"Se qualcuno mi dice: 'Andiamo sul Bernina?', la mia risposta è spesso: 'Sei sicuro? Ti propongo un'altra salita'. Oggi è così spelacchiato, quasi irriconoscibile, che non mi viene voglia di rimetterci le mani"

"È come se avessi da sempre vissuto in una foresta equatoriale e da un giorno all'altro viene completamente disboscata. Vengono meno i tuoi riferimenti". La guida alpina Michele Comi abbandona il "suo" Pizzo Bernina: non solo a causa pericolo e dalle nuove difficoltà, ma ad incidere oggi è anche una profonda perdita dei punti di riferimento emotivi che lo legavano a quella montagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Cosa accade in noi quando la montagna che conosciamo da anni cambia radicalmente il suo aspetto? Qualcosa, c'è da credere, cambia anche dentro di noi. Rimane un profondo senso di spaesamento, una sorta di confusione: è come se fosse scomparsa anche una parte di noi.
In un intervista di un mese fa, Michele Comi, ci confidava di voler sospendere temporaneamente le salite su ghiaccio e neve: le condizioni climatiche avevano reso l'alta montagna troppo imprevedibile e lui, guida alpina con trent'anni di esperienza, ammetteva di avere paura e di preferire rinunciarvi per qualche tempo. Ora, in un post sulla sua pagina, ci parla della sua "montagna di casa", il Pizzo Bernina, il più orientale dei quattromila a sud delle Alpi.
"Il Bernina è da sempre la cima di casa, la montagna di riferimento che ho sempre avuto sopra la testa. Per me è un punto fermo, un luogo con cui ho costruito un rapporto consolidato negli anni. Ecco perché è tanto più traumatico per me rinunciarvi".
Anch'esso, negli ultimi anni, ha cambiato volto drasticamente: temperature elevate, fusione accelerata dei ghiacciai, il gelo che non riesce più a fare da collante, aumento delle scariche di pietre. "Le due fotografie che ho messo a confronto mostrano proprio questo cambiamento. Se il motivo per cui salivi quel quattromila era attraversare una grande distesa glaciale, con qualche affioramento di roccia in punti precisi, oggi ti trovi davanti quasi soltanto pietre e detriti. È un'altra montagna".
La rinuncia, però, non nasce solo da questo, c'è qualcosa che va oltre il semplice aumento del pericolo.
La trasformazione è talmente rapida che ti ritrovi davanti una montagna che non riconosci più. Non solo i pericoli aumentano, ma c'è un vero e proprio stravolgimento geografico e paesaggistico. Questo certo non impedisce l'ascesa, ma distorce ogni riferimento di chi la conosceva per com'era prima: quella che era una determinata montagna, oggi è diventata un'altra, completamente diversa.
"Allora - afferma Michele Comi - viene meno qualcosa di fondamentale. È questo il motivo principale per cui, in queste settimane di caldo senza tregua, ho deciso di rinunciare, se posso scegliere, preferisco andare altrove".
Non è una scelta dettata dall'esperienza alpinistica, né dalle maggiori difficoltà o pericoli, si tratta piuttosto di una profonda sensazione di spaesamento affettivo. "Credo che sia una situazione nuova nella storia dell'alpinismo moderno. Da quando questa disciplina esiste, cioè da circa due secoli, non c'era mai stato un cambiamento così radicale e soprattutto così veloce. Questo genera inevitabilmente anche uno spaesamento personale".
"Per questo, quando qualcuno mi dice: 'Andiamo sul Bernina?', la mia risposta è spesso: 'Sei sicuro? Ti propongo un'altra salita'. Magari una via di roccia, oppure un itinerario dove il ghiacciaio c'è ancora, dove la cresta sommitale non presenta una trasformazione così traumatica. Il Bernina per me era qualcosa di diverso dalle altre. Era un rito, un modo preciso di vivere quella montagna. Ritrovandola oggi così spelacchiata, così cambiata, quasi irriconoscibile, non mi viene davvero voglia di rimetterci le mani".
Molti colleghi hanno commentato il post di Comi dicendo di provare la stessa sensazione. Non erano riusciti a raccontarla fino in fondo, ma si riconoscevano in quello stato d'animo. "Come ho scritto, non vorrei cedere alla nostalgia. Non è quello il punto. È quasi una forma di rispetto per la montagna così come l'ho conosciuta. Nessuno ci obbliga ad andarci. Per questo, almeno per ora, lascio i ramponi parcheggiati".
Quando si parla della regressione dei ghiacciai si trovano tantissime informazioni: dati sulla perdita di superficie e di spessore, numeri, grafici, timelapse che descrivono perfettamente il fenomeno. Le informazioni tecnico-scientifiche ci sono, e sono sempre più eloquenti. Quello che invece è molto meno raccontato è l'effetto che questo cambiamento ha sui nostri riferimenti emotivi, sul rapporto con una geografia che fino a ieri conoscevamo.
Non parliamo di trasformazioni avvenute nei secoli. Stiamo parlando di cambiamenti che avvengono nell'arco della nostra vita e che negli ultimi venti o trent'anni hanno avuto un'accelerazione brutale. E questo ha un effetto su di noi, fino a spingerci ad allontanarci da certi luoghi nei quali non riusciamo più a riconoscerci.
"Se sei consapevole che il terreno è cambiato puoi comunque scegliere di affrontare una montagna più difficile, accettando rischi maggiori. È una decisione personale. Ma quando mi trovo davanti qualcosa che non ha più nulla a che vedere con la montagna con cui avevo costruito una relazione, allora preferisco fare altro. È questo l'aspetto che cercavo di raccontare. È come se avessi da sempre vissuto in una foresta equatoriale e da un giorno all'altro viene completamente disboscata. Con essa vengono meno i tuoi riferimenti".
Non per tutti è così. Michele Comi e altre guide fanno notare come chi vi sale oggi per la prima volta ne resta comunque enormemente affascinato: rimane pur sempre un ambiente sublime e grandioso. Però il suo riferimento nasce già dentro questo nuovo paesaggio. Al contrario, chi ha potuto assistere alla velocità dei cambiamenti, di fronte a un tale scenario, viene travolto da una sorta di vertigine. Quando questo non accade, in genere per una progressiva abitudine a questi nuovi scenari, rischiamo di cadere nella cosiddetta "Sindrome da spostamento dei punti di riferimento" (di cui parlavamo in questo articolo).
"Se penso a chi saliva il Monte Bianco alla fine del Settecento, è ovvio che il suo riferimento fosse diverso dal mio degli anni Ottanta. Ma la differenza tra quel mondo e quello degli anni Ottanta era probabilmente inferiore a quella che separa gli anni Ottanta da oggi. È questa la cosa impressionante: la velocità del cambiamento".
Così, la guida alpina spiega il suo passo indietro. Chi chiede a Michele Comi di essere accompagnato sul Bernina oggi, spesso viene dirottato verso altre cime o magari invitato ad attendere fine estate, quando forse una nevicata estiva riporterà le condizioni.
"Preferisco custodire anche questo ricordo - conclude l'autore nel post - il Bernina di pochi anni fa, quando una nevicata estiva era ancora capace di restituirgli il volto che gli apparteneva. Non un ammasso di sassi, ma una montagna di ghiaccio".
Nelle immagini si vede lo stesso Comi sul Bernina nell'estate del 2014, e una foto di questi giorni trovata in rete.












