Un giovane accusato di violenza sessuale per un tema in classe, uno indagato per degli acquisti su Temu. Col protocollo Gerosa la scuola non fa filtro e va dritta in procura
Il protocollo è già stato criticato da psicologi e avvocati. Canestrini: "Il documento, sotto la voce 'non dovrà', vieta al dirigente di informare la famiglia, di sentire lo studente, di verificare i fatti, di svolgere qualsiasi accertamento interno. La scuola non valuta più: trasmette. Diventa, testualmente, una cinghia di trasmissione verso l'autorità giudiziaria”. Due casi incredibili che sono successi in Trentino con due giovani poi totalmente assolti: ''Entrambi travolti da un processo che segna, comunque vada''

TRENTO. Un protocollo che rischia di trasformare ogni errore adolescenziale in un fascicolo giudiziario. Stiamo parlando del protocollo d’intesa per le “Linee guida sulle modalità di segnalazione e denuncia all’autorità giudiziaria ordinaria e minorile da parte degli operatori scolastici” che le scorse settimane è stato siglato dall'allora vicepresidente della Provincia Francesca Gerosa, assieme alla Procura generale di Trento. Un protocollo criticato da più parti (Qui l'intervento di avvocati e psicologi) perché avrebbe rischiato di creare un automatismo — segnalare sempre, per non rischiare — che avrebbe negato agli insegnanti ogni spazio di valutazione educativa e professionale.
Ebbene, questo rischio ora sembra essere diventato realtà. A dicembre scorso a Trento aveva fatto discutere il caso di uno studente finito a processo per violenza sessuale dopo un tema scritto da una compagna di scuola. Un procedimento nato con l'applicazione da parte delle insegnanti proprio del protocollo d’intesa tra Provincia, scuole e Procure sulle modalità di segnalazione all’Autorità Giudiziaria.
In sostanza il nuovo protocollo obbliga gli insegnanti a segnalare senza esitazioni eventuali ipotesi di reato senza fare alcun genere di approfondimento. In questa occasione una studentessa in un tema aveva raccontato un episodio di violenza. L'insegnante, seguendo le indicazioni riportate nel protocollo, letto il tema lo aveva trasmesso alla preside che automaticamente lo aveva inviato all’autorità giudiziaria. Da qui si apre quindi un procedimento penale per violenza sessuale a carico dello studente. Non c’è più spazio per capire, o per la gradualità educativa. Solo diritto penale.
Il giovane viene seguito dall'avvocato Nicola Canestrini. La ragazza successivamente è stata sentita più volte. Più colloqui, più verbalizzazioni, più ricostruzioni. “Il ragazzo appena maggiorenne entra nell’orbita di un’accusa infamante e gravissima. Entrambi travolti da un processo che segna, comunque vada” spiega Canestrini.
Alla fine, a seguito di indagini difensive, è la stessa Procura che ha chiesto l’assoluzione per insussistenza del fatto.
Ci siamo trovati di fronte, quindi, ad un procedimento penale nato seguendo le linee dettate dal protocollo d’intesa tra Provincia, scuole e Procure sulle modalità di segnalazione all’Autorità Giudiziaria, voluto dall'assessora Francesca Gerosa, da molti criticato proprio perché avrebbe rischiato di trasformare gli insegnanti, ha spiegato Canestrini “in segnalatori automatici e le scuole in antenne giudiziarie”. L'effetto? Ogni racconto diventa notizia di reato, ogni conflitto diventa processo e ad avere la vita segnata sono dei ragazzi.
Ma non è finita qui perché di recente è avvenuto un secondo caso. A finire davanti alla Procura per i minorenni è stato un ragazzo accusato di aver acquistato su Temu un’imitazione di una cintura destinata a un amico. Un prodotto di qualità talmente scadente da risultare riconoscibile come falso a colpo d’occhio. Gli stessi studenti coinvolti avrebbero spiegato che nessuno acquistava quell’oggetto credendolo autentico: il motivo dell’acquisto era proprio il prezzo irrisorio e l’evidente natura contraffatta del prodotto.
In diritto si chiama contraffazione grossolana: reato impossibile (articolo 49 del codice penale). “In italiano si chiama una sciocchezza da ragazzini, che richiede interventi educativi e non i carabinieri, gli assistenti sociali, il Pm, il giudice, l'avvocato (che anche ai minori costa, se scelto di fiducia)” spiega ancora Canestrini che ha seguito anche questo caso.
Ma come si è arrivati davanti alla Procura dei Minorenni? Una professoressa aveva raccolto le voci di “acquisti contraffatti” da parte di alcuni studenti. Una segnalazione che poi la preside ha trasmesso direttamente all'autorità giudiziaria seguendo il protocollo e quindi senza contattare gli studenti e neppure i loro genitori al fine di chiedere chiarimenti. "Non ho indagato sulla veridicità dei fatti", viene riportato sulla segnalazione della preside e ancora: "Non ho effettuato alcuna indagine interna e mi sono astenuto dal sentire le persone interessate".
Non è negligenza del dirigente, chiarisce l'avvocato Nicola Canestrini. “È esattamente – spiega - ciò che il protocollo gli impone. Il documento, sotto la voce 'non dovrà', vieta al dirigente di informare la famiglia, di sentire lo studente, di verificare i fatti, di svolgere qualsiasi accertamento interno. La scuola non valuta più: trasmette. Diventa, testualmente, una cinghia di trasmissione verso l'autorità giudiziaria”.
Viene a mancare lo spazio di valutazione autonoma, educativa, professionale degli insegnanti che, magari, in questi due casi, avrebbe evitato di far passare un'esperienza simile ai ragazzi e alle loro famiglie. Gli educatori vengono quindi trasformati in una sorta di 'passacarte'. “Sia chiaro: nessuno mette in discussione la necessità di proteggere i minori dagli abusi veri”, afferma Canestrini. “Ma uno strumento che non distingue tra un abuso e una cintura fake, tra un dramma e una bravata, non protegge i minori: li penalizza”, sottolinea l'avvocato. Basta pensare al quindicenne iscritto nel registro degli indagati per una cosa che qualunque preside, qualunque genitore, qualunque insegnante avrebbe risolto con cinque minuti di colloquio.
“L'automatismo 'segnalo sempre, così non sbaglio' non è tutela. È la rinuncia della scuola a fare la scuola. E ogni volta che un minore finisce davanti a un Pm per un fatto bagatellare, il sistema sottrae tempo, risorse e attenzione ai casi che contano davvero. L'equilibrio si mantiene solo evitando che la paura di 'non segnalare' sostituisca il giudizio responsabile di chi ha il dovere di educare”, conclude l'avvocato Canestrini.












