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Cultura | 06 agosto 2026 | 13:45

Il cono del Vesuvio come il collo di una bottiglia di Coca Cola? Con occhio cinico, ma intelligente, Andy Warhol trasforma in arte le icone del presente

"Non è quello che sei che conta, ma quello che pensi di essere". Andrew Warhola (successivamente trasformato in Warhol), nacque a Pitsburgh in Pensylvania, il 6 agosto del 1928. In occasione dell'anniversario, ripercorriamo alcuni tratti fondamentali del suo percorso artistico

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Quando alla fine degli anni Cinquanta, soprattutto tra il 1960 e il 1962, con l'esperienza nel campo della pubblicità alle spalle, Andy Warhol imbocca la via maestra e decide di dedicarsi completamente all'arte ha la formidabile intuizione di bloccare lo sguardo sul presente. 

 

Cosa vede? Niente che già non avesse visto in precedenza. Si accorge però che è in atto un ribaltamento percettivo dei valori: gli stati d'animo dall'interno premono verso l'esterno. A pianificare il cambiamento è una struttura economica capace di creare nell'epidermide della vita una serie di attese e di desideri estremamente "raggiungibili". Già allora - ancor più oggi - la banalità del quotidiano aveva iniziato ad assumere un valore culturale aggregante, democraticamente livellato verso il basso: "A pensarci bene, i grandi magazzini sono un po' simili ai musei", dirà. 

 

Con occhio forse cinico, ma acuto e intelligente, Warhol trasforma questo in arte. Per la Pop Art americana e per lui in particolare, la forza attrattiva dell'oggetto, inserito nella struttura nervosa del vivere contemporaneo, è nella sua iconica presenza. Non vi sono retro pensieri. Con Marcel Duchamp, la cui sofisticata elaborazione critica lo precede di una cinquantina d'anni, non vi è nessun collegamento.

In questa serialità pellicolare, tutto scorre e tutto si ripresenta. Tanto è vero che Warhol posiziona nello stesso "ripiano" la bottiglia della Coca Cola, il tappo della Pepsi, la scatola della Campbell's Soup e i volti di chi si mette in fila per avere un suo ritratto. Lo stesso assetto visivo lo utilizza nella sequenza dei Disaster, quando a colpirlo sono i fatti di cronaca: scene di paurosi incidenti, di linciaggi, di camere con la sedia elettrica, di lotte razziali. Persino quando interviene serigraficamente sulla grande arte del passato, egli pare presentarla decongelata dal freezer della memoria, decontestualizzandola dalla propria epoca. Guarda caso, a catturare il suo interesse sono tutte opere di straripante popolarità, quali La Gioconda o l'Ultima Cena di Leonardo o la Venere di Botticelli, per fare solo tre esempi.

 

Opera tra le opere, Warhol reinventa anche se stesso, modificando in continuazione il proprio aspetto. Anche se in parte lo fa per esorcizzare la morte, nel momento in cui si presenta o si ritrae con improbabili parrucche egli completa il suo lavoro. In questo, se vogliamo, ricorda Salvador Dalì. Infatti, non meno spiazzanti di quelle del maestro surrealista, saranno le sue dichiarazioni: "Voglio essere una macchina, sento che quando faccio una cosa come se fossi una macchina ottengo il risultato che voglio". Altrimenti: "Se volete sapere di Andy Warhol, non dovete che guardare la superficie dei miei quadri, i miei film. Io sono lì. Non c'è nulla dietro". 

 

Si potrebbe saltare di citazione in citazione, così da rimanere intrappolati, come lui avrebbe voluto, in un labirinto senza uscita: "Non è quello che sei che conta, ma quello che pensi di essere". Molte sue affermazioni, infatti, hanno una funzione depistante, come quando, in più occasioni ha cercato di modificare persino il suo anno di nascita: "Io preferirei rimanere un mistero, non rivelo mai le mie radici, e in ogni caso quando mi chiedono spiegazioni al riguardo ne fornisco sempre una diversa".  Oggi però (in realtà da sempre), sappiamo con sicurezza che Andrew Warhola (successivamente trasformato in Warhol), nacque a Pitsburgh in Pensylvania, il 6 agosto del 1928, da Andrej e Julia, immigrati dalla Slovacchia. Altrettanto precisa è la data della morte, avvenuta a cinquantasette anni, nel 1987, a causa di un banale errore dell'anestesista, nel corso di una non complicata operazione alla cistifellea. 

 

Una vita intensissima e breve, che avrebbe potuto terminare addirittura diciannove anni prima, quando, nel giugno del 1968, Valéries Solanis, accesa femminista, presentatasi all'ingresso alla Factory dell'artista, puntò la pistola nella sua direzione, sparando quattro colpi: due perforarono entrambi i polmoni, quindi il fegato, l'esofago, lo stomaco e la milza. Giunto agonizzante all'ospedale fu salvato miracolosamente. Profonde rimasero le cicatrici, oltre che sul corpo, sul suo carattere.

 

Con l'Italia Warhol ebbe un legame particolare grazie al gallerista napoletano Lucio Amelio, conosciuto a New York negli anni Settanta: venne una prima volta, nel 1975, rimandovi tre giorni, sufficienti per cogliere l'energia della città partenopea, che con le sue contraddizioni l'artista trovò estremamente simile a New York. Tanto da fargli dire, con la solita irriverente sintesi, "Amo Napoli perché mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada". Vere "caldaie di energia", pronte a deflagrare. 

A Napoli, sempre grazie a Lucio Amelio, tornò nel 1980 e nel 1985. Le occasioni furono un memorabile incontro/confronto con l'artista tedesco Joseph Beuys, diametralmente opposto al suo modo di intendere l'arte e per presenziare alla mostra allestita al Museo di Capodimonte con 18 serigrafie dedicate al Vesuvio: Vesuvius, ciclo di grande impatto visivo. Ovviamente Warhol ritrae il vulcano in eruzione: anche in questo caso per esorcizzare il dramma e, al contempo, per spettacolarizzare la scena. 

 

Posizionate in mondi totalmente diversi vanno collocate le immagini che al medesimo vulcano dedicarono William Turner, Joseph Wright of Derby o il nostro Giuseppe De Nittis. Pur riprendendo a mano le parti serigrafate, osservandole non troveremo asperità materiche o i rilievi storici presenti nella grande tradizione figurativa europea, ma la liquida sostanza dei consueti suoi contrasti cromatici, stesi per creare in superficie campiture impenetrabili e piatte, separate dalla linea nera del contorno.

 

Il cono del Vesuvio come il collo di una bottiglia di Coca Cola? Nuovamente nel tragitto troviamo il suo pensiero: "Per me l'eruzione è un'immagine sconvolgente, un avvenimento straordinario ed anche un grande pezzo di scultura. Il Vesuvio per me è molto più grande di un mito, è una cosa terribilmente reale". Parole molto convincenti, prendiamole per buone.

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