"Rinchiudersi in casa ad aspettare / qualcosa che mai si farà". L'autunno, per Francesco Guccini, era una "metafora lucida": il tempo dell'osservazione, del ricordo, dell'introspezione

Alle 2:05 della notte appena passata c'è stato l'equinozio d'autunno, che dà il via a una stagione da sempre narrata da poeti e scrittori e raccontata, con dolce malinconia, anche in una canzone scritta da Francesco Guccini, il grande cantautore italiano recentemente scomparso

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Durante la notte appena passata, poco dopo le due di mercoledì 23 settembre, è ufficialmente finita l'estate e iniziato l'autunno. Alle 2:05 c'è stato, infatti, l'equinozio d'autunno, uno di quei due unici momenti dell'anno (insieme all'equinozio di primavera) in cui in tutto il mondo il giorno ha la stessa durata della notte, poiché il Sole si trova allo zenit dell'equatore della Terra.
L'autunno è una stagione da sempre narrata da poeti e scrittori e raccontata, con dolce malinconia, anche in una canzone scritta da Francesco Guccini, il grande cantautore italiano recentemente scomparso.
Autunno, pubblicata nell'album Stagioni del 2000, guarda a questa stagione mostrando al tempo stesso ciò che accade fuori, nel territorio che ci circonda, e dentro di noi. Un pugno allo stomaco ma al tempo stesso una carezza.
Un'oca che guazza nel fango,
un cane che abbaia a comando,
la pioggia che cade e non cade
le nebbie striscianti che svelano e velano strade.
Profilo degli alberi secchi,
spezzarsi scrosciante di stecchi,
sul monte, ogni tanto, gli spari
e cadono urlando di morte gli animali ignari.
L'autunno ti fa sonnolento,
la luce del giorno è un momento
che irrompe e veloce è svanita:
metafora lucida di quello che è la nostra vita.
L'autunno che sfuma i contorni
consuma in un giorno più giorni,
ti sembra sia un gioco indolente,
ma rapido brucia giornate che appaiono lente.
Le nebbie striscianti, la pioggia che cade e non cade, gli spari dei cacciatori. Ma al tempo stesso una metafora lucida, un gioco indolente, qualcosa che succede in noi. L'autunno entra così negli occhi e nelle viscere, ci scava dentro e ci costringe, anche solo per un attimo, a fermarci, a riflettere, a cedere a quei pensieri grevi, a quel rodere sordo, che ciascuno si porta dentro.
Odori di fumo e foschia,
fanghiglia di periferia,
distese di foglia marcita
che cade in silenzio lasciando per sempre la vita.
Rinchiudersi in casa a aspettare
qualcuno o qualcosa da fare,
qualcosa che mai si farà,
qualcuno che sai non esiste e che non suonerà.
Rinchiudersi in casa a contare
le ore che fai scivolare
pensando confuso al mistero
dei tanti "io sarò" diventati per sempre "io ero".
Rinchiudersi in casa a guardare
un libro, una foto, un giornale
e ignorando quel rodere sordo
che cambia "io faccio" e lo fa diventare "io ricordo".
Autunno come tempo dell'osservazione, del ricordo, dell'introspezione. Autunno come specchio del tempo che passa, come luogo in cui ordinare le cose della vita, dividendo ciò che conta e che resta da ciò che, alla prova del tempo, si sbriciola in pochi istanti.
La notte è di colpo calata,
c'è un'oscurità perforata
da un'auto che passa veloce
lasciando soltanto al silenzio la buia sua voce.
Rumore che appare e scompare,
immagine crepuscolare
del correre tuo senza scopo,
del tempo che gioca con te come il gatto col topo.
Le storie credute importanti
si sbriciolano in pochi istanti:
figure e impressioni passate
si fanno lontane e lontana così è la tua estate.
Un autunno, quello narrato da Guccini, all'apparenza greve e triste, che tuttavia, nell'ultima strofa della canzone, si rivela necessario. Perché l'autunno è temuto, sì, ma anche aspettato. Una stagione dell'anno, ma anche della vita (Guccini ha scritto questo testo a sessant'anni), densissima di significati.
E vesti la notte incombente
lasciando vagare la mente
al niente temuto e aspettato
sapendo che questo è il tuo autunno...
che adesso è arrivato…












