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Cultura | 09 agosto 2026 | 06:00

"La tormenta si faceva più forte. Sotto i nostri piedi avevamo 500 metri di ghiaccio": Non è più possibile sciare sul colle del Teodulo, ma leggere com'era oltre cent'anni fa lascia senza fiato

Leggere il racconto "La neve anche d'estate" di Gustavo Colonnetti aiuta a immaginare il Colle del Teodulo e a prendere consapevolezza di un passato che non tornerà. L'autore racconta i propri ricordi di bambino, descrivendo la sua escursione ad anello, nell'agosto del 1897, dalla Valtournenche fino a Zermatt attraversando il ghiacciaio del "Theodule" come lui lo chiama, dove incappano in una tormenta

Ormai tutti lo sanno: dal primo agosto non è più possibile sciare sul colle del Teodulo (nel comprensorio del Plateau Rosa) a causa delle estreme temperature. Da una parte si sentono affermazioni del tipo: "È l'ora di dichiarare estinta l'era dello sci estivo sui ghiacciai" appena due giorni dopo l'inizio gli allenamenti di Federica Brignone proprio su quelle piste; altri giornali, invece, riportano la notizia paragonandola alla catastrofe del Titanic. Insomma, il sentire di fondo è l'amarezza per la consapevolezza di un passato che tornerà. Ci ritroviamo costretti, come pubblico non pagante, a contemplare la lenta decomposizione di una meraviglia.

 

Eppure, dall'altra parte, tutto continua come se nulla fosse: sono immagini di qualche anno fa le ruspe che scavavano il ghiacciaio del Teodulo per preparare la pista in vista della coppa del mondo di sci, e come se non bastasse è arrivata la notizia dello stanziamento di ingenti fondi per un nuovo impianto a fune. Mentre il ghiacciaio arretra, la risposta sembra essere quella di renderlo ancora più accessibile e lo scarto tra le prospettive è abissale: sembra di stare su di un'automobile dove il conducente guida bendato mentre il passeggero grida inascoltato.

 

Il ghiacciaio del Teodulo ricorda un sito archeologico: i suoi crepacci, i vuoti lasciati dal progressivo ritirarsi appaiono come resti di un grandioso passato, ci immergiamo tra quel ghiaccio e quelle morene ricostruendo con l'immaginazione un paesaggio che non c'è più. Come accade passeggiando tra i Fori Imperiali o sul Palatino, ci si muove tra le tracce di una grandezza perduta.

 

Eppure, come succede davanti ai resti di Roma antica, basta arrivare per la prima volta in questo luogo perché riaffiori lo stupore. I turisti si fermano, osservano, restano in silenzio. Qualcuno lascia sfuggire un'esclamazione, altri rimangono semplicemente senza parole. Le stesse emozioni attraversano chi mette piede per la prima volta sul ghiacciaio: gli occhi si accendono, il tempo sembra rallentare e, per un istante, un senso di spaesamento li invade, il Teodulo riesce ancora a restituire il senso della sua antica grandezza.

 

Sul Teodulo come ai Fori sembra di aggirarsi in una sospensione temporale, ma nel frattempo Roma rapida accelera, non si ferma, costruisce, si espande, e contemporaneamente alle pendici del Cervino, progettano nuovi impianti, stanziano fondi, ampliano le infrastrutture. 

 

Leggere il racconto La neve anche d'estate di Gustavo Colonnetti restituisce le medesime emozioni. All'improvviso rallenti lasciandoti accompagnare in un tempo che scorre annoiato come solo può esserlo un agosto vacanziero per un bambino, ma alla prima scintilla di bellezza la meraviglia si slancia in capriole di gioia; immaginare quel Teodulo di oltre cent'anni lascia senza fiato. Allo stesso tempo, però ti invade un fastidio, quello per lo stato del ghiacciaio oggi, quello scaturito dalla cieca frenesia dilagante che attornia la gestione di quelle gelide lingue. È impossibile non pensare: tutto questo non esiste più. La sensazione di "avere circa 500 metri di ghiaccio" sotto i piedi scorre per il tuo corpo, ma poi immediatamente ti desti e comprendi che scaturisce dalla lettura non dalla natura.

 

Colonnetti racconta i propri ricordi di bambino, descrivendo la sua escursione ad anello, nell'agosto del 1897, dalla Valtournenche fino a Zermatt attraversando il ghiacciaio del "Theodule" come lui lo chiama, dove incappano in una tormenta. Il suo sguardo alterna la precisione tecnica di un ingegnere (è stato infatti direttore del Politecnico di Torino tra il 1922 e 1925) al candore dei ricordi d'infanzia.

 

"Il giorno 24 agosto partimmo, nel pomeriggio, per il Giomein e quivi pernottammo. La mattina dopo partimmo, benché il tempo non fosse molto bello, per la grande escursione. Per circa 3 ore salimmo continuamente, prima su coste erbose e attraverso belle praterie, poi sulla nuda morena che a me parve infinita e faticosissima, e finalmente ci trovammo ai piedi del ghiacciaio del Theodule. Ci fermammo un istante a sedere sulla nuda roccia, ma un vento gelato ci intirizziva".

 

Colonnetti non censura la prospettiva dal basso del suo io bambino anzi la esalta; comprendiamo allora perché l'escursione diventa grande, la morena "infinita e faticosissima" e con questo sguardo ci restituisce una natura vastissima e ammaliante, la montagna giganteggia sulla sua bassa statura. Possiamo inoltrarci tra le percezioni fisiche di un bambino e tra i ricordi lasciati dai sensi: il freddo dell'aria, la ruvidezza dei guanti, il bianco confondente del ghiacciaio.

 

"La guida mi offrì i suoi rozzi guanti e le mie povere mani gelate furono così ben al riparo. Ci inoltrammo tosto sul ghiacciaio circondati da una fitta nebbia che, frattanto, si era alzata. Camminare sul ghiacciaio non era faticoso come mi ero immaginato, infatti non mi sentivo stanco, solamente agli occhi provavo una specie di stanchezza, non vedevo che bianco da tutte le parti, confondevo la nebbia con la neve e tutto ciò mi affaticava la vista".

 

L'imprevedibilità del meteo cambia l'andamento della giornata, e proprio questa svolta inaspettata, incide la memoria dell'autore trasformando la gita in un'avventura degna di un romanzo di Stevenson: "L'aria frizzante si cambiò in vento forte e gelato che solleva anche la neve e provammo così anche un po' di tormenta. Affrettammo il passo, fortunatamente non eravamo lontani dal ricovero, […] fu con gioia che entrammo in quella capanna ove ardeva una bella stufa e trovammo da ristorarci". 

 

"Nevicava, la tormenta si faceva più forte e minacciava di non lasciarci proseguire per quel giorno. Come mi pareva strano il veder nevicare in estate, e che effetto mi faceva sentire il vento e la neve battere con tanta violenza contro i vetri delle finestre. Nel frattempo giunsero altri signori, si pranzò tutti insieme e si rise assai. […] Passammo così un'ora e la nebbia cominciò ad alzarsi, la tormenta cessò e con essa anche la neve e noi potemmo così proseguire la nostra traversata".

 

È a questo punto del racconto che il fiato annaspa insieme al passo stanco e cadenzato del Colonnetti bambino e, quasi per rispetto, durante la lettura viene da soffermarsi, sia per prendere fiato in compagnia del protagonista, sia per lo spaesamento che infondono queste parole: "Quanto era bella quell'immensa spianata di ghiaccio! Che strana impressione provai quando la guida ci legò ad uno ad uno alla corda! Quando mi dissero che sotto i nostri piedi avevamo 500 metri di ghiaccio mi parve cosa incredibile. Vidi un crepaccio e vi guardai dentro con spavento. […] Troppo presto raggiungemmo la fine del ghiacciaio; nella seconda parte di questo ci avevo trovato gusto e con rammarico lo lasciai. Dopo tre ore di discesa rapidissima arrivammo a Zermatt. […] Ammirai l'immenso Cervino. Quanto è più imponente il monte Cervino visto da Zermatt che dall'Italia. Quante meraviglie ammirai; quante bellezze!"

 

Leggere Colonnetti non ci lascia solo delle istantanee da lasciarci scorrere sotto gli occhi, e nemmeno solo delle sfavillanti emozioni d'infanzia, ci restituisce la forma viva di resti archeologici, come uno storico che interpreta una fonte o un filologo che ritrova un manoscritto perduto; con questo racconto possiamo dare senso e riempire quel vuoto che abbiamo davanti quando ci accostiamo al ghiacciaio del Teodulo.

 

La neve anche d'estate rallenta il tempo fino quasi a fermarlo e ci costringe a porci una domanda semplice: ma noi a che velocità vogliamo andare? Quella dei passi o della funivia? 

la rubrica
La montagna nei libri

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".

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