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| 01 luglio | 06:00

Caldo e siccità: “Il clima del Nord è sempre più simile a quello del Sud. Per affrontare le crisi idriche del futuro ragionare anche su nuove grandi dighe”

L'analisi a 360 gradi di Giacomo Bertoldi - idrologo di Eurac Research - su cambiamento climatico e crisi idriche: "Dalla governance alla ricerca, dalla raccolta di dati alla comunicazione tra enti: tante le priorità da mettere in campo. Ma bisogna ragionare seriamente anche sul tema infrastrutturale"

TRENTO. Sul fronte della disponibilità di risorsa idrica – e su tutto quello che ne consegue a livello politico e gestionale – il 2022 ha rappresentato per molti versi un punto di svolta, mettendo chiaramente in luce quali siano i possibili problemi che, in fase di crisi climatica, i territori si trovano a dover affrontare tanto in montagna quanto in pianura. Nel Nord-Est per esempio, le differenti priorità di Trentino e Alto Adige e Veneto – le prime legate in particolare alla produzione di energia idroelettrica, le seconde alle necessità irrigue – sono emerse con forza in quell'anno, dando il via a un lungo scontro politico (la cosiddetta “guerra dell'acqua”) legato alla richiesta di aumentare i deflussi dagli invasi idrici di montagna per sostenere il mondo dell'agricoltura in pianura.

 

In altre parole: con la coperta resa corta dalla scarsa disponibilità di acqua, ogni territorio ha cercato di tirarla dalla propria parte, dando il via a un braccio di ferro tra interessi contrapposti. Il problema è che il 2022 difficilmente resterà un caso isolato, visto che gli effetti del cambiamento climatico pesano anche sul fronte della disponibilità idrica. Del resto, già in questa stagione, pur in una situazione di partenza non ancora critica fino a quel punto, negli scorsi giorni sia Lombardia che Veneto hanno evocato lo spettro dell'annus horribilis, con le autorità venete che sono arrivate a chiedere a Trento e Bolzano (e non solo) di “aumentare al massimo possibile” gli apporti dei bacini – mentre anche nelle Province autonome sono arrivati i primi segnali di sofferenza per quanto riguarda la carenza d'acqua.

 

Guardando al futuro, quindi, quali sono i primi passi per una gestione a lungo termine della questione? Il Dolomiti lo ha chiesto a Giacomo Bertoldi, idrologo di Eurac Research, che attraverso un'analisi a 360 gradi del problema ha toccato anche il tema delle strategie infrastrutturali – compresa la possibile realizzazione di nuove grandi opere di accumulo idrico – insieme a quello di una gestione più efficiente delle risorse esistenti. Ma procediamo con ordine.

 

“Di fronte all'aumento delle temperature – spiega l'esperto – vediamo un impatto duplice per quanto riguarda le risorse idriche: le precipitazioni nevose sono in diminuzione e, anche in presenza di nevicate abbondanti, le riserve nivali fondono molto prima e molto più velocemente. Allo stesso tempo, le sempre più frequenti e più intense ondate di caldo aumentano l'evapotraspirazione dal suolo, aumentando il fabbisogno irriguo nella stagione estiva”. In un recente report, la Fondazione Cima – un ente di ricerca che si occupa dello studio, della previsione e della prevenzione dei rischi legati ai cambiamenti climatici – ha analizzato proprio la relazione tra alte temperature e siccità, con un confronto relativo alla “grande siccità al Nord del 2022.

 

Emblematico, in questo senso, è quanto accaduto per esempio nel bacino del Po dove, si legge nel report, quest'anno la situazione idrica nivale era finalmente tornata in media rispetto al periodo storico – dopo tre anni di scarsità – grazie a un inverno generoso di nevicate. A causa del grande caldo però, le riserve hanno subito una fusione molto più accelerata del solito, precipitando a condizioni solo lievemente migliori dell'inizio di maggio 2022. Questo non significa che la risorsa idrica nivale accumulata lo scorso inverno sia andata persa, ma è comunque defluita nel Po prima del solito – e dal Grande Fiume, poi, nel mare. Proprio questo è uno dei problemi maggiori legati alla crisi climatica: la fusione sempre più precoce degli accumuli nevosi (che in molti casi, tra l'altro, risultano più scarsi di un tempo) fa venir meno quelle riserve che, fondendo gradualmente, alimentano i corsi d'acqua e fa sì che i territori possano fare affidamento solo sulle piogge per ricaricare bacini, fiumi e torrenti. E se la pioggia non arriva, le carenze sono inevitabili.

 

La domanda, a questo punto, è come prepararsi per un futuro che – visto e considerato il trend in continuo aumento delle temperature – rischia di essere caratterizzato progressivamente sempre di più da questo genere di problematiche. In un dettagliato documento prodotto lo scorso anno da Eurac per la Provincia di Bolzano, lo stesso Bertoldi aveva individuato una serie di elementi chiave, suddivisi in alcuni macro-ambiti: dalla governance per una maggiore cooperazione tra territori a una gestione più efficiente delle risorse idriche, attraverso un uso più sostenibile dell'acqua. “Nel concreto – spiega l'esperto – è necessario agire su una molteplicità di livelli. Il primo è legato al monitoraggio delle risorse idriche presenti sul territorio in un dato momento, un elemento fondamentale per approntare una gestione anticipata di eventuali emergenze”.

 

La stessa Cima, in questo senso, porta avanti un importante lavoro nella stima dello Snow water equivalent – un dato legato alla quantità di risorsa idrica immagazzinata sotto forma di neve – a livello nazionale: sulla base di eventuali deficit in questo contesto, spiega Bertoldi, è possibile per esempio gestire le risorse presenti nei bacini sul territorio in maniera ottimale.

 

“Allo stesso modo – continua – è però necessario anche lavorare su un maggior coordinamento e un miglior scambio di informazioni tra gli enti che gestiscono questi aspetti. E questa è una sfida da affrontare a livello locale: pensiamo per esempio al coordinamento tra le Province autonome di Trento e Bolzano e la Regione Veneto. Da questo punto di vista l'Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici sta diventando uno strumento sempre più importante, ma servono regole strutturate e condivise per affrontare la situazione. In altre parole, non possiamo continuare a trattare ogni emergenza come un paradigma a sé stante: è necessario instaurare un processo gestionale di lungo corso”.

 

A tutto questo, spiega l'esperto, va poi aggiunta una maggior attenzione sulla riduzione degli sprechi – in particolare in agricoltura – e all'ambito della ricerca: “Raramente ci poniamo questioni fondamentali legate all'effettivo impatto delle modificazioni del clima sulla situazione delle risorse idriche. Aumentando i rilasci verso la pianura, per esempio, qual è il rapporto costi benefici? Con un clima più caldo l'impatto maggiore è legato alla minor presenza di neve o alle maggiori temperature in estate? In tutto questo che ruolo potrebbero giocare temporali e perturbazioni sempre più intense? Si tratta di questioni centrali che vanno affrontate direttamente dal mondo della ricerca”.

 

Ma, di fronte alla rapidità con cui il clima sta cambiando, una gestione più oculata delle risorse esistenti potrebbe non bastare. Secondo Bertoldi, infatti, sarà necessario aprire anche una riflessione sul piano infrastrutturale – per la creazione, in altre parole, di nuovi bacini.

 

“Innanzitutto – dice – si potrebbe lavorare alla realizzazione di piccoli bacini irrigui, micro-strutture che raccolgano l'acqua di fusione. In definitiva però, vista la rapidità del cambiamento climatico che stiamo osservando, bisognerà anche ragionare su nuove grandi opere: le grandi dighe in Italia non si costruiscono più da decenni e, da allora, oltre al clima, sono cambiate le esigenze della popolazione. E visti i lunghi tempi di realizzazione necessari, il momento di ragionarci seriamente è ora. Il tutto, naturalmente, con tutte le valutazioni di impatto ambientale del caso: il problema è che è difficile immaginare di gestire la situazione solamente attraverso un maggior risparmio e una maggior efficienza. Il clima nel Nord del Paese sta diventando sempre più simile a quello del Sud, dove esistono tanti grandi bacini il cui scopo principale è legato all'irrigazione e agli usi idropotabili. L'ambito di produzione idroelettrica è normalmente secondario: questo rapporto di priorità oggi è invertito al Nord, ma non è detto che questa situazione possa reggere ancora a lungo”.

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