"Vivo da topo di città per cinque giorni e poi mi salvo andando non in un paese, ma in un borgo. È tutto falso". Ecco perché "borgo" non è sinonimo di "paese"

"Il borgo è come una sorta di insediamento per sottrazione, caccio tutto quello che non è funzionale alla bellezza estetica. Passi il weekend pensando di andare a mangiare cose tipiche, e poi te ne vai senza accorgerti che lì c'è la comunità". In una recente puntata del podcast "Globo", de Il Post, il conduttore Eugenio Caù dialoga con Domenico Cersosimo, presidente di "Riabitare l'Italia". Tra le altre cose, l'ospite si addentra in maniera molto attenta nella differenza tra "paesi" e "borghi", ragionando sulla problematicità dell'utilizzo di quest'ultimo termine

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sembra che in un particolare momento, il termine "borgo" sia andato incontro a una fortissima inflazione e - soprattutto - distorsione. Social, cartelloni, agenzie non fanno che raccontare al mondo il meraviglioso patrimonio dei "borghi" della Penisola. Come accade quando si ripete una parola più e più volte, il termine è appassito tra le nostre labbra.
Nel 2002 è nata l'associazione "I borghi più belli d'Italia", "allo scopo di valorizzare e promuovere il grande patrimonio di storia, arte, cultura e paesaggi presente nei piccoli centri italiani". Ne fanno parte oltre 360 Borghi selezionati e certificati, "che sono l'espressione della Bellezza e del fascino di cui l'Italia è leader nel mondo". Per diventare borgo - si legge tra i vari requisiti - il paese non deve superare i duemila abitanti, offrendo al contempo "un patrimonio di qualità".
È stato poi creato il "MIB – Mercato Italiano dei Borghi", finalizzato alla "promozione delle filiere produttive a forte connotazione territoriale e di qualità". Ed ogni anno, su impulso della Rai, una frazione d'Italia diventa il "Borgo dei Borghi": un riconoscimento che, quest'anno per la tredicesima edizione, è toccato a Cingoli, in provincia di Macerata.
Per concludere (ma la rassegna sarebbe molto più ampia), nel 2022 il Governo ha stanziato un finanziamento di 21 progetti pilota "per la rigenerazione culturale, sociale ed economica di borghi a rischio abbandono", con uno stanziamento di 20 milioni di euro dal PNRR per ogni singolo borgo. Anche da questo progetto, passato alle cronache come "Bando Borghi", è nato il libro Contro i borghi, pubblicato da Donzelli Editore e a cura di Domenico Cersosimo, presidente di "Riabitare l'Italia", Antonio De Rossi, membro del comitato scientifico de L'Altramontagna, e Filippo Barbera.
In una recente puntata del podcast "Globo", de Il Post, il conduttore Eugenio Caù dialoga proprio con Domenico Cersosimo. Si parla di aree interne e di "restare nei luoghi da cui tanti vogliono partire". Tra le altre cose, l'ospite si addentra in maniera molto attenta nella differenza tra "paesi" e "borghi", e sulla problematicità dell'utilizzo di quest'ultimo termine.
Interessante, per inoltrarci nel discorso di Domenico Cersosimo che andremo a leggere qui di seguito - e qui ci viene in aiuto la Treccani - è il fatto che dalle radici di burgus (il lemma latino da cui deriva "borgo") spunta anche la parola "borghese", da cui deriva a sua volta "borghesia": "In origine, abitante di un borgo, di una città, soprattutto con riferimento alla Francia; quindi, in genere, cittadino (contrapposto ai villani, ai rustici). Poi è diventato un riferimento di chi appartiene alla borghesia come entità sociale, politica, economica".
Restare, con Domenico Cersosimo | Puntata di "Globo" del 26 agosto 2026
Caù: Noi topi di città abbiamo una ben nota tendenza a idealizzare e romanticizzare le aree interne. In particolare abbiamo questa idea delle zone rurali, campestri e montane come zone di borghi, zone idilliche, zone di borghi, dove la vita è gentile e così via. Di recente qui a Milano va abbastanza di moda andare in Calabria e fare un road trip nella Calabria interna che è molto selvaggia, viene detto. Tu hai curato un libro che si chiama Contro i borghi. Ci puoi spiegare perché contro i borghi?
Cersosimo: Per combattere la borgo-mania, che è una proiezione borghese del mondo bucolico. È cercare, frequentare borghi rappresentati come esclusivi, unici, autentici diciamo. Chi vive in città aspira a passare un weekend per ricaricare le batterie, per assistere a eventi folkloristici estetizzanti, falsi, costumi inesistenti e così via.
Il borgo è come quel paradigma dell'autenticità, della bellezza, della lentezza: è una sorta di icona salvifica: vivo da topo di città per cinque giorni e poi mi salvo andando non in un paese ma in un borgo, in un'oasi non urbana, un'oasi di manufatti. Per carità, sempre pregiati: non c'è mai una casa diroccata, non c'è mai una casa non finita, sono tutte case bellissime quelle dei borghi. C'è sempre quiete, non ci sono i bar, non ci sono gli amplificatori, c'è un silenzio tombale. Dove c'è una natura sempre incontaminata, l'uomo non ha mai toccato nulla, ha sempre coltivato il paesaggio, l'ha migliorato. Dove ci sono sempre cibi autentici, che hanno sempre un sapore antico.
È tutto falso: la natura ormai è antropizzata, il cibo sa affatto di falso. Anche nelle aree più sperdute della Calabria ormai la pastasciutta è fatta con la Mutti, la stessa salsa che usi tu a Milano.
C'è tanta brutta Italia nella "bell'Italia", brutta ovviamente nei canoni estetici del turismo, delle cartoline; ma bellissima per le persone che ci abitano. Noi stiamo cercando (il borghese cerca) la bell'Italia in queste piazze. Ma la cosa peggiore è che il borgo calcifica la comunità locale, è un insieme informe armonico, omogeneo, una cosa del passato. Nel libro la chiamiamo un' "astrazione vetrificata", che contrappone per l'appunto il "borgo" al territorio. È come una sorta di insediamento per sottrazione il borgo, caccio che ci sta attorno, caccio tutto quello che non è funzionale alla bellezza estetica: non ci sono relazioni umane, non ci sono defunti, non c'è il cimitero, ci sono chiese senza fedeli, ammalati senza medici, musei senza visitatore, cibo senza agricoltura. È questo il borgo. Nel borgo non c'è mai una persona, solo manufatti. Strade con belle pietre semmai finanziate con fondi europei, ma non c'è mai la comunità. Passi il weekend pensando di andare a mangiare cose tipiche, come la nduja, e poi te ne vai senza accorgerti che lì c'è la comunità.
Per questo contrapponiamo borgo e paese: nel paese c'è la comunità, ci sono le persone, c'è il cimitero. Il borgo sostituisce il paese, non lo vede. Il borgo è un posto, il paese è un luogo dove ci sono conflitti, nelle famiglie, tra le famiglie, con il sindaco: non sono luoghi pacificati, sono luoghi vivi, dove ci sono le persone. E il borgo dimentica che, senza la felicità delle persone che ci vivono, il turista non può essere felice. Felice è un turista che trova una comunità accogliente.
Io stesso - scherzando - mi ero espresso su quelle cose stereotipate tipo le "fabbriche delle carezze". Il turista non sta cercando fabbriche delle carezze, sta cercando comunità. Nella città non gli manca tanto il buon cibo, gli manca la solidarietà, la prossimità, la comunità. Le città sono diventate agglomerati di eremiti. Alcuni turisti vorrebbero smettere di essere eremiti, ed immergersi in un contesto che gli accoglie in un contesto relazionale, per l'appunto in una "fabbrica di carezze". È questo che ti dà il paese, o meglio che può darti il paese: anche qui non bisogna mitizzare.
Il paese è soprattutto quotidianità, è qualità e quantità dei servizi necessari. Se manca la guardia medica, tu che vai in un paese "x" manco te ne accorgi, ma chi ci vive se ne accorge. Se manca lo sportello farmaceutico, tu non te ne accorgi, ma la gente di lì se ne accorge eccome. Se manca la scuola a te non importa un fico secco, ma per chi ci sta è un dolore. Quindi c'è una differenza abissale.
Il turismo che servirebbe alle aree interne è un tipo di turismo curioso dei luoghi, che ha voglia di compenetrarsi con la società locale, di capire come vivono quelle persone. Insomma di appaesarsi piuttosto che straniarsi. Il borgo è straniamento, il paese è appaesamento.
Perciò questa polemica contro i borghi, ma anche contro la visione e le politiche per i borghi. In quel periodo usciva questa politica, le linee sui borghi dell'allora ministro Franceschini che versavano un sacco di soldi, addirittura 20 milioni a ventuno borghi d'Italia (venti regioni più uno). Non 20 milioni per un paese e i suoi dintorni: no, venti milioni per un borgo soltanto. Quattrocentoventi milioni. Non è riempiendo di soldi un borgo che si risolve il problema: il problema sono i servizi, lo spopolamento, la rarefazione demografica… e non lo risolvi dando soldi a singoli borghi. Perciò questo titolo provocatorio, ma che era lanciare un sasso contro un vetro.












