L'Odissea segue la geografia del mare, ma ignorando le montagne è impossibile comprendere a fondo la storia (e l'orizzonte mitologico che la definisce)

È bene ricordare che la Grecia è anche terra di montagne, ed è proprio dalle montagne che si delinea l’ossatura sacra di quel mondo: se si vuole parlare di mondo greco in termini mitici ed epici, bisogna necessariamente parlare dei suoi rilievi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
In queste settimane non si parla d’altro che dell’Odissea di Christopher Nolan. Il nuovo kolossal del pluripremiato regista sta portando nelle sale milioni di spettatori in tutto il mondo e, qualunque cosa se ne pensi, ha un merito evidente: mettere il mito e la letteratura classica al centro della conversazione pubblica e privata. L’Odissea – come l’Iliade – è un poema‑mondo, un testo fondativo della cultura classica e, dunque, occidentale, in cui si intrecciano i grandi temi dell’esperienza umana. I poemi omerici sono, in altri termini, i cardini identitari di un sistema storico, sociale, letterario e culturale che, come un filo ininterrotto, giunge sino a noi (per limitarci alla letteratura e all’Odissea, si pensi, ad esempio, all’Ulisse di James Joyce). Che se ne parli, insomma, è un fatto positivo e importante.
L’Odissea segue una geografia precisa: quella del mare. Odisseo si muove tra isole e coste, correnti e rotte. La Grecia, del resto, si protende al centro del Mediterraneo ed è circondata da una fitta rete di arcipelaghi. Le due questioni, insomma, collimano.
È bene però ricordare che la Grecia è anche terra di montagne, ed è proprio dalle montagne che si delinea l’ossatura sacra di quel mondo, l’orizzonte mitologico che lo definisce: se si vuole parlare di mondo greco in termini mitici ed epici, bisogna necessariamente parlare delle sue montagne. La mitologia e la letteratura greca ne restituiscono un’immagine pressoché univoca: la montagna è un luogo sacro, separato dal mondo umano, uno spazio arcano e sfuggente, talvolta sinistro, talaltra propizio. La montagna non è dunque soltanto un luogo fisico, geograficamente definito; è, soprattutto, un altrove inviolabile e selvaggio, quasi sempre contrapposto al mondo civilizzato. Le montagne sono, insomma, il fondamento del paesaggio mitico greco.
Per tracciare una geografia delle montagne greche, è inevitabile partire dal monte Olimpo. Con i suoi quasi 3000 metri, è la vetta più alta della Grecia e la sua posizione, tra la regione della Tessaglia e la Macedonia, la colloca a distanza dal mondo delle grandi poleis del sud.
Sono proprio i poemi omerici (soprattutto l’Iliade) a restituirci un’immagine nitida della montagna sacra per eccellenza. Una caratteristica precipua dei poemi epici, dato il contesto orale nel quale vennero composti e veicolati, è la ripetizione di epiteti e formule fisse che ne facilitavano la memorizzazione e la trasmissione. In entrambi i poemi il nome "Olimpo" è dunque spesso accompagnato da specifici aggettivi che ne mettono in luce le caratteristiche. Dell’Olimpo sono, anzitutto, rimarcate l’altezza e l’imponenza: la montagna si distingue per cime e vette inaccessibili, talvolta coperte dalla neve, molto spesso nascoste alla vista dalle nubi. Un epiteto di grande suggestione, riferito all’Olimpo, è "stellato" (Iliade, III), che sembra segnalarne insieme la vertiginosa altezza e l’inviolabile sacralità. L’Olimpo è la sede degli dèi: "eccelsa sede degli Eterni", lo definisce Omero. Sull’Olimpo risiede Zeus e, con lui, tutte le altre divinità. Sul monte gli dèi abitano e si riuniscono in assemblea per discutere la sorte degli eroi; è dall’Olimpo che osservano gli scontri tra Achei e Troiani e il peregrinare di Odisseo; è dall’Olimpo che scendono per mescolarsi agli uomini, ed è all’Olimpo che risalgono per separarsene. La montagna omerica è, dunque, un luogo altro: inaccessibile, divino, separato dall’umano. Nella Teogonia, opera composta intorno all’VIII secolo a.C., Esiodo narra la nascita e la discendenza degli dèi greci dal Caos fino all’affermazione di Zeus. Anche in questo poema, centrale per la ricostruzione della mitografia greca, troviamo dell’Olimpo pressoché la medesima immagine.
L’Olimpo, però, non è l’unica montagna sacra. Le montagne, nel mondo greco, sono sempre luogo dell’alterità, del sovrumano. Proprio nella Teogonia, Esiodo dice di aver ricevuto l’investitura poetica mentre pascolava le greggi sul monte Elicona. Su questa montagna, secondo la narrazione esiodea, soggiornano infatti le Muse. L’Elicona, la montagna più alta della Beozia, diventerà poi un vero e proprio topos letterario, simbolo dell’ispirazione poetica.
Ma la montagna che forse meglio incarna il sacro è il Parnaso, il monte che si eleva sopra il santuario di Delfi. Il Parnaso è, insieme, luogo di culto e teatro mitico per eccellenza. Nella Grecia classica è tradizionalmente considerato il monte sacro ad Apollo – che qui sconfisse il mostro Pitone – e la dimora delle Muse. Il Parnaso non entra nella tradizione poetica con Esiodo, ma poco dopo: dalla Grecia classica e poi per tutta la letteratura antica, diventa un topos centrale nel rapporto tra umano e divino, al pari dell’Elicona. Il monte è anche uno spazio profetico: alle sue pendici sorge il santuario più celebre del mondo greco, quello di Delfi, dove la Pizia trae i suoi responsi. Il Parnaso è inoltre un luogo ricco di simbologia mitica e salvifica: secondo alcune versioni del mito di Deucalione e Pirra, l’uomo e la donna, dopo il diluvio universale, approdano sull’unico lembo di terra emersa, che è appunto la cima del Parnaso.
Tuttavia, la montagna, pur conservando la sua aura mitica e sacra, può essere anche un luogo sinistro e di punizione. Così l’Etna, montagna greca "d’adozione", è il luogo dove Zeus imprigiona il mostro Tifone: secondo una parte della tradizione mitologica, sarebbero proprio i suoi sbuffi a provocare le eruzioni. Il tragediografo Eschilo, nel Prometeo incatenato, descrive la punizione comminata a Prometeo, reo di aver sottratto il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini: Prometeo viene legato tra gli speroni del Caucaso e un’aquila gli divora il fegato, che continua a rigenerarsi, in un perpetuo flagello. La catena montuosa - distante, fredda, inaccessibile - quasi ai confini del mondo allora conosciuto (nella regione della Scizia), diventa così simbolo di esclusione, allontanamento, punizione.
Infine, vi è una montagna che incarna l’alterità e la ferinità più radicale: il Citerone, il monte che si innalza tra l’Attica e la Beozia. Qui il giovane cacciatore Atteone si macchiò della colpa di aver visto nuda Artemide: per punizione, venne trasformato in cervo e sbranato dai suoi stessi cani. Ma è in una delle tragedie più celebri di Euripide, Le Baccanti, che il Citerone diventa il vero protagonista silenzioso del dramma. Oltre a essere il luogo dove viene abbandonato Edipo, è sulle pendici del Citerone che le Baccanti, giunte al seguito del dio Dioniso, si stabiliscono per celebrare i propri riti sacri. Il Citerone diviene così simbolo dell’alterità selvaggia, dell’ebbrezza, della perdita di controllo. Proprio sul Citerone le Baccanti faranno a brandelli Penteo, il sovrano di Tebe che aveva rifiutato di sottomettersi al dio. Nelle Baccanti di Euripide lo scontro tra mondo naturale (ferino, sacro, misterico) e mondo civilizzato (antropico, laico, razionale) si fa più netto ed emblematico.
La montagna, nel mondo greco, non è soltanto un luogo fisico. È un altrove del pensiero, uno spazio di proiezione e di simboli. È sacra, potente, capace di punire e di elevare. La montagna, soprattutto, resta uno spazio irriducibile: è ciò che sfugge a ogni forma di dominio umano.












