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Trento
02 agosto | 20:21

Crisi idrica in pianura, ghiacciai che soffrono in quota. Stretta ai prelievi dall'Adige (nonostante i rilasci di Trento e Bolzano). Ferrari: "Stagione di fusione ancora lunga"

L'acqua – in tutte le sue forme – è il tema caldo della caldissima estate 2026: mentre i ghiacciai in Trentino, spiega a il Dolomiti il presidente della Sat Cristian Ferrari, soffrono per le altissime temperature e per la mancanza di neve, in Veneto è emergenza per la crisi idrica – nonostante i rilasci d'acqua dalle province di Trento e Bolzano. Il punto, dalle montagne alla pianura, dove l'allerta per la situazione idrica del Po è stata portata a livello “alto”

Foto Cristian Ferrari, Cima della Presanella: sullo sfondo la testata del ghiacciaio Nardis con l'ultima neve residua e al centro il ghiacciaio pensile della Presanella, ormai totalmente esposto e senza neve

TRENTO. Dalle cime dei monti ai campi della pianura. Le questioni relative all'acqua - in tutte le sue forme - sono uno dei fili rossi della caldissima estate 2026, tra difficoltà nei rifugighiacciai che continuano a perdere massa – e potrebbero fondere ancora per quasi due mesi – e una crisi idrica che, in pianura, ha costretto le autorità venete a un'ulteriore stretta sui prelievi dell'Adige, nonostante i rilasci garantiti nelle ultime settimane dalle Province autonome di Trento e Bolzano. Il tutto mentre, per l'agricoltura, l'unica speranza a questo punto sembra essere l'arrivo dei raccolti, anticipati per le semine precoci effettuate in una primavera già molto calda. Ma procediamo con ordine.

 

Mentre la quarta ondata di calore ha fatto registrare venerdì la giornata con le massime più alte dall'inizio dell'anno in Trentino – a Rovereto si sono toccati addirittura i 40,3 gradi – la gestione della risorsa idrica si conferma infatti sempre più una priorità da affrontare in forma strutturata e non emergenziale.

 

A concorrere nel determinare le difficili situazioni che si registrano sia in quota che in pianura è oggi un insieme di fattori, a partire dallo scarso innevamento invernale fino alle altissime temperature estive – che aumentano tanto l'evapotraspirazione, la perdita di acqua dal suolo e dalle piante, quanto la richiesta di risorse idriche in agricoltura.

 

Cambiano i paesaggi, cambiano le prospettive e le necessità, cambiano i contesti di riferimenti, ma il protagonista rimane lo stesso: l'acqua.

 

D'altronde, parlando di riserve idriche, montagna e pianura sono inevitabilmente legate a doppio filo: di fronte alla fusione sempre più veloce di accumuli nevosi in molti casi sempre più scarsi, viene infatti a mancare da un lato lo strato di protezione principale dei ghiacciai nel corso dei mesi estivi e, dall'altro, fondamentali riserve per i corsi d'acqua che corrono a valle. E senza quelle riserve, il fattore su cui si deve contare per ricaricare bacini, fiumi e torrenti è la pioggia: se non arriva, il rischio di carenze è inevitabile.

 

I ghiacciai in crisi, Ferrari: “In inverno caduta appena la metà della neve rispetto alla media”

 

Attualmente – dice a il Dolomiti il presidente della Sat Cristian Ferrari – la maggior parte delle superfici dei ghiacciai trentini è ormai esposta. Questo significa che l'attuale ondata di caldo sta colpendo direttamente il ghiaccio vivo. Paragonando un corpo glaciale a un investimento, il ghiaccio rappresenta il capitale, la neve di copertura gli interessi: una perdita degli interessi pesa relativamente, una diminuzione netta del capitale invece è preoccupante. E questa è la situazione in cui ci troviamo oggi”.

Ghiacciaio della Presanella (Foto Ferrari)

Gli effetti, continua Ferrari, si vedono ad oggi in particolare nel Sarca e nel Chiese, che raccolgono nella loro portata proprio quel “capitalein dispersione. Diversa è invece la situazione per il maggior fiume trentino, l'Adige, che al ponte di San Lorenzo ieri (1 agosto) a mezzogiorno segnava una portata di circa 140 metri cubi al secondo: in linea con il dato medio registrato ad agosto nell'annus horribilis 2022 - nel quale si era registrata una grave siccità nel nord Italia - e poco più della metà della media storica mensile (circa 270 metri cubi al secondo). Il dato si è alzato oggi (2 agosto) fino a sfiorare i 180 metri cubi al secondo dopo le ultime precipitazioni registrate sul territorio, che non sono però certo sufficienti a ribaltare il trend. E la situazione, come anticipato, si riflette sulle grosse difficoltà che attualmente si registrano in pianura.

 

“Sulla Marmolada, sui ghiacciai della Presanella – continua Ferrari – ormai si vedono solo chiazze di neve residua nelle zone d'ombra. Il ghiacciaio 'nero' (ricoperto quindi da detriti) dell'Amola presenta una copertura estremamente ridotta, sulla cima della Presanella la testata del ghiacciaio Nardis presenta l'ultima neve residua mentre il ghiacciaio pensile della Presanella è ormai totalmente esposto. A pesare oggi su questo fronte non sono sole le temperature eccezionalmente alte, ma anche la scarsità di neve registrata nella stagione fredda: secondo le ultime stime, quest'inverno è caduta appena la metà della risorsa nivale rispetto alla media storica. E la stagione di fusione è ancora lunga”.

Ghiacciaio della Marmolada (Foto Ferrari)

Negli scorsi giorni Luca Mercalli aveva spiegato a il Dolomiti come da qui a settembre non sia assolutamente da escludere la possibilità di una nuova ondata di calore dopo la conclusione di quella attuale – attesa per il prossimo fine settimana –, i cui effetti sarebbero naturalmente più pesanti proprio per i corpi glaciali, ormai per la maggior parte privi di protezione.

 

“Un tempo – spiega ancora il presidente della Sat, per anni a capo della Commissione glaciologica della Società alpinisti tridentini – le misure dei frontali dei ghiacciai si effettuavano attorno alla metà di settembre. Visto il progressivo prolungarsi della stagione estiva, ormai organizziamo le misure in quota anche in ottobre per registrare la fusione dei ghiacciai: questo vuol dire che, potenzialmente, abbiamo di fronte ancora circa un mese e mezzo se non due mesi di sofferenza per i corpi glaciali”.

Ghiacciaio Amola (Foto Ferrari)

“E in particolare in fasi di carenza di risorsa idrica – conclude Ferrari – quando gli apporti d'acqua alternativi alle riserve nivali e glaciali (sorgenti in primis) sono consumati in gran parte per usi potabili e per l'agricoltura, giocoforza è principalmente l'acqua di fusione a determinare la portata dei grandi fiumi. Nel 2022 ad esempio, quando si è registrato un lungo periodo di siccità, è stato ricostruito come gran parte della portata del Po nella sua sezione di chiusura fosse collegata proprio al deflusso da fusione glaciale”.

 

Naturalmente però, il “capitale” in quota è destinato prima o poi ad esaurirsi.

 

Il Veneto e la crisi idrica. Stretta sui prelievi dall'Adige, l'Anbi evoca lo spettro del 2022

 

Proprio per questo, in epoca di crisi climatica l'adattamento passa anche attraverso una diversa gestione della risorsa idrica. Lo aveva spiegato a il Dolomiti l'idrologo di Eurac Giacomo Bertoldi e lo ribadisce ora la sezione veneta dell'Associazione nazionale consorzi gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi), lanciando un allarme per la situazione idrica in pianura: “Si va incontro – scrivono – ad una situazione peggiore che nel 2022. Dall'esame della crisi idrica estiva, che in questa prima parte del 2026 ha registrato picchi di calore e scarsità di precipitazioni superiori all'anno 2022, finora, simbolo della siccità, è emerso un dato inequivocabile: la tenuta nettamente migliore dei territori in cui i finanziamenti pubblici hanno permesso agli enti consortili di realizzare nuove opere strutturali (impianti a pressione, invasi, manufatti di regolazione, condotte) adatte alle nuove situazioni ambientali”.

 

“Con l'arrivo della quarta ondata di calore – spiega il direttore di Anbi Veneto Silvio Parizzi – l'unico bagliore di speranza è rappresentato dall'imminenza dei raccolti. In molti territori infatti, questa fase inizierà anticipatamente rispetto al consueto, grazie alle semine precoci, effettuate in una primavera già molto calda. Per avere un quadro preciso della stagione sarà però necessario effettuare una valutazione delle rese anche alla luce dei maggiori costi energetici sostenuti per irrigare”.

 

Nel frattempo i due grandi fiumi che attraversano la pianura veneta – il Po e l'Adige – si trovano in grande difficoltà. L'autorità di bacino del Grande fiume ha infatti innalzato negli scorsi giorni la condizione di severità idrica ad “alta” per l'intero bacino del Po. “Attualmente – scrivono le autorità – sono oltre 100 i comuni tra Piemonte e Lombardia in cui si registrano criticità nell'ambito degli approvvigionamenti. In diversi di questi, già da diversi giorni si sta facendo ricorso all’uso di autobotti e autocisterne per rifornire i serbatoi degli acquedotti al fine di garantire continuità di servizio alle popolazioni. La maggior parte di questi comuni, tra l’altro, ha già provveduto ad adottare ordinanze locali per un utilizzo il più possibile oculato dell’acqua”.

 

“Nei prossimi giorni – continua l'autorità di distretto – complice la riduzione degli afflussi e delle portate nelle principali sezioni del fiume Po ci si aspetta anche una ripresa del fenomeno dell’intrusione salina nel Delta, con un possibile interessamento anche centrale di potabilizzazione di Ponte Molo, nel territorio di Taglio di Po (Rovigo)”. Purtroppo, le proiezioni modellistiche non lasciano presagire possibilità di miglioramenti significativi nella disponibilità idrica, come confermato dal segretario generale dell’Adbpo, Alessandro Delpiano: “La situazione è peggiorata, non illudiamoci che i temporali estivi possano essere la soluzione a problemi radicali. Rispetto a dieci giorni fa, nonostante le precipitazioni, abbiamo infatti meno acqua nei laghi, meno acqua nei fiumi con un fabbisogno irriguo ancora significativo per diverse colture a cominciare dal riso”.

 

Per quanto riguarda invece l'Adige, venerdì la regione Veneto ha confermato come il fiume continui “a registrare dati fortemente negativi e a collassare, non arrivando cioè al livello minimo richiesto per il pompaggio dell'acqua. In particolare, la portata a Boara Pisani continua a rimanere ben sotto la quota necessaria e, per far fronte a questa criticità, la situazione viene attivamente aiutata attraverso l'acqua che arriva tramite il Savec (il Sistema acquedottistico del Veneto centrale). Alla luce di questo aggravamento, la Regione è stata costretta a prevedere un'ulteriore e drastica stretta a tutti i prelievi di acqua dall'Adige. Inoltre, sarà necessario bloccare il prelievo di acqua dagli affluenti del Piave proprio per continuare a preservare la poca acqua che c'è in questo momento”.

 

“Nonostante la preziosa collaborazione delle Province autonome di Trento e Bolzano – ha detto l'assessora veneta all'ambiente e al clima Elisa Venturini – che in queste settimane hanno garantito rilasci d'acqua per contenere i momenti più critici, la portata dell'Adige continua a diminuire a causa della persistente assenza di precipitazioni e delle temperature eccezionalmente elevate".

 

A livello numerico, continua Anbi, record negativi si registrano anche sul Brenta (a Bassano del Grappa segna soli 31 metri cubi al secondo a fronte di una portata minima di 44 metri cubi per garantire ambiente ed agricoltura), mentre sull'Adige si registrano flussi a 43 metri cubi al secondo vicino alla foce. Per l'associazione, come anticipato, la priorità in questo momento è di accelerare su una nuova gestione della risorsa idrica, per far fronte alla nuova normalità imposta dalla crisi climatica.

 

“Nelle aree infrastrutturate – continua il presidente di Anbi Francesco Vincenzi – l'impatto della crisi viene contenuto con maggiore efficacia, mentre si confermano i limiti della sola gestione emergenziale, nonché la necessità di una programmazione pluriennale, sostenuta da adeguate dotazioni finanziarie, indispensabili per l'adattamento del territorio ai mutamenti climatici”. Ne è fotografia, continua l'associazione, il comprensorio Adige-Euganeo (circa 120mila ettari, in cui vivono più di 200mila persone a cavallo fra quattro province: Padova, Venezia, Verona e Vicenza), che mostra una evidente asimmetria: “Se l'ovest è ben irrigato con i suoi 46mila ettari infrastrutturati, l'area est sconta un deficit storico di 22mila ettari ancora privi di reti irrigue e per questo altamente vulnerabili alla siccità”.

 

Efficientamento dell'esistente – aggiunge il direttore generale Massimo Gargano – nuove infrastrutture idrauliche come quelle previste dal Piano invasi multifunzionali, innovazione e ricerca, maggiore cultura dell'acqua: sono questi gli asset delle nostre proposte per contenere le conseguenze della crisi climatica. Alla politica chiediamo che questi ormai indispensabili obiettivi diventino scelta strategica per il futuro del Paese”.

 

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