Acquacoltura, come la siccità ha messo in crisi gli allevamenti di trote. L'Associazione pescatori: “Preoccupante la conflittualità con le irrigazioni”
Acqua sempre più calda nelle vasche e in quantità sempre inferiore, sono solo alcuni dei problemi che affliggono un settore di grande tradizione in Friuli Venezia Giulia. L'appello dell'Api, inoltre, auspica maggiori controlli per arginare i prelievi d'acqua abusivi

UDINE. E' un bilancio di fine estate preoccupante quello diffuso in queste ore dall'Associazione italiana pescatori (Api), in merito alla siccità estrema degli ultimi mesi che ha pesato, oltre che sul comparto agricolo e forestale, anche negli allevamenti di pesce d'acqua dolce in Friuli Venezia Giulia: un settore, questo, che nella regione non rappresenta solo un fiore all'occhiello di una produzione di qualità riconosciuta su scala nazionale ed oltre proveniente direttamente dal territorio, ma un vero e proprio tratto distintivo della storia del Friuli.
In questo senso sono diversi i paesi o i borghi situati ai piedi delle montagne e nella pianura nei quali le colture, soprattutto di trote, hanno per tradizione rappresentato buona parte del loro sostentamento.
Una tradizione che tuttavia si trova ormai da anni a fare i conti con un caldo mediamente sempre più intenso, che riduce la disponibilità dell'acqua e, tra le varie conseguenze, rischia di compromettere la vita e la qualità del pesce tanto nei grandi fiumi quanto negli allevamenti.
“Dal Friuli fino a pochi anni fa si produceva un terzo delle trote di tutta Italia – racconta per Il Dolomiti Andrea Fabris, direttore dell'Api -, per la ricchezza e la buona ossigenazione dell'acqua che sgorga dalle risorgive della zona morenica dalla quale poi si elevano le montagne, pertanto si manteneva costantemente su una temperatura compresa tra i 12 e i 13 gradi, perfetta per animali come le trote. Queste erano caratteristiche che contraddistinguevano le nostre zone, e gli allevamenti erano nati in funzione di queste risorgive, vedasi ad esempio quelli lungo il fiume Stella, dal quale sorgono delle vasche lunghe e strette che simulano il comportamento di un corso d'acqua assicurando anche un certo ricambio, garantendo così una qualità della trota eccellente. Dagli ultimi anni però la situazione è molto cambiata, perché ci sono temperature molto alte, abbiamo avuto segnalazioni da alcuni allevamenti di temperature nell'acqua nelle vasche di 19 gradi, talvolta di 21, e per la trota comincia a diventare critico, infatti nelle ultime stagioni si sono viste diffuse morie di pesci”.
Oltre al riscaldamento medio delle acque, inoltre, l'acquacoltura si trova a fare i conti con una disponibilità dell'acqua stessa inferiore, e ciò ha portato gli allevatori a dover ridurre sensibilmente la produzione di pesce.
“L'acqua è calata ovunque – prosegue Fabris -, è un effetto che è partito dalle montagne, dove ci sono state meno precipitazioni, anche nevose, accanto allo stato di deperimento dei ghiacciai, e scende per riverberarsi in pianura e fino alla laguna costiera, dove anche lì il mancato connubio equilibrato dato dall'incontro tra l'acqua del mare e quella dolce minaccia quel particolare ecosistema. In questo contesto si sono registrate delle conflittualità, perché l'acqua è preziosa e viene contesa con l'attività irrigua. Abbiamo interpellato dei sindaci che ci hanno riferito di voler dare priorità all'acqua 'per l'uomo', rispetto che alle trote, ed è una situazione nuova per noi. Il problema in tal senso è che la trota ha bisogno di un flusso d'acqua costante per l'ossigenazione, non funziona come per le carpe che se la cavano anche in uno stagno. Ecco quindi che le aziende sono diventate resilienti, già in primavera vedono i segnali climatici e si muovono per tempo, prima che il grande caldo imperversi: abbassano le scorte presenti, vendono le trote prima possibile, ed ecco perché sui mercati troviamo trote d'allevamento sempre più piccole, e con la poca acqua disponibile cercano di mantenere al meglio per il resto della stagione le poche trote che rimangono”.
Ad aggravare la conflittualità sull'acqua in alcune aree della regione, come evidenziato anche dall'Associazione pescatori, nelle quali non è presente un consorzio di irrigazione che stabilisce le forniture, si registra il prelievo abusivo di acqua per gli scopi più vari. L'auspicio per il futuro degli allevatori di pesce friulani è quindi legato a un intervento della regione che garantisca maggiori controlli, riuscendo il più possibile a favorire un utilizzo razionale dell'acqua cercando di accontentare tutto il comparto produttivo e alimentare del territorio.
“La situazione è ormai diventata cronica – conclude il direttore dell'Api -, persone e imprese hanno dovuto imparare per larga parte ad arrangiarsi, ma è necessario aprire un tavolo di confronto serio tra le istituzioni e i principali stakeholders se vogliamo evitare un declino irreversibile di questo settore. Qualche cenno in questo senso c'è stato ma la maggior parte delle risposte sono ancora in attesa di essere discusse”.














