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| 14 marzo | 12:23

Neve in quota, il punto sulla stagione: “Picco raggiunto e fusione anticipata sulle Alpi. Bacino dell'Adige sotto media: -26%”

Il punto degli esperti della Fondazione Cima nel consueto report sulla presenza di neve in quota: “La stagione ha cambiato ritmo, entrando nella fase successiva a quello che chiamiamo il 'picco dell'accumulo nivale': il periodo in cui l'accumulo lascia spazio alla fusione”

TRENTO. “La domanda ora non è più solo quanta neve cadrà, ma quanto velocemente quella già presente si trasformerà in acqua: è in questa fase che si definisce l'impatto reale della neve sulla disponibilità idrica primaverile ed estiva”. Sono queste le parole degli esperti della Fondazione Cima nel presentare i dati dell'ultimo report sulla presenza di neve in quota in Italia, dove il attualmente il deficit di equivalente idrico nivale – lo “Snow water equivalent”, cioè la quantità di acqua immagazzinata nel manto nevoso – è pari al 22%.

 

Marzo – scrivono gli esperti – è arrivato portando con sé aria più mite e cieli più sereni. Per la risorsa idrica nivale questo è un momento di transizione: la neve accumulata durante l'inverno inizia progressivamente a fondere, alimentando fiumi, laghi ed ecosistemi a valle. A scala nazionale, dopo il forte miglioramento osservato tra gennaio e febbraio, l'Italia si affaccia a questa nuova fase ancora con un leggero deficit di equivalente idrico nivale, pari a -22%. La stagione ha quindi cambiato ritmo, entrando nella fase successiva a quello che chiamiamo il 'picco dell'accumulo nivale': il periodo in cui l'accumulo lascia spazio alla fusione”.

 

Osservando l'andamento stagionale, sottolineano dalla Fondazione, la dinamica ricorda quasi una montagna russa: “Dopo la crescita progressiva del manto nevoso fino a metà febbraio, la curva ha raggiunto il suo picco, più o meno nei tempi attesi dalla climatologia, e ha poi iniziato a scendere. La fusione sta procedendo rapidamente”.

 

E per quanto riguarda in particolare l'arco alpino, il processo è anticipato a causa delle relativamente alte temperature registrate a febbraio: “Il comportamento – si legge nel report – è evidente osservando l'arco alpino italiano nel suo insieme. Nel corso di febbraio l'accumulo ha persino superato la media stagionale, ma il picco è stato ormai superato e la discesa è iniziata con anticipo rispetto alla climatologia. La fase di fusione sembra anticipata di circa un mese rispetto al comportamento tipico osservato nel periodo storico. Nel complesso, le Alpi italiane si trovano ora attorno a -12% rispetto alla media stagionale. Questo passaggio dall'accumulo alla fusione è un momento naturale del ciclo della neve, ma quest'anno appare più rapido del normale, come già capitato spesso negli ultimi anni”.

 

Una dinamica ancora più marcata lungo la dorsale appenninica: “Qui il picco stagionale – dicono gli esperti – è stato raggiunto all'inizio di febbraio, come spesso accade, e la fase di fusione è iniziata già da diverse settimane. Dopo essere rimasti per buona parte dell'inverno all'interno della 'normale' variabilità stagionale, gli Appennini mostrano ora un deficit molto marcato, pari a -73%. La discesa della 'montagna russa nivale' è iniziata prima e si sta rilevando più rapida”.

 

La causa principale di questa accelerazione, come accennato in precedenza, è legata alle condizioni meteorologiche di febbraio: “Il mese – spiegano da Cima – è stato significativamente più caldo della media su tutto il territorio italiano. Anche se, nel complesso del trimestre dicembre-febbraio, le temperature in montagna sono risultate leggermente sotto media, è sufficiente un singolo mese molto caldo per innescare una fusione anticipata del manto nevoso. A questo si aggiunge un altro fattore: in alcune aree alpine le precipitazioni sono state scarse. In particolare, nel Triveneto il trimestre invernale ha registrato deficit di precipitazione che arrivano fino al -60%, riducendo ulteriormente la quantità di neve disponibile”.

 

Il risultato è una combinazione ben nota per chi studia la neve: meno nevicate e temperature più elevate, condizioni che favoriscono una fusione anticipata e riportano rapidamente il sistema in deficit.

 

E tra i bacini italiani più monitorati su questo fronte c'è quello dell'Adige, che sta facendo segnare in questa fase un deficit di circa il 26%. “Anche qui – dicono i ricercatori – il picco stagionale sembra essere stato raggiunto e la fusione è ormai iniziata, con condizioni molto simili a quelle osservate nello stesso periodo della stagione precedente. Una dinamica comparabile emerge nel bacino del Tevere, dove la fusione è iniziata già all'inizio di febbraio. In questo caso la velocità della discesa è simile a quella degli anni passati, ma il punto di partenza è diverso: l'inverno è arrivato a febbraio con circa metà della neve a cui eravamo abituati”.

 

Il quadro più positivo resta quello del bacino del Po, dove il picco sembra essere stato raggiunto ma le condizioni rimangono in linea con la media stagionale (-2%). Rispetto allo scorso anno infatti, il Nord-Ovest ha vissuto un inverno più simile a quello che storicamente caratterizzava la regione, almeno alle alte quote.

 

“I mesi primaverili – conclude Francesco Avanzi, ricercatore esperto di idrologia nivale di Fondazione Cima – costituiscono sempre una fase delicata per la risorsa nivale. La neve inizia a fondere, partendo dalle quote più basse, e si 'ritira' progressivamente verso l’alta montagna. È un processo naturale, ma quando la fusione inizia troppo presto può ridurre la quantità di acqua che rimarrà disponibile nei mesi più caldi”.

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