"Troppi si ammazzano sulle montagne di moda: la sicurezza che i mezzi artificiali danno al turista lo illude spesso sulla facilità del cammino". Lo sguardo acuto, ironico e lungimirante di Giuseppe Mazzotti

"In certi giorni pare che abbia da esservi su qualche vetta una sagra con giostre. (...) Le montagne di moda, per il solo fatto di esser di moda, non sono già quasi più montagne. (...) Sono organizzate a perfezione e imbrigliate da corde, chiodi e anelli, non procurano gravi emozioni perché danno il senso della sicurezza anche nei punti dove non è difficile cadere". Alcune riflessioni tratte da una serie di articoli scritti da Giuseppe Mazzotti, usciti sulla rivista Alpinismo tra il gennaio e il giugno del 1931

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Troppe montagne hanno urgente necessità di un vigile per dirigere il traffico. Spesso, in molti passaggi difficili, bisogna aspettare il turno e il segnale di via libera", o ancora "Verrà il giorno in cui la montagna sarà ridotta a museo" (di cui avevamo scritto in QUESTO ARTICOLO), oppure "si comincia a conoscere la montagna solo quando non ci si sente a disagio nella malga sudicia".
Quante volte ci è capitato di sentire frasi di questo tipo? Quante volte ci è capitato di pensarle? O di leggerle nei commenti sui social, soprattutto in questi giorni di alta stagione turistica?
Frasi del genere, oggigiorno, non mancano di certo: le percepiamo attualissime. I territori montani, infatti, stanno attraversando un periodo di intensi cambiamenti per quanto riguarda il fenomeno del turismo: da una parte, l'attrattività è in costante crescita, dall'altra vengono a galla le fragilità strutturali del settore, a cui si aggiungono gli eclatanti fatti di cronaca degli ultimi anni, dal tornello sul Seceda alle code per il rifugio Auronzo alle Tre Cime di Lavaredo.
Quello che sorprende ancora di più è che queste frasi non sono attuali: hanno oltre novant'anni. Sono infatti citazioni tratte da una serie di articoli scritti da Giuseppe Mazzotti, usciti sulla rivista Alpinismo tra il gennaio e il giugno del 1931, intitolati Panorama pessimistico dei frequentatori della montagna.
Giuseppe Mazzotti è famoso per il forte tono satirico con il quale irride gli stereotipi che invadono le terre alte; il suo scritto più noto, non a caso, si intitola La montagna presa in giro, sempre del 1931. Con tono volutamente parodico e satirico, non articola una critica dettagliata nei confronti di un solo argomento, ma attacca ironicamente i limiti, le "storture", i paradossi sui quali il suo "occhio si è posato a casaccio", come lui stesso afferma.
Non risparmia nessuno: dagli alpinisti ai villeggianti, da chi arrampica a chi scia. Irride chi si presume esperto, "i leoni della montagna", come li chiama, e chi va in montagna per la prima volta.
"In certi giorni pare che abbia da esservi su qualche vetta una sagra con giostre; processione, odor di zucchero filato, di sudore e annessi. Le montagne di moda, per il solo fatto di esser di moda, non sono già quasi più montagne. Generalmente si tratta di piccole torri, quasi sempre difficili. Ma siccome sono organizzate a perfezione e imbrigliate da corde, chiodi e anelli, non procurano gravi emozioni perché danno il senso della sicurezza anche nei punti dove non è difficile cadere. Procurano in cambio la grande soddisfazione di poter vantare la salita compiuta come un certificato di abilità e di coraggio. Si salgono provando il disagio dello studente davanti alla commissione d'esame".
Quello che qui descrive non sono di certo scene estranee all'attualità; eppure, l'autore non si limita a una polemica fine a sé stessa, ma descrive con cinica chiarezza fatti che ancora oggi compaiono sui social o su alcune testate giornalistiche. Più che stabilire se dargli ragione o meno, è interessante notare quanto quello che riteniamo così eclatante e che indigna molti frequentatori della montagna sia forse già successo anche in passato. Ancora più centrale, però, non è tanto il tono pessimistico, quanto la trasparenza con cui osserva e descrive la realtà di numerose dinamiche sociali. Conclude questo breve paragrafo sulle "montagne di moda" evidenziando la limitatezza di una montagna vissuta ad uso e consumo:
"Quello che altrove sarebbe illogico e pazzesco, diventa banale; lo straordinario, abusato, diventa comune e insipido. La sicurezza che i mezzi artificiali danno al turista lo illude spesso sulla facilità del cammino. Per questa ragione troppi si ammazzano sulle montagne di moda. Che sono le uniche dove non vale assolutamente la pena d'ammazzarsi".
La sua forza polemica non risparmia nemmeno la retorica associata ai territori montani, ponendo in particolare l'accento sulla "stanchezza dei simboli". Così scrive: "Non si capisce come l'aquila, la stella alpina e il camoscio, si dividano ancora la fatica di simboleggiare la montagna. Essi sono molto stanchi, come le vittorie dei monumenti, che reggono la corona d'alloro col braccio teso; e abusati come le ruote dentate ai piedi delle statue che simboleggiano il lavoro. È ben tempo di concedere a questi simboli un meritato riposo". Oltre al fatto che la montagna non è solo camosci, stelle alpine e aquile, ma un ecosistema vario e mutevole, Mazzotti aggiunge subito dopo: "È ben tempo di sostituire l'aquila col corvo, e il camoscio con la capra o con la vacca".
Questo ragionamento, inoltre, ci costringe a una riflessione: se possiamo scambiare queste frasi di poco meno di un secolo fa con i commenti di oggi è perché forse le terre alte si trascinano dietro involucri e immaginari estremamente radicati e fissi. Se da una parte ci sorprende quanto certi scenari, qui descritti, siano effettivamente ancora estremamente presenti come lo erano in passato, dall'altro è lecito domandarsi se forse cambiare la narrazione e non ricadere negli stessi stereotipi aiuterebbe a cambiare prospettiva.
Una satira che non scade né nel banale né nel volgare, come Mazzotti sa fare, può essere un sentiero da esplorare, perché per essere in grado di parodizzare un tema è essenziale, prima di tutto, conoscerlo a fondo, per poi giocarci sopra con le parole.
La satira non è tanto un distruggere, ma piuttosto un decostruire, un allentare delle mentalità fisse per provare a fare spazio a soluzioni alternative.
Foto di copertina tratto dall'articolo: Panorama pessimistico dei frequentatori della montagna parte IV, illustrazione di Sante Cancian












