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Cultura | 31 luglio 2026 | 06:00

L'Odissea può creare collegamenti inaspettati: ecco che Primo Levi incontra Ulisse, ritrovando un po' di umanità nella desolazione del lager

L'autore di "Se questo è un uomo" (di cui oggi, 31 luglio, ricorre l'anniversario della nascita) insegna che nei grandi classici della letteratura è possibile ritrovare la propria essenza di uomini anche nei contesti pensati per oscurare qualsiasi barlume di umanità

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

La mente a volte crea collegamenti difficili da spiegare. Così, dopo essermi lasciato attrarre al cinema dall'innegabile carica magnetica dell'Odissea di Christopher Nolan, i miei pensieri sono istintivamente tornati ad affacciarsi su due libri di Primo Levi (di cui oggi, 31 luglio, ricorre l'anniversario della nascita): La tregua e Se questo è un uomo.

 

In questi due capisaldi della letteratura italiana, gli episodi biografici dello scrittore/chimico torinese sembrano infatti inserirsi in può occasioni nei solchi simbolico-narrativi tracciati dalla figura di Ulisse.

 

Ne La tregua – il racconto dell'Odissea vissuta da Levi per tornare a casa dopo l'esperienza inumana del lager – si consolida l'importanza, per la società contemporanea, dell'epica peregrinante del rientro, contrassegnata da speranze e inquietudini, da sofferenze che si vanno a saldare a un dolore pregresso, dal graduale ritorno alla vita dopo aver affrontato lo sguardo mortale di un'umanità sedotta dall'efferatezza.

Pare quasi che, per riuscire a comprendere la complessità di certe parabole storiche, sia necessario incasellarle all'interno di un sistema narrativo conosciuto, saldo, identitario: "I poemi omerici", scrive Arianna Viesi su L'Altramontagna, "sono i cardini identitari di un sistema storico, sociale, letterario e culturale che, come un filo ininterrotto, giunge sino a noi".

 

Il sipario del lager si apre proprio con la privazione dell'identità, con la trasformazione degli internati in automi tutti uguali, con la loro spersonalizzazione attutata in modo mostruosamente sistematico al fine di recidere quel "filo ininterrotto" che lega al proprio sistema culturale e, di conseguenza, alla vita.

 

È in questo contesto che Ulisse torna nelle pagine di Levi, in Se questo è un uomo. È l'Ulisse dantesco (che perse la vita, spingendosi oltre i limiti voluti da Dio, per appagare la sua sete di conoscenza), evocato grazie a un non semplice esercizio di memoria dallo scrittore quando, insieme a Pikolo, si incammina verso le cucine per prelevare la marmitta di zuppa destinata Kommando chimico.

 

 Ancora una volta, per mezzo dell'eroe greco, Levi riesce a trasmettere ciò che pare ineffabile.

In questo preciso momento del libro emerge il tentativo dell'autore di riacquistare una dimensione umana – almeno durante il tragitto che porta alle cucine – in un contesto pensato appunto per oscurare qualsiasi barlume di umanità. Per farlo ricorda e racconta, proprio come un aedo, e nello sforzo richiesto dalla memoria individua dei parallelismi tra Ulisse e la sua esistenza.

Ha l'impressione di avvertire un'inquietante analogia tra il naufragio di Ulisse e il destino degli internati. Come lui stesso scrive, "l'uno e gli altri sono stati paradossalmente 'puniti', Ulisse per aver infranto le barriere della tradizione, i prigionieri perché hanno osato opporsi a una forza soverchiante, qual era allora l'ordine fascista in Europa".

 

Giunge così a scandire la celebre terzina, in cui sembra racchiusa l'essenza umana:

 

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.

 

In lager si vive come "bruti" poiché "virtute e conoscenza" vengono confinate ad occasionali attimi di pace. Questi rari momenti si possono tuttavia considerare di vitale importanza, perché nei grandi classici della letteratura è possibile ritrovare la propria essenza di uomini; la propria soggettività; il proprio mondo.

 

Ed è infatti così che, attraverso l'Ulisse dantesco, lo sguardo di Levi torna a posarsi sugli affetti più cari; sui paesaggi che gli hanno regalato dolci ricordi:

 

"E le montagne, quando si vedono di lontano… le montagne… oh Pikolo, Pikolo, di' qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino!"

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