello sconsolante quadro determinato dal cambiamento climatico però, sull'arco alpino alcuni contesti rappresentano oggi dei veri e propri “rifugi” per la biodiversità d'alta quota, favorendo la sopravvivenza di alcune specie a rischio.
Si tratta delle aree caratterizzate dalla presenza di ghiaccio sepolto, come i ghiacciai di pietra (rock glaciers) – dove si registra la presenza di ghiaccio interstiziale tra le rocce – e i ghiacciai neri (debris-covered glaciers) – ricoperti per gran parte della loro superficie da detrito roccioso. In questi ambienti infatti i detriti stessi fungono da coperta termica, rallentando la fusione del ghiaccio e contribuendo a creare microclimi freddi, favorevoli alla sopravvivenza di alcune specie d'alta quota – tamponando, così, gli effetti dell'aumento delle temperature.
A riportarlo sono gli esperti del Muse e dell'Università statale di Milano, che hanno portato condotto uno studio nell'arco di 13 anni, in 471 punti distribuiti sulle Alpi italiane. Il lavoro è stato ora pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Ecography, e dimostra per la prima volta su scala alpina italiana il ruolo di questi contesti glaciali come rifugi climatici per una parte della biodiversità d'alta quota. L'analisi ha riguardato 209 specie di piante vascolari e artropodi, tra cui coleotteri carabidi e ragni, scelti come organismi sentinella per valutare gli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi montani.
“Secondo i risultati dello studio – scrive il Muse – accanto a specie 'vincitrici' o neutrali, capaci di beneficiare delle nuove condizioni climatiche o di tollerarle, emergono 43 specie 'perdenti', per le quali l'aumento delle temperature rappresenta un fattore sfavorevole e può comprometterne la sopravvivenza”.
Tuttavia, per il 21% di queste specie, la presenza di ghiaccio sepolto “attenua in modo significativo l'effetto negativo del riscaldamento, offrendo condizioni che possono favorirne la persistenza in contesti altrimenti meno adatti. Sono i cosiddetti 'buffered losers': specie sfavorite dall'aumento delle temperature, ma in grado di persistere localmente grazie all'effetto mitigante dei ghiacciai di pietra e dei ghiacciai neri. In questi contesti, infatti, i detriti rocciosi agiscono come una sorta di 'coperta termica', contribuendo a rallentare la fusione del ghiaccio e mantenendo microclimi più freddi e umidi rispetto alle aree circostanti”.
L'effetto mitigazione, continuano gli esperti, risulta particolarmente evidente per i coleotteri carabidi, mentre non è stato riscontrato per i ragni, per i quali il rischio di estinzione legato all'aumento delle temperature resta elevato. “I risultati – dice Barbara Valle, ricercatrice dei dipartimenti di Scienze e Politiche Ambientali e di Bioscienze dell’Università statale di Milano e corresponding author dello studio – mostrano che i ghiacciai di pietra e i ghiacciai neri non sono soltanto forme del paesaggio di interesse geomorfologico o glaciologico, ma sono importanti per la conservazione della biodiversità d'alta quota”.
“Il modello sviluppato in questa ricerca – aggiunge Marco Caccianiga, docente di Botanica del dipartimento di Bioscienze dell'ateneo milanese e autore della pubblicazione – fornisce criteri utili per identificare i rifugi climatici, la cui presenza era stata fino a oggi solo ipotizzata, su scala locale e globale, offrendo uno strumento indispensabile per indirizzare le misure di protezione prima che il riscaldamento globale cancelli definitivamente un patrimonio naturalistico unico”. “Il cambiamento climatico in atto – conclude Mauro Gobbi, ecologo e ricercatore del Muse e autore del lavoro – richiede l’incremento di studi funzionali a comprendere il destino della biodiversità legata agli ambienti freddi, come quelli d’alta quota e glaciali. L’identificazione e la mappatura delle aree di rifugio per questa biodiversità esclusiva sarà la sfida scientifica che vedrà impegnati ecologi, botanici e zoologi nei prossimi anni”.












