Contenuto sponsorizzato
| 04 giugno | 17:29

"L'inverno 25/26? Uno dei meno nevosi negli ultimi decenni sulle Alpi tra Germania, Austria e Svizzera". L'analisi: “Temperature sopra la media e pochissime precipitazioni”

Il report - "Clima nelle Alpi" - è stato realizzato dagli esperti del Servizio meteorologico tedesco (Dwd), GeoSphere Austria e dell'Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera e prende in considerazione il semestre novembre-aprile nei territori alpini dei tre Paesi di riferimento. Ecco i risultati

INNSBRUCK. La stagione invernale 2025-2026 è stata particolarmente secca e mite in tutta la zona alpina, con una quantità di neve caduta molto inferiore rispetto alla media climatica del periodo 1991-2020. A riportarlo, tracciando un bilancio del semestre novembre-aprile, sono gli esperti del Servizio meteorologico tedesco (Dwd), GeoSphere Austria e dell'Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera nella nuova edizione di “Clima nelle Alpi” - pubblicazione nella quale si fornisce uno spaccato dell'evoluzione climatica in particolare nelle Alpi centrali e orientali.

 

In sintesi, la stagione invernale 2025-2026 “ha presentato molte analogie con lo stesso periodo del 2024/2025. Nelle Alpi centrali e orientali, le precipitazioni e le nevicate sono risultate scarse. Nel complesso, il soleggiamento è risultato generoso soprattutto in montagna, e le temperature superiori alla media”. La regione alpina, si legge nell'introduzione al report: “E' colpita più di altre regioni o aree naturali dalle conseguenze delle emissioni di gas a effetto serra di origine antropica”. E gli effetti sono chiaramente visibili: “La neve è sempre più scarsa, i ghiacciai perdono rapidamente la massa e in estate le temperature elevate rappresentano un problema sempre più grande, anche alle quote più alte. Questi cambiamenti non si fermano ai confini nazionali e riguardano in egual misura l'intera regione alpina. È quindi ancora più importante disporre di informazioni transfrontaliere sull'evoluzione climatologica nella regione alpina”.

Nel dettaglio, nell'area alpina dei tre Paesi di riferimento: “Nel mese di novembre la temperatura dell'aria è stata molto vicina alla media climatica del periodo di riferimento (1991-2020) sia a basse quote sia in montagna. Tuttavia, il soleggiamento è stato nettamente superiore a quello che ci si aspetterebbe in novembre a tutte le altitudini. A sud della cresta principale delle Alpi le precipitazioni sono state inferiori alla media pluriennale solo di circa un terzo. A nord, il deficit pluviometrico è stato di circa il -10%, ma in alcune come nel Vallese o nei Grigioni, le precipitazioni sono state nettamente inferiori alla media (in alcuni casi -60%). Sul margine settentrionale delle Alpi occidentali, dal Lago di Ginevra al Lago di Costanza, le precipitazioni sono state invece più abbondanti, con anomalie comprese tra +10 e +50%. Nella seconda metà del mese c’è stata una nevicata degna di nota, ma solo a livello regionale”.

 

Dicembre è stato nuovamente poco piovoso, con abbondante soleggiamento dopo la prima settimana fino alla fine del mese – ad eccezione delle zone di fondovalle più basse. Di conseguenza, si è instaurata una situazione di inversione termica che ha determinato temperature relativamente elevate nelle regioni alpine, mentre nelle valli e nelle conche il tempo è rimasto nuvoloso e relativamente freddo. In combinazione con le temperature molto elevate, l’altezza della neve è diminuita notevolmente in tutta l’area alpina dei paesi Dach (Germania, Austria, Svizzera). L’altezza media complessiva della neve ha raggiunto solo il 50% dei valori medi a nord della cresta principale delle Alpi e solo il 40% a sud di essa.

 

“In gennaio – continuano gli esperti – mentre nell’Europa meridionale, dal Portogallo alla Grecia, un’intensa attività ciclonica ha portato abbondanti precipitazioni, la regione alpina è rimasta in gran parte esclusa da tali fenomeni. Pertanto, nonostante le temperature leggermente inferiori alla media registrate in gennaio, il manto nevoso si è accumulato solo molto lentamente e l’altezza complessiva della neve su entrambi i versanti alpini è rimasta inferiore di circa il 50% rispetto alla media pluriennale”.

 

La fase relativamente fredda di gennaio non è poi riuscita a protrarsi nel mese di febbraio, che si è quindi rivelato nettamente più caldo della media di riferimento 1991-2020: “Tuttavia – si legge nel report – grazie alle masse d’aria mite provenienti dall’Atlantico e dal Mediterraneo, le precipitazioni hanno nuovamente interessato in misura maggiore l’area alpina, rendendo febbraio l’unico mese della stagione invernale ricco di precipitazioni. L’altezza della neve ha quindi raggiunto valori nettamente superiori rispetto a gennaio, ma le nevicate di febbraio hanno compensato i deficit dei mesi precedenti solo a livello regionale e per un breve periodo. Con una variazione del -15%, per la prima volta dell’inverno è stato registrato un mese deficitario in termini di soleggiamento”.

 

Anche in questo caso però, il trend di precipitazioni di febbraio non è proseguito nel mese di marzo: “Nella regione alpina della Svizzera, le precipitazioni si sono attestate intorno alla media pluriennale. Più a est, invece, è stato nuovamente registrato un deficit pluviometrico. Le condizioni climatiche relativamente miti sono proseguite fino alla metà del mese. Con un cambiamento delle condizioni meteorologiche nella seconda metà di marzo, masse d'aria fredda provenienti da nord hanno raggiunto la regione alpina, interessando in particolare le Alpi occidentali. Anche in Ticino si è verificata una breve ondata di freddo con nevicate abbondanti. Nelle Alpi orientali a sud della cresta principale delle Alpi non è stato invece registrato un calo significativo delle temperature. Il mese di aprile è stato caratterizzato da poche precipitazioni e da un abbondante soleggiamento. Per molte regioni, dalle Alpi centrali alla cresta principale orientale delle Alpi, si è trattato di uno dei mesi di aprile più asciutti dall'inizio delle misurazioni”.

 

La domanda sorge quindi spontanea: a causare lo scarso innevamento della stagione 2025-2026 sono state le temperature miti o semplicemente la mancanza di precipitazioni?

 

L'inverno 25/26 – continuano gli esperti – è stato sì più mite del normale, ma la scarsità di neve in alta montagna è stata causata soprattutto dalla mancanza di precipitazioni. Nel complesso, lo scorso semestre invernale ha presentato un numero sorprendente di analogie con lo stesso periodo del 2024/2025. Le altezze medie del manto nevoso nella regione alpina Dach figurano tra le più basse dal 1991, occupando il quinto posto nelle zone di alta quota (sopra i 1500 metri) e il quarto posto nelle zone di bassa quota (sotto i 1500 metri). Il semestre invernale è stato caratterizzato da una combinazione di temperature superiori alla media e marcata siccità. Con +1,1 gradi centigradi rispetto alla media 1991-2020, la tendenza al riscaldamento è proseguita, sebbene le temperature siano state leggermente inferiori rispetto al semestre invernale precedente (+1,6 gradi). Inoltre, si sono verificate ripetutamente fasi con temperature normali o addirittura leggermente inferiori alla media (ad esempio a gennaio), per cui la temperatura da sola non spiega sufficientemente lo scarso innevamento”.

 

Come detto, il fattore determinante è stato piuttosto la mancanza di precipitazioni: “Nelle Alpi settentrionali si è trattato del secondo inverno più asciutto dal 1991, mentre nelle Alpi meridionali addirittura del primo. Il deficit è stato particolarmente marcato da dicembre a inizio febbraio (spesso intorno al −70%). In questa fase centrale dell’inverno sono mancate quasi del tutto le nevicate abbondanti. A partire dal 10 febbraio la siccità prevalente è terminata e fino al 24 febbraio sono cadute precipitazioni tali da determinare un bilancio mensile positivo in quasi tutte le regioni alpine dell’area Dach. Nel Vallese, nei Grigioni, nel Tirolo Orientale e dalle Alpi della Lechtal alle Alpi del Chiemgau le precipitazioni sono state particolarmente abbondanti, con anomalie comprese tra il 75 e il 150%. Di conseguenza, in queste regioni il manto nevoso ha raggiunto temporaneamente valori superiori alla media, accompagnati da un pericolo di valanghe da elevato a molto elevato. Le nevicate non sono state tuttavia sufficienti a compensare il deficit accumulato in precedenza. Ad aprile, nelle zone di alta montagna possono ancora cadere abbondanti nevicate. La media pluriennale indica infatti che nelle regioni di alta montagna, a circa 2500 metri, il mese di aprile registra spesso il massimo accumulo nevoso complessivo. Non è stato così quest’anno: a causa delle precipitazioni complessivamente scarse, fatta eccezione per l’inizio del mese, non si è registrato alcun aumento significativo dell’accumulo di neve fresca. Di conseguenza, il manto nevoso è rimasto complessivamente ben al di sotto della media e tra i più bassi dall’inizio della serie storica”.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Montagna
| 04 giugno | 18:37
La chiamata d'emergenza è arrivata nel pomeriggio di oggi (4 giugno) nella zona di Cortina d'Ampezzo: i due escursionisti erano saliti sulla [...]
Cronaca
| 04 giugno | 18:39
Le zanzare si combattono con altre zanzare, al via il progetto pilota del comune per contenere la proliferazione degli insetti: non prevede [...]
Cronaca
| 04 giugno | 18:28
Il grave episodio è avvenuto a Pergine il 30 maggio scorso. Un uomo è stato ferito con un'accetta e sono stati danneggiati anche alcuni [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato