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Cultura | 14 settembre 2026 | 19:00

"La transumanza è sempre più difficile e il pastore è diventato una figura scomoda: mobile in un mondo che richiede stabilità, percepito come intruso in pianura e come residuo folklorico in montagna"

In molte aree alpine e appenniniche, con l'arrivo dell'autunno, si celebrano la transumanza e il ritorno dagli alpeggi. Ma come leggere, oggi, queste pratiche, provando ad andare oltre il folklore? Un passaggio da "Pastori, animali e pascoli", di Luca Battaglini

In molte aree alpine e appenniniche, con l'arrivo dell'autunno, si celebrano la transumanza e il ritorno dagli alpeggi. Pratiche antichissime che, come sostiene Luca Battaglini nel suo libro Pastori, animali e pascoli (People, collana L'Altramontagna), rappresentano alcune tra le principali forme di gestione del territorio montano.

 

Ma come leggere, oggi, queste pratiche, provando ad andare oltre il folklore?

 

Per rispondere a questa domanda proponiamo un passaggio particolarmente significativo del libro di Battaglini, in cui razze animali e paesaggio si intersecano, tra storia e attualità.

 

Parole che fanno riflettere non solo sul ruolo della pastorizia, ma anche sul futuro dei nostri territori montani e di quel "paesaggio culturale" che abbiamo ereditato dopo secoli di gesti "antichi, ripetuti, ostinati", proprio come la transumanza. 

 

 

Le razze alpine non sono standardizzate: diffe­riscono per taglia, metabolismo, comportamento e attitudine al pascolo. Sono rustiche, longeve e frugali: una strategia, non un limite. La montagna non tollera a lungo soggetti inadatti: pendenze, va­riabilità dei pascoli ed escursioni termiche hanno favorito animali robusti, efficienti e prudenti.

 

[…] Questi animali di montagna non sono solo "diversi". Sono spesso in movimento. La transumanza è una delle pratiche che hanno reso possibile la conservazione di questa biodiversità: spostare gli animali seguendo l'erba, l'acqua, le stagioni, non per andare altrove, ma per restare in equilibrio.

 

In questo senso, la transumanza non è nostalgia, ma un gesto. Un gesto antico, ripetuto, ostinato, che consiste nel muoversi per continuare ad abitare un territorio senza consumarlo.

 

Oggi la parola "transumanza" evoca immagini potenti - greggi in cammino, campanacci, paesag­gi aperti - ed è stata riconosciuta dall'UNESCO nel 2019 come Patrimonio culturale immateriale. Ma questo riconoscimento arriva quando la pratica è già fragile. Questa fragilità trova riscontro anche nei nu­meri.

 

Nelle aree alpine italiane, i prati e pascoli coprivano nel 2010 poco più di 800mila ettari, con una riduzione di circa il 27% rispetto al 1990. Nello stesso periodo, il numero di aziende bovine si è dimezzato (-51%), mentre il numero di capi è diminuito in misura più contenuta (-23%), segno di una forte concentrazione degli allevamenti.

 

Un'evoluzione analoga si osserva per le vac­che da latte, scese sotto le 200mila unità, a fronte però di un aumento significativo della dimensione media delle aziende e di un passaggio a linee pro­duttive più orientate alla carne (vacca/vitello), con bovine che alpeggiano o transumano con i propri piccoli, allattandoli, e non vengono più munte. Nei comparti ovino e caprino, invece, a una ri­duzione del numero di aziende si è accompagnato un leggero aumento dei capi allevati, con greggi più numerose ma meno distribuite sul territorio.

 

I dati più recenti confermano questa tendenza. Il censimento agricolo del 2020 evidenzia un for­te calo del numero complessivo di aziende (-30% rispetto al 2010), accompagnato da un aumento della loro dimensione media, più che raddoppia­ta negli ultimi decenni. Anche nelle aree monta­ne questo processo si traduce in una progressiva concentrazione delle attività e in una riduzione del presidio diffuso del territorio.

 

Dunque, meno aziende che transumano, pre­senza non capillare, ma sistemi più grandi e con­centrati. Un cambiamento che ha inciso profonda­mente anche sul rapporto tra allevamento, pascolo e territorio.

 

Le radici della transumanza sono antiche. Già in epoca romana esistevano percorsi strutturati, i calles, che collegavano montagne e pianure. Nel tempo, questi movimenti si sono organizzati in sistemi complessi, come i tratturi appenninici, la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia o la Mesta spagnola. Non erano semplici spo­stamenti, ma vere infrastrutture territoriali che regolavano accessi, diritti ed economie. Accan­to a questa organizzazione emergeva, come ele­mento costante, il conflitto tra allevatori e agri­coltori, tra mobilità e proprietà, tra consuetudini e norme. La transumanza è sempre stata anche negoziazione.

 

Ma qui è utile distinguere tra la transumanza propriamente detta, tipica soprattutto dell'Appen­nino, basata su lunghi spostamenti stagionali tra pianure e montagne, e l'alpeggio alpino, fondato invece su movimenti verticali più brevi e ciclici tra fondovalle, maggenghi e pascoli d'alta quota. Se la prima ha storicamente riguardato soprattutto greggi ovine e caprine, la seconda si è progressi­vamente strutturata, soprattutto a partire dall'età moderna, attorno all'allevamento bovino da latte e alla produzione casearia.

 

[…] Che si tratti di mandrie o di greggi, emerge con chiarezza come la transumanza non sia mai un semplice spostamento tra due punti, ma una prati­ca spaziale complessa, che prende forma attraverso una sequenza di luoghi riconosciuti e nominati. È in questa trama, fatta di alpeggi e vie di passaggio, che il paesaggio pastorale si costruisce e continua a essere abitato.

 

[…] Oggi transumare è sempre più dif­ficile. Il territorio è frammentato, regolato, attra­versato da infrastrutture, e ogni passaggio richiede mediazione e negoziazione. Il pastore diventa una figura scomoda: mobile in un mondo che richiede stabilità, percepito come intruso in pianura e come residuo folklorico in montagna. Eppure, la transu­manza ci ricorda che il paesaggio non è uno sfondo immobile, ma un processo vivo, costruito nel tem­po. E che il territorio non è fatto solo di proprietà, ma di relazioni: tra persone, animali e luoghi, tra comunità diverse che si incontrano lungo i cammini.

 

Se la montagna rischia di svuotarsi, la transu­manza mostra l'altra possibilità: una montagna che esiste solo se attraversata, non occupata; non con­sumata, ma percorsa. E forse è proprio questo il punto più difficile da accettare oggi: che per resta­re, a volte, bisogna continuare a camminare.

 

Per acquistare il libro: www.peoplepub.it/pagina-prodotto/pastori-animali-e-pascoli


Foto di copertina: Camilla Dibari​ (Wikimedia Commons). Transumanza nel Parco nazionale degli Écrins, in Francia, Fotografia realizzata nel contesto del progetto LIFE PastorAlp - http://www.pastoralp.eu/.

la rubrica
La montagna nei libri

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".

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