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Storia | 06 agosto 2026 | 06:00

"Cosa desideri come regalo di laurea?" - "Una campana sulla vetta del Campanile di Val Montanaia, da collocare insieme agli amici". Fu commissionata a una fonderia di Padova e pesava 5 chili

"Un campanile senza campana è una torre morta, e mi parve più che logico ravvivare il più bel campanile naturale con un sacro bronzo, che lassù non avrebbe deturpato minimamente la straordinaria composizione rocciosa". Quest'anno ricorre il centesimo anniversario dalla posa della celebre campana del Campanile di Val Montanaia: proviamo a ripercorrerne la storia

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Abbiamo intenzione di farti un regalo di laurea. Che cosa desideri?" A volte basta una semplice domanda, una proposta aperta, per concretizzare un sogno. A volte servono degli amici per trovare il coraggio di dare quelle risposte a cuore aperto, senza vergogna, dove l'esprimersi diventa una delle forme più alte di libertà.

 

A questa domanda Severino Casara ha risposto così: "Desidererei tanto di recare con gli amici, una campana sulla vetta del Campanile di Val Montanaia", come racconta lui stesso nell'articolo La Campana del Montanaia. 

 

Che cos'è un campanile senza la sua campana? Deve essersi domandato Severino Casara assieme ai 21 alpinisti che decisero di posare, il 19 settembre del 1926, la notissima campana in cima al "campanile più bello del mondo".

 

Oramai più di centocinquant'anni fa il Campanile e la sommità della Val Montanaia erano il regno del silenzio. I valligiani non osavano arrivare fin lassù: le ghiaie che contornavano le crode, infatti, rendevano troppo faticoso e inutile l'uso di quegli sprazzi di prato, con il bestiame si fermavano al Pian di Meluzzo, non proseguivano oltre. Da tempi immemori, infatti, quelle alte terre erano solo dominio dei cacciatori di camosci, ma dal 7 settembre del 1902 in poi il Campanile e le cime che intorno lo coronano entrarono nella storia dell'alpinismo: quel giorno i triestini Napoleone Cozzi e Alberto Zanutti documentarono il primo tentativo di ascesa alla vetta che diede però esito negativo. Solo dieci giorni più tardi, il 17 settembre, l'impresa fu compiuta dagli alpinisti austriaci Victor Wolf von Glanvell e Karl von Saar.

 

Quel millenario silenzio stava per essere rotto dal suono di una campana al grido del motto: "Audentis resonat per me loca muta triumpho", "un esametro latino dettato dal prof. Lionello Levi di Venezia: 'A coloro che oseranno salire fin quassi questi luoghi silenziosi risuoneranno di gioia'", racconta sempre Casara.

 

"Amo la montagna come la natura ce l'ha donata, senz'alcun artificio umano, e anche per questo non vedo volentieri le croci issate su molte cime. La vetta per me è una meta di gioia e di liberazione e non un calvario. Lassu preferisco la luce del Tabor alle tenebre del Golgota. Mi duole anche il fatto che quei patiboli, in disarmonia colle proporzioni, visti lontani dal basso sembrano parafulmini, e ci travisano il loro sublime significato. Ma un campanile senza campana è una torre morta, e mi parve più che logico ravvivare il più bel campanile naturale con un sacro bronzo, che lassù non avrebbe deturpato minimamente la straordinaria composizione rocciosa", queste sono le considerazioni che spinsero Casara a concepire l'idea di porre la campana sulla sommità del "monte più illogico".

 

L'idea della posa della campana nasce sotto il segno della amicizia e dal desiderio di tenere vivo a lungo quel legame fraterno che legava il nutrito gruppo di alpinisti. Dopo averne discusso tra di loro, la compagine decide di ordinare alla fonderia "Daciano Colbacchin & figli fonditori in Padova" una campana di bronzo dal peso di circa 5 chili.

 

Così il 19 settembre 1926 i 22 alpinisti si riunirono con il vivo desiderio di compiere questo alto gesto, tra i partecipanti erano presenti: Luisa Fanton, Maria Breveglieri, Marcello Canal, Severino Casara, Bruno ed Ettore Castiglioni, Paolo Fanton, Renzo Granzotto, Ferdinando Stefani. Antoni Berti mancava solo perché occupato dal lavoro. Questi nomi già da soli potrebbero far echeggiare grandi imprese alpinistiche di quei decenni, ma la vera ragione per cui si radunarono non era quella di autocelebrarsi, né di rivaleggiare gli uni contro gli altri, ma di affidare il ricordo delle vittime della Grande Guerra al muto risuonare del bronzo. Infatti, molti di loro avevano vissuto il conflitto bellico sulla loro pelle ed alcune famiglie erano state segnate da dolorosi lutti, in particolare la famiglia Fanton che aveva perso Umberto, morto a soli 28 anni precipitando da un aereo nel 1918 sul Monte Grappa.

 

Tanta la trepidazione di vincere quell' "iroso gigante", come lo definisce Marcello Canal, che "Lesti ci buttiamo giù per le ghiaie fino ai piedi del Campanile; non mai egli vide accanto a sè tanta gente in agguato, affaccendata a mettersi in corda e a distribuirsi arnesi insoliti", racconta sempre Canal nell'articolo La straordinaria campana del maggio-giugno 1926 su la rivista mensile del Cai. Quel giorno furono percorse varie vie di salita per non intralciarsi a vicenda, Paolo Fanton trasportò in cima il treppiede, mentre Ferdinando Stefani, soprannominato Fra Genziana dagli amici, la campana avvolta in stracci, che per l'ultimissimo tratto fu issata fino alla vetta a braccia.

 

"L'aria è ferma nell'attesa del miracolo che sta per compiersi in quel vallone silente. Siamo curiosi di noi stessi, come ansiosi dell'emozione dalla quale saremo presto pervasi e acceleriamo le vigorose botte al curioso treppiede. La campana bronzea già brilla nel sole, viene appesa e Luisa Fanton, la madrina dei rifugi e delle cime, le siede accanto e in cospetto all'infinito fa vibrare raggiante i primi magici rintocchi. Dire della nostra emozione mi è impossibile...", così descrive il momento del primo rintocco della campana Canal.

 

Cinquant'anni dopo un fulmine precisissimo colpì la campana danneggiandola irrimediabilmente, il Cai di Pordenone chiese se fosse possibile riparare il danno alla stessa fonderia che l'aveva realizzata mezzo secolo prima, ma il parere fu negativo, era dunque necessario cambiarla. La seconda posa avvenne il 30 settembre del 1976, realizzata da due alpinisti pordenonesi Ezio Migotto e Silvano Zucchiatti. Inizialmente l'idea era di far coincidere la data con il 17 o 19 settembre ma, a causa del tristemente noto terremoto del Friuli, furono costretti a rimandare verso la fine del mese.

 

Nel 2019 è stata nuovamente danneggiata, colpita anche questa volta forse da un fulmine, e grazie ad un crowdfunding, ne è stata realizzata una nuova copia, messa in posa dal Cai di Pordenone, non più però realizzata in bronzo ma in una lega metallica che dovrebbe ovviare al problema dei fenomeni temporaleschi.

 

A quasi cento anni dalla prima posa, il 19 settembre di quest'anno infatti ricorrerà il centenario, il perpetuo risuonare della campana che rievoca il ricordo delle vittime della Grande Guerra sembra quasi il concreto realizzarsi di uno dei più famosi versi oraziani: "Exegi monumentum aere perennius" (Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo). Orazio con questo verso afferma che la poesia ha il fascinante potere di durare più a lungo di un monumento, che il dolce suono delle parole è in grado di resistere, anche più delle piramidi, all'incessante scorrere del tempo. Chissà se quei 22 alpinisti quella serena domenica di settembre si sarebbero mai immaginati che quella campana avrebbe suonato così a lungo e che quell'impresa così umana, nata da alti ideali, ma fatta anche di forza e di muscoli che servirono per sollevare quel peso fino alla vetta, si sarebbe intrisa di una così grande poeticità che dura fino ad oggi. E ad ogni rintocco ancora intona: "Audentis resonat per me loca muta triumpho".

 

Quindi quando ancora udite il festoso eco di quella campana, ricordate il valore dell'amicizia, le vittime di oggi e di ieri in montagna e di quanta forza racchiuda in sé il gesto di fare un regalo.

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