"L'acqua del futuro si trova nel Carso", dagli speleologi arriva la proposta per diversificare l'approvvigionamento idrico e salvare le falde
Negli ambienti carsici di tutto il mondo l'acqua si accumula e scorre in vari modi attraverso le grotte e le cavità, una risorsa ancora poco conosciuta che potrebbe assumere un ruolo sempre più importante nell'approvvigionamento idrico del futuro

TRIESTE. In questa stagione estiva del 2026 che ormai volge al termine, si sono più che mai osservati anche in Friuli Venezia Giulia i pesanti effetti causati dalla siccità e da quelle che vengono definite “ondate di calore”, tanto in montagna quanto in pianura. Ghiacciai e nevai in regione sono ormai in via d'estinzione, i laghi di Barcis, Sauris e molti altri hanno fatto registrare un abbassamento del livello dell'acqua preoccupante, fiumi come l'Isonzo o il Tagliamento hanno raggiunto una soglia relativa alla portata vicina ai minimi storici e prolungata per mesi, parallelamente alla diminuzione diffusa delle falde acquifere, come ben testimoniano le recenti ordinanze di molti comuni isontini e friulani che hanno richiamato la cittadinanza ad un utilizzo oculato dell'acqua, soprattutto per le irrigazioni non essenziali.
Nefaste conseguenze di un clima sempre più caldo e asciutto che rischiano anche di ripercuotersi sull'economia del territorio nei prossimi anni. In questo contesto si inserisce una riflessione avanzata dalla Società Adriatica di Speleologia (Sas), un gruppo di speleologi di Trieste che da molti anni studia ed esplora le cavità ipogee e sposta il focus su quella “terra di mezzo” tra la pianura e la montagna rappresentata dall'altopiano carsico, che nella nostra regione interessa con particolare preponderanza le province di Gorizia e appunto Trieste.
Negli ambienti del Carso l'acqua non si manifesta in superficie, bensì nel sottosuolo, date le rinomate caratteristiche di permeabilità della roccia calcarea, e il suo accumulo può avvenire in vari modi, la cui comprensione potrebbe rappresentare una vera e propria ancora di salvezza per le generazioni future.

“Dobbiamo iniziare a renderci conto che l'acqua del futuro si trova in Carso – spiega a Il Dolomiti Paolo Guglia, speleologo ed esperto della Sas -, e questo vale a livello mondiale. E' un discorso proiettato a chi verrà dopo di noi, perché secondo i nostri studi, anche se le falde della Bassa Friulana sono attualmente in grado di sopperire alle necessità idriche anche di Trieste senza troppe difficoltà, la vulnerabilità delle falde acquifere unita alla tendenza riscontrata perfino a livello europeo, dimostrano che in futuro probabilmente non sarà più così".
Il problema principale che ruota attorno alle falde è "certamente l'inquinamento, che quando si presenta convoglia in queste riserve d'acqua vari tipi di agenti contaminanti dalla superficie, compromettendo, spesso irrimediabilmente, la falda stessa – conclude Guglia -. Questo è solo uno dei problemi per i quali oggi c'è una rinnovata attenzione internazionale volta a riscoprire l'acqua carsica, che ha delle caratteristiche completamente diverse. E' un acqua più 'veloce' e dinamica, dettata da un carico che può riversarsi sottoterra mediante un fiume, come nel caso del torrente sotterraneo Timavo che scorre nel nostro Carso, oppure attraverso l'infiltrazione dell'acqua piovana e altro ancora, il tutto con la concentrazione di flussi più o meno variabili. Nel Carso però non ci sono di norma corsi d'acqua superficiali, e rispetto alle falde l'acqua di grotta anche in caso di riversamenti inquinanti ha un ricambio estremamente rapido ed efficace. Nel caso del Carso triestino, le infrastrutture per estrarre acqua dal Timavo esistono già e l'operazione sarebbe a impatto zero, ma solo in piccola parte assolvono al rifornimento della città, perché la maggior parte dell'acqua viene presa dalle falde più distanti, nella pianura, per il futuro l'auspicio sarebbe di invertire la tendenza e favorire l'approvvigionamento dalle foci del Timavo”.
"Tutto ciò che si trova o viene abbandonato in superficie prima o poi è destinato a decadere in profondità”, è questo il monito che gli speleologi triestini ripetono come un mantra, anche al fine di responsabilizzare le persone, perché diversificare l'approvvigionamento idrico contribuisce alla preservazione delle falde acquifere.

Ed ecco che, assieme agli esperti e all'Università di Trieste, sono in corso una serie di studi e di analisi finalizzati alla valutazione di un utilizzo delle acque carsiche, che complessivamente potrebbero rappresentare una risorsa non solo per il Carso stesso, storicamente avaro di acqua in superficie, ma per tutto il pianeta.
Proprio per la storia inoltre di Trieste, sembra quasi un cerchio che si chiude, perché sin dall'Ottocento la disciplina speleologica nasce pionieristicamente in questa zona proprio sulla spinta di esploratori e scienziati che hanno iniziato a muovere i primi passi nei meandri del Carso alla ricerca di nuove fonti d'acqua, poi sempre maggiormente documentata, come figura nelle foto affiancate e concesse dalla Società Adriatica di Speleologia.
“L'acqua del Timavo è inoltre meno esposta all'evaporazione dovuta alla siccità – aggiunge Marco Restaino, presidente della Sas -, perché per gran parte scorre in ambiente ipogeo, a temperatura costante e protetta dalla radiazione solare, e subisce anche meno dispersione nel terreno di un fiume di superficie. Per quanto riguarda invece la città di Trieste, anche nel sottosuolo cittadino scorre molta acqua, anche nei canali artificiali. Sotto la città passa il vecchio acquedotto austriaco installato nel Settecento e ormai dismesso. Ma interi metri cubi d'acqua continuano a scorrere lungo l'antico acquedotto sotto i nostri piedi ogni giorno, e attualmente tutta quell'acqua risulta sprecata. Certamente un riutilizzo di quell'acqua non risolverebbe i problemi di Trieste tout court, ma darebbe un grande messaggio contro gli sprechi e potrebbe contribuire sensibilmente all'irrigazione dei giardini o dei parchi pubblici”.

In questo mese di settembre intercorre per la prima volta nella la giornata internazionale delle grotte e del carsismo, attesa per il 13, e da Trieste giunge quindi un appello di ampio respiro, che invita alla riflessione sull'importanza data anche dal massimizzare la diversificazione dell'approvvigionamento idrico, quale risorsa per il mantenimento e la maggiore preservazione dell'acqua dolce del pianeta, oggi sempre più preziosa.


















