Contenuto sponsorizzato
Cultura | 01 settembre 2026 | 19:15

"Nel momento in cui l'acqua venisse contaminata in percentuali maggiori il modello di business di alcune aziende scomparirebbe". La biodiversità è anche una questione economica. Ne parliamo con Valeria Barbi

L'escursione di Superpark di domenica 6 settembre, organizzata dal Parco Naturale Adamello Brenta e da Superflùo, condurrà al lago di Valagola. Assieme alle guide del Parco ci sarà un'ospite d'eccezione, la giornalista esperta di biodiversità Valeria Barbi, che ha percorso per due anni la Panamericana ( la grande via di comunicazione che unisce l'estremo Nord e l'estremo Sud del Continente americano) raccontando il rapporto uomo-ambiente ma anche la diversità di approccio delle comunità native

scritto da Marco Pontoni

L'escursione di Superpark - la manifestazione estiva del Parco Naturale Adamello Brenta organizzata assieme a Superflùo - prevista per il prossimo 6 settembre, "Coabitazioni", porterà i partecipanti dal Doss del Sabion al lago di Valagola, incantevole specchio d'acqua posto a 1.595 metri di altitudine, circondato dai boschi di abeti e larici, al cospetto delle Dolomiti di Brenta.

 

Assieme alle guide del Parco ci sarà come sempre un ospite d'eccezione: questa volta si tratta di Valeria Barbi, giornalista ambientale esperta di biodiversità. Barbi ha scritto fra gli altri Che cos'è la biodiversità, oggi (Edizioni Ambiente, 2022) e Dall'Alaska alla Patagonia. Viaggio attraverso gli ecosistemi più straordinari del mondo (Laterza, 2025), che racconta un lungo reportage di due anni lungo la Panamericana, la grande via di comunicazione che unisce l'estremo Nord e l'estremo Sud del Continente americano, assieme al fotografo e videomaker, nonché suo compagno di vita, Davide Agati.

 

Per GEO (Rai 3) Barbi cura una rubrica dedicata all'importanza della biodiversità e alla biomimesi. È inoltre responsabile della comunicazione di Salviamo l'Orso e fa parte della Commissione per la Comunicazione e l'Educazione dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN).

 

Barbi, iniziamo dal suo percorso. Da politologa a giornalista ambientale e viaggiatrice. Com'è avvenuto questo passaggio?

Mi sono laureata in Scienze internazionali e diplomatiche con una specializzazione nelle politiche climatiche europee e nel processo negoziale sul clima promosso dalle Nazioni Unite. Quindi la componente ambientale era presente già nel mio percorso di studi internazionali ma la mia idea è sempre stata quella di occuparmi di natura, di biodiversità e, in particolare di fauna selvatica. Per questo ho poi deciso di laurearmi anche in Scienza Naturali, una scelta quantomai vincente, oggi, visto che la crisi sistemica che affrontiamo richiede sia una conoscenza delle politiche e delle dinamiche internazionali, sia della scienza, in particolare dell'ecologia e della conservazione. Il mio lavoro oggi è fatto di svariate collaborazioni e attività che vanno dal giornalismo ambientale, alla consulenza in materia di comunicazione della conservazione, alle docenze, passando per la partecipazione ad eventi nazionali ed internazionali in qualità di esperta. Il focus principale, volessimo riassumerlo in un'unica espressione, è il rapporto tra essere umano e natura, in particolare la mitigazione dei conflitti. Da quasi due anni, infatti sono responsabile della comunicazione dell'associazione Salviamo l'Orso, che si occupa di conservazione dell'orso bruno marsicano e di educazione delle comunità locali alla convivenza con i plantigradi.

 

Veniamo al suo progetto principale dall'Alaska alla Patagonia. Com'è nato, come si è sviluppato?

Il progetto WANE - We Are Nature Expedition è nato perché dopo diversi anni di lavoro mi avevano chiesto di scrivere un libro per spiegare cosa fosse la biodiversità. Più scrivevo più mi rendevo conto che il termine veniva generalmente ignorato dal vasto pubblico. Sembrava quasi impossibile legare questa parola alla vita quotidiana. E il problema riguardava sia i cittadini sia le imprese e le organizzazioni. Così ho iniziato a discuterne con il mio compagno, che di professione è fotografo e consulente informatico. Insieme abbiamo pensato di realizzare un reportage sul campo, che nei piani iniziali sarebbe dovuto durare un anno ma alla fine è diventato biennale per la mole di materiale da raccogliere e per le storie che continuavamo a scovare quasi su base quotidiana. Da WANE sono nate due mostre, una sulla spedizione lungo la Panamericana e una sul rapporto tra comunità rivierasche del bacino amazzonico e fiumi, che inaugurerà a Palazzo Sarcinelli (Conegliano) il 2 ottobre nell'ambito del Festival Essere (in) Natura promosso da Savno Spa, progetti nelle scuole ed un webdoc con foto, storie, dati e tanto materiale accessibile gratuitamente a tutti. Ed il progetto continua.

 

Perché la Panamericana?

La Panamericana è la strada più lunga al mondo, attraversa in pratica tutti i biomi esistenti, e dà accesso ad un'enorme varietà e abbondanza di specie ed ecosistemi diversi. Al tempo stesso consente di raccogliere lungo il cammino moltissime storie diverse, fra cui quelle delle comunità native che abitano i territori interessati dal suo percorso. Pur non essendo, le comunità native, il focus del nostro progetto - che aveva come obiettivo realizzare una mappatura della Panamericana a partire dai cinque fattori di crisi della biodiversità: perdita di habitat, sovrasfruttamento, inquinamento, crisi climatica, diffusione di specie aliene - l'incontro con le comunità indigene ci ha consentito anche di avvicinarci ad altri approcci che non fossero quelli tipicamente occidentali, nei quali il rapporto con la natura è estremamente diverso rispetto a come lo intendiamo noi, e si basa sull'importanza di mantenere le relazioni esistenti tra gli esseri viventi, ed il sincretismo, ovvero la capacità di tenere assieme punti di vista e dimensioni diverse, compresa quella religiosa.

 

Quali sono le linee di tendenza generali che vi sembra di avere visto emergere, per quanto riguarda la crisi ambientale?

Una delle cose più impattanti è stata notare che tutti e cinque i fattori di crisi sono presenti in ogni angolo del pianeta. Ciò è risultato evidente sia in questo progetto sia in altre esplorazioni che abbiamo compiuto, compresa l'ultima, nell'Amazzonia brasiliana, il cui obiettivo era capire il rapporto fra comunità rivierasche e fiumi, elementi questi ultimi per troppo tempo ignorati dalle politiche di conservazione. La perdita di habitat è costantemente presente, ed è visibile anche ad un occhio non esperto, ad esempio nel passaggio da una foresta ancora incontaminata lungo gli affluenti dell'alto Rio Negro all'area che rientra nell'arco di deforestazione. L'impatto delle modificazioni ambientali è traumatico. Accade qualcosa del genere sulle nostre Alpi quando guardiamo i ghiacciai.

 

Il Parco Adamello Brenta negli ultimi due anni ha studiato il rapporto comunità umane-grandi carnivori con l'aiuto di antropologi dell'Università Ca' Foscari di Venezia e dei sociologi dell'Università di Sassari. Cosa ne pensa di questo approccio?

Penso sia fondamentale. Nei nostri progetti, e nei lavori di comunicazione che ne seguono, la relazione fra esseri umani e natura è uno degli elementi centrali. La cosa che abbiamo visto emergere più nettamente è come nel mondo occidentale il dualismo essere umano-natura sia ancora costantemente presente. È una visione che risale a Platone, poi ripresa e consolidata dal cristianesimo, per la quale l'uomo è gerarchicamente superiore alla natura. Il dualismo corpo-anima esprime in fondo il medesimo schema di relazione. Le comunità native non concepiscono questa separazione. L'essere umano è visto come un nodo di una rete di relazioni molto fitta. Le conseguenze, anche sul versante della comunicazione, sono evidenti. Non è difficile spiegare che se sciogli un nodo, poi l'altro, presto o tardi cadrà tutta la rete.

 

Ancora oggi è difficile spiegare che cos'è la biodiversità. È difficile spiegare perché ogni sua componente sia preziosa, dalle zanzare agli… orsi. Lei come procede?

È il centro attorno al quale ruota tutto il discorso ambientale. La biodiversità ci dà tutto quello che ci permette di sopravvivere. Lo stesso sistema economico vive grazie alla biodiversità. I servizi ecosistemici generano un valore di 150.000 miliardi di dollari l'anno. Il World Economic Forum ha evidenziato come la perdita di biodiversità rappresenti uno dei maggiori rischi a livello globale, non solo per l'economia ma anche per i conflitti che i fenomeni connessi stanno già generando. Faccio un piccolissimo esempio, che sembra molto lontano dai temi ambientali: le bevande gassate, che generano profitti enormi alle multinazionali del settore. È possibile produrle perché nel mondo c'è ancora acqua potabile. Nel momento in cui quell'acqua scomparisse o venisse contaminata in percentuali sempre maggiori rispetto a quanto si sta già facendo, il modello di business di quelle aziende scomparirebbe. Questo può farci capire di cosa stiamo parlando. Per la fauna vale lo stesso ragionamento.

 

Quindi, se dovessimo spiegare in maniera semplice perché impedire l'estinzione dell'orso, anzi, avviare un progetto di ripopolamento?

Innanzitutto, dovremmo dire che l'orso è quasi scomparso dalle nostre montagne per una questione insieme culturale ed economica che ha portato l'essere umano a pensare che le montagne gli appartenessero in via esclusiva, e tutto ciò che disturbava questo piano andava eliminato. In primis, i grandi predatori. L'orso però è una specie "ombrello". Per il solo fatto di esistere mantiene l'habitat in salute. Se fai sparire un grande predatore gli effetti si ripercuoteranno a cascata anche sulle altre specie. È quello che dicevamo prima sull'idea dell'essere umano come di un nodo di rete. La rete è data dalle relazioni fra tutte le specie. Se cominciano a venire meno, se i nodi si allentano o si sciolgono, alla fine tutta la rete viene giù. In termini scientifici, se non esistesse una biodiversità in salute avremmo superato da un pezzo la soglia di crescita di 1,5 gradi indicata dalla Ippc, la Commissione intergovernativa sul clima delle Nazioni Unite, quale soglia critica per il cambiamento climatico. Il rewilding, il ripristino della natura "selvaggia", è dunque parte della strategia complessiva di contrasto al cambiamento climatico. Inoltre, ci sono svariati studi che sottolineano il valore socioeconomico della presenza della fauna selvatica - come l'orso bruno marsicano in Abruzzo - in termini di promozione di diverse regioni come destinazioni del turismo basato sulla natura. In ultimo, ma non meno importante, sarei portata a chiedere sempre per quale ragione, una specie così giovane come la nostra, che ha già creato innumerevoli danni, dovrebbe avere il diritto di portare all'estinzione un'altra specie con milioni di anni di evoluzione alle spalle…

 

Quali sono invece gli impatti del turismo che avete avuto modo di monitorare nei vostri viaggi, e quali sono i "santuari naturalistici" più significativi che avete osservato? Fino a qualche tempo fa, ad esempio, restando nel continente americano, si parlava del Costarica.

In generale, esplorando e visitando svariati paesi, con le loro aree protette, è facile notare come l'overtourism possa essere ormai incluso tra i fattori di degrado della biodiversità. Complici anche i social media, la corsa allo scatto instagrammabile, tanti luoghi sono stati invasi dai visitatori, con impatti tutt'altro che trascurabili sull'ambiente. In un futuro non troppo lontano sarebbe auspicabile che iniziassimo a lavorare per far sì che alcune regioni rimangano escluse dall'accesso dell'essere umano per evitare impatti drammatici. Il Costarica, ad esempio, è un paese che ha fatto della tutela ambientale la sua bandiera, e ha lavorato benissimo. Oggi, però, complice il livello di sicurezza interno piuttosto elevato, la vicinanza con gli Stati Uniti, e il marketing che ha fatto di sé stesso, sta diventando un enorme parco giochi per il turismo statunitense, estremamente costoso. Lì, nonostante la natura sia bellissima e vi siano specie rarissime, molti luoghi sono accessibili solo a pagamento, con il rischio di trovare comunque lunghe file all'ingresso o nei luoghi più gettonati.

 

 

Ci sono invece esempi di convivenza riuscita che sente di poter indicare?

Se dovessi indicare dei luoghi dove il turismo è ben gestito, al di là delle zone più remote, dove scatta una sorta di "selezione naturale", come alcune aree dell'Amazonia, direi forse i due poli dell'America, che si affacciano anche sui due poli geografici. Da un lato l'estremo gli Stati Uniti ed il Canada, dall'altro il cono Sud dell'America latina. Sono aree almeno parzialmente accessibili, frequentate dal turismo, anche locale, ma dove esiste una cultura conservazionista di lunga data, che si riflette sia sullo stile di vita dei residenti, sia sulla gestione dei visitatori. Può sembrare un po' paradossale: da un lato la gestione dell'ambiente e delle specie che lo abitano porta ad eliminare, numericamente, tanti predatori, in genere però senza arrivare all'estinzione, dall'altro le persone fin da piccole sono preparate, anche dal sistema educativo, all'immersione nella cosiddetta wilderness. Tutti, a partire dai residenti, sono consapevoli di dover affrontare le incognite di una "natura incontaminata", nel momento in cui escono dal perimetro dei centri abitati. Poi ci sono i guardia parco, che svolgono un ruolo fondamentale. Siamo in un momento storico in cui si parla molto di conflitto fra esseri umani e fauna selvatica, anche se dovremmo iniziare a parlare di conflitto tra attività, o meglio ancora "interessi" umani e fauna selvatica. La figura del guardiaparco può essere davvero essenziale per mediare fra questi due mondi.

 

Le foto pubblicate sono parte del reportage WANE - We Are Nature Expedition. Tutte le info relative sono disponibili gratuitamente sottoforma di webdoc all'indirizzo www.wearenatureexpedition.org

 

Per partecipare all'escursione "Coabitazioni", domenica 6 settembre, la prenotazione è obbligatoria presso Madonna di Campiglio Azienda per il Turismo S.p.A. Tel. 0465 447501 - www.campigliodolomiti.it

 

Descrizione del percorso: dal parcheggio delle funivie di Pinzolo una rapida risalita con gli impianti ci permetterà di raggiungere i 2097 m del Doss del Sàbion, con una spettacolare visuale a 360 ° su tutto il Parco Adamello Brenta.

Percorreremo il Sentiero 'Soffio del vento', leggermente esposto e di media difficoltà, fino alla località Madonnina. Da lì scenderemo fino al Lago di Valagola, dove si trova uno dei rari specchi d'acqua del gruppo di Brenta. Rientro lungo il Senter del Martel, fino a concludere il giro ad anello in località Pra Rodont, da dove riprenderemo l'impianto per tornare a valle.

 

L'attività ha una durata di tutta la giornata, il pranzo al sacco è a carico dei partecipanti.

il brand
Parco Naturale Adamello Brenta Geopark

Il Parco Naturale Adamello Brenta è la più vasta area protetta del Trentino. Istituito nel 1967, si estende nel Trentino occidentale e comprende i gruppi montuosi dell’Adamello e del Brenta. E’ attraversato dalla Val Rendena e circondato dalle valli di Non, di Sole e Giudicarie. L’altitudine va da 477 metri sino a 3558 metri. SuperPark è la manifestazione estiva del Parco Naturale Adamello Brenta, organizzata assieme a Superflùo per rispondere a uno degli obiettivi strategici dell'area protetta: stimolare l’incontro tra uomo e natura attraverso la proposta di esperienze capaci di fare riflettere sui temi legati alla montagna e all’ambiente ma aprendo anche delle "finestre" su altre realtà ed ambiti creativi

Contenuto sponsorizzato