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Idee | 24 settembre 2026 | 06:00

C'è un albero di venti metri disteso da giorni nel parco, abbattuto senza spiegare il perché: una scena che si fa simbolo di un'occasione persa e della scelta di agire senza comunicare

Spesso ci troviamo davanti a iniziative che coinvolgono gli spazi cittadini senza avere modo di comprenderle, semplicemente perché non vengono spiegate: l'azione non è preceduta dalla comunicazione. L'abete a terra dietro la rete diventa il simbolo di molti altri aspetti del vivere in una comunità, sollevando alcuni interrogativi sul valore del verde urbano e sull'assenza di condivisione di scelte che possono avere un'importanza collettiva

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

C'è un albero di circa venti metri disteso a terra in un piccolo parco, lo occupa quasi nella sua interezza. Le fronde, prima mosse dal vento, se ne stanno ammucchiate, immobili, ad avvolgere il lungo tronco adagiato sul terreno fangoso.

 

Quell'abete rosso svettava nell'area verde da circa mezzo secolo e ora giace orizzontale, abbattuto dal lavoro rapido e preciso di una motosega. Perché? Era malato? Era cresciuto troppo? Rappresentava un pericolo? La sua manutenzione era troppo onerosa? Non è dato saperlo. Ed è proprio questo il punto.

 

Sempre più spesso ci troviamo davanti a scelte che coinvolgono gli spazi pubblici senza avere modo di comprenderle, semplicemente perché non ci vengono spiegate: l'azione non è preceduta da alcuna comunicazione. Quando succede, questa totale assenza di condivisione di informazioni spesso lascia la comunità interdetta. "Boh", è l'espressione più frequente.

Quell'albero si fa simbolo di questa dinamica. Sicuramente il suo taglio è frutto di un'accurata valutazione da parte di esperti e magari fa parte di un piano migliorativo (ce lo auguriamo), ma al momento resta l'assenza di un elemento che faceva parte di questa porzione di paesaggio urbano. Negli ultimi cinquant'anni l'abete ha accompagnato la vita del quartiere; quando ancora si poteva raggiungere la punta, veniva addobbato dagli abitanti per le feste di Natale; aveva resistito ai venti sferzanti di Vaia e se ne stava lì, a fare ombra e assorbire qualche chilo di anidride carbonica ogni anno. Qualcuno ha deciso che potremo farne a meno, e la scelta può anche essere legittima e motivata, ma come facciamo a saperlo se non ne siamo resi partecipi? Vale per l'albero, ma anche per molti altri aspetti del vivere in una comunità.

 

Comunicare significa proprio rendere comune, far conoscere, far sapere. Perché non rendere comune qualcosa che già ci accomuna? Perché non raccontare quali sono le intenzioni, i progetti, i problemi di uno spazio a disposizione di tutti?

 

Emergenza, urgenza e necessità sono fattori che, talvolta inevitabilmente, inducono ad adottare questo modo di agire. Troppo spesso, però, la modalità frettolosa e silenziosa entra in azione anche quando ci sarebbero le condizioni per muoversi diversamente. E, quando accade, è senza dubbio un'occasione persa.

 

Si perde l'opportunità di condividere cosa si intende fare di uno spazio pubblico: pertanto la comunità si ritrova, a giochi fatti, davanti a iniziative realizzate senza alcun coinvolgimento, come se questo passaggio fosse superfluo, inutile, magari controproducente.

 

È innegabilmente difficile comunicare: espone al confronto e richiede una presa di responsabilità, ma è anche un'azione di responsabilità. Di responsabilità, sulle istituzioni, ne pesano molte e spesso queste azioni drastiche hanno proprio l'intento di sgravarle da alcuni oneri. Umanamente, è comprensibile. Ma perché non dichiararlo, quando accade?

 

Ai cittadini viene chiesto di avere fiducia nel lavoro delle istituzioni, ed è giusto, ma come si può coltivare questa fiducia trovandosi di fronte alle cose fatte e mai spiegate, a decisioni calate dall'alto che poi plasmano la quotidianità?

Intendiamoci, questi interrogativi non hanno affatto l'intento di opporsi al taglio di un albero per partito preso, tanto più in un capoluogo caratterizzato da una buona presenza di verde urbano (potete verificare il piazzamento della vostra città in questa infografica interattiva del Sole 24ore, che valuta diversi indicatori relativi all'ecosistema urbano) e in cui è evidente l'avanzata del bosco nelle aree non urbane. Ma come spiegava bene Mauro Varotto in questo editoriale pubblicato su L'Altramontagna, "non conta quanti alberi ci sono in una città, ma dove sono e che ruolo hanno nel nostro quotidiano". Per questo, anche in una città circondata dalla vegetazione, tagliare un albero in un quartiere non ha lo stesso significato di tagliarne uno dove questi abbondano. Non è l'azione che viene messa in discussione, ma il metodo.

 

Il taglio dell'abete in questione ha richiesto pochi minuti. Nessun cartello, nessun avviso, nessuna comunicazione hanno preceduto il rumore della motosega, la voce degli operatori che si scambiavano istruzioni, lo scricchiolio del tronco che cede all'inclinazione e infine lo schianto.

 

Poco dopo gli incaricati sono andati via e sono arrivati dei ragazzini del quartiere, si sono fermati lì davanti e l'hanno osservato, in silenzio. Le mani sulla rete, senza parole.

Da giorni, proprio davanti alla finestra, vedo questa scena che, ai miei occhi, è l'amara rappresentazione di un'occasione persa. Un'occasione persa che questa volta ha l'aspetto di un tronco spezzato e il profumo di resina.

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