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Cultura | 11 agosto 2026 | 12:00

Ordinò di prendere il martello da cavatore e di assestare un colpo all'altezza del collo, così da farne saltare la testa: un gesto lacerante, drammatico, capace di rivelare l'essenza dello scultore Arturo Martini

"È alquanto complicato, è l'uomo dalle mille facce e dalle mille sorprese", dirà Lionello Venturi nel 1930, cercando di descrivere Arturo Martini. In occasione dell'anniversario della nascita, ripercorriamo il percorso artistico del grande scultore

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"La scultura è un'arte faticosa, un'arte pesante che costringe l'ispirazione per troppo tempo: il pittore comincia subito dalla superficie: un segno e ha già fatta la pelle. Lo scultore deve cominciare dallo scheletro, un vero scheletro di legno e di ferro; e tutto il tempo che si impiega a costruirlo è tempo perduto, nocivo all'opera d'arte, perché l'ispirazione resta mortificata per tutto quel tempo: bisogna tenerla ben stretta per non lasciarla scappare".

 

Così scriveva Arturo Martini, registrando, con questa e altre riflessioni, una parte dei dubbi che pervasero il suo animo. Appunti che, successivamente, daranno corpo a un libro dal titolo significativo: Scultura lingua morta (1945). Quante istruttive ansie, quanti ripensamenti, quante verità in queste pagine che altro non sono che il lato oscuro di un grande amore. Un altro dei suoi crucci era questo: "La scultura non può ringiovanirsi", perché "l'uomo non è più capace di creare miti": quanto è vero e, quando accade, li americanizza. Per non dire del problema, non solo per lui, irrisolvibile provocato dalle ombre: ombre che, a seconda della collocazione, insinuandosi nei volumi, creano una serie di pieni e di vuoti non previsti dall'artista, capaci di modificare la forma.

Stati d'animo che solitamente spossano le menti più sensibili ed esigenti, le più acute e brillanti: in sostanza le migliori. Infatti, prendete Arturo Martini e fatelo nascere in Francia, anziché a Treviso, l'11 agosto 1889, poi prendete le sue opere e fate in modo che una parte cospicua di queste finiscano, come meriterebbero, nelle sale dei grandi musei, così da determinare una convinta strategia di valorizzazione internazionale: fate questo e non vi troverete più a parlare di una figura ingiustamente collocata ai margini dei grandi circuiti internazionali, ma di uno dei massimi scultori del Novecento europeo.

 

Una convinzione che si rafforza di scultura in scultura, anche solo osservando un'opera quale Donna che nuota sott'acqua, capolavoro assoluto, scolpito nel marmo nel 1941/42, quando Martini aveva da poco superato i cinquant'anni e all'incirca per altri cinquanta mai più esposta, in quanto intrasportabile, essendo stata "murata viva" nell'abitazione di Antonio Lucchetti, raffinato collezionista milanese, qualche anno dopo averla acquistata alla XXIII Biennale di Venezia (ora di proprietà della Fondazione Cariverona).

A Carlo Scarpa si deve la felice idea di aver fissato la figura su perni metallici, così da conferirle un desiderato senso di sospensione, oltre che di panica morbidezza, come se la carne non indurita nel marmo, riprendesse la sinuosa plasticità delle alghe o di un corpo fluttuante nell'acqua.

Per questa scultura, Martini si è ispirato a Ombre bianche nei mari del sud di W.S. Van Dyke, una sorta di docufiction che puntava l'indice contro il colonialismo, proiettato in Italia con notevole successo. A colpirlo furono in particolare le sequenze ingigantite sullo schermo di alcune figure che, nuotando nelle profondità del mare, si rivoltavano "come animali". Questo riferirà, con quel suo tipico modo di esprimersi per immagini, a Gino Scarpa che ne trascrisse le lunghe conversazioni nei Colloqui.

Dopo una lunga incubazione, durata una quindicina d'anni, Martini si ricordò di quelle sequenze nel momento in cui, secondo la testimonianza di Nardo Dunchi, vide una ragazza nuotare sotto un pontile, a Marina di Carrara nel 1941. In effetti, osservando dall'alto l'opera, egli sembra aver voluto ricreare visivamente la medesima rifrazione ottica e lo schiacciamento visivo che subisce un corpo immerso nell'acqua.

 

In quel momento a Carrara si era recato per scegliere l'enorme blocco di marmo (quattordici tonnellate) su cui scolpire la statua di Tito Livio, commissionata a Martini in occasione del bimillenario della nascita e collocata nel 1942 nell'atrio del "Liviano", sede dell'Università di Lettere di Padova, con alle pareti gli affreschi di Massimo Campigli, dove ancor oggi si può vedere.

Proprio da una grande scheggia tolta in fase di sgrossatura dalla schiena del Tito Livio nacque Donna che nuota sott'acqua e questo aggiunge all'opera una suggestione particolare: è dei grandi scultori, infatti, la capacità di individuare nella pietra ciò che essa già contiene. Ricorda in una certa misura l'impresa michelangiolesca del David (1501/1504), ricavato nel marmo, nonostante il gigantesco blocco - alto oltre cinque metri - presentasse al suo interno una fenditura irregolare che, in precedenza, aveva fatto desistere Agostino di Duccio e Antonio Rossellino.

 

"È alquanto complicato, è l'uomo dalle mille facce e dalle mille sorprese", dirà Lionello Venturi nel 1930, cercando di descrivere Arturo Martini. Lo troviamo agli esordi nella sua Treviso con mano già sicura e passo spavaldo, quasi "avesse le ali", ricorderà Comisso, pur costretto ai lavori più umili per sostenere la propria passione. Le prime esperienze con la terracotta, la ceramica. Nel 1909 è a Burano con Gino Rossi, anni durissimi. Poi andrà a Monaco e nel 1913 a Roma. L'anno successivo una seconda volta a Parigi, sempre per nutrire il proprio talento. A Milano, sostenuto criticamente da Margherita Sarfatti, a Roma da Mario Broglio; non lontano dalla capitale, verso la metà degli anni '20, si trasferirà ad Anticoli Corrado, paese d'artisti. Nel frattempo s'era sposato in Liguria: Vado Ligure, Albisola, Savona. Mentre le dita premono la terracotta, arrivano le prime commissioni pubbliche.

Il fascismo si accorse di lui e fu pronto a considerare la sua "classicità", più che un elemento estetico, una condizione sufficiente per inserirlo all'interno di un programma di espansione ideologica che porterà ai risultati che sappiamo. Dirà: "Scusatemi, io sono un uomo d'azione, non un uomo politico".

  

Fu tanto classico quanto moderno. Nelle sue opere l'arte antica - egizia, greca, etrusca - confinava con la sua ricerca espressiva, talvolta in modo sorprendente. Ma vi è stato sempre un punto di non adesione, di sofferta rottura; di necessaria indipendenza. Come quando, quasi ultimata la Donna che nuota sott'acqua, egli ordinò improvvisamente all'operaio che a Carrara lo assisteva in laboratorio, di prendere il martello da cavatore e di assestare un colpo preciso all'altezza del collo, così da farne saltare di netto la testa. Una scelta formale, per decontestualizzare l'opera, ma anche un gesto lacerante, drammatico, rivelatore, autobiografico. Un gesto che guarda al futuro, quasi ad indicare la strada ad artisti quali Alberto Viani, per fare solo un nome. Niente a che vedere col martello che Michelangelo scagliò contro il Mosé. Nel sottolineare la fragilità del pensiero e dell'opera, Arturo Martini l'ha resa eterna.

Carrara, dunque. Proprio agli inizi degli anni Quaranta, in un prolungato momento di crisi che lo aveva portato ad allontanarsi dalla materia e, in particolar modo, dalla scultura monumentale, Martini si dedica alla grafica e alla pittura. In uno dei dipinti più intensi realizzati in quel periodo e intitolato Le cave di marmo, egli conferma il suo legame con le Alpi Apuane: rilievi modificati nel loro profilo sin dall'antichità, in particolare proprio verso Carrara, dall'estrazione del pregiato e luminosissimo marmo. La tela, trattata con toni bruni alternati a tonalità più rosate, smunte dal sole, presenta nella parte bassa della composizione una serie di inserti paesaggistici sintetici ed elementari. Altra cosa sono i monti: fatti di materia e di energia espressiva scandiscono con decisione lo spazio. In quella larga fascia orizzontale riconosciamo Martini: tra Wotruba e Leoncillo, non a caso due scultori.     

Bello ritrovare proprio adesso, nel giorno del suo compleanno, le parole di Giovanni Comisso:

 

"Una mattina del marzo del 1947, arrivato in città dalla mia casa di campagna, uno mi disse che Martini era morto, e mi fu naturale chiedere: - Quale Martini? - tanto non potevo associare l'idea della morte col mio indissolubile amico".

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