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Cultura | 13 settembre 2026 | 19:00

300 pali gialli punteggiano il prato sopra Ortisei, a Maso Pilat: non indicano l'altezza della neve, ma segnalano il graduale innalzamento della linea di gelo

Quando l'arte aiuta a leggere un paesaggio che non è più quello ereditato dalle generazioni precedenti a causa del clima che cambia: alla scoperta di un'opera della "Biennale Gherdëina", biennale d'arte contemporanea con sede in Val Gardena, nel cuore delle Dolomiti

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

In alto sopra Ortisei, a Maso Pilat, trecento pali gialli punteggiano il prato verdeggiante. Quelli sono i pali che normalmente misurano l'altezza della neve al lato della strada. Il loro alternarsi di giallo e nero ci è familiare, ma un cortocircuito ci fa rendere conto che non è questa la stagione né il lugo in cui siamo abituati a vederli. Gli artisti Bas Smets e Eliane Le Roux sono gli artefici di questo intervento artistico a 1.500 metri circa, una delle tante opere che fanno parte della Biennale Gherdëina, biennale d'arte contemporanea con sede in Val Gardena, nel cuore delle Dolomiti. L'evento artistico è giunto quest'anno alla sua decima edizione, capace di trasformare la valle in un paesaggio poetico e politico, in cui arte contemporanea, natura alpina e riflessione ecologica convergono.

 

In quest'opera in particolare il duo artistico vuole fare una mappatura del cambiamento climatico: a intervalli di 15 metri di altitudine, una fila dopo l'altra, 300 pali tracciano delle linee orizzontali che corrispondono al graduale innalzamento della linea di gelo registrato negli ultimi decenni. Se d'inverno indicano i centimetri di neve, ora segnano l'anno nel quale la neve è stata registrata per l'ultima volta a una certa altitudine. Più si sale e più ci rendiamo conto visivamente di come l'elevazione renda visibile la temperatura, attraverso un'opera discreta e d'impatto allo stesso tempo, che permette di narrare la trasformazione della montagna. In questo gesto minimale, il paesaggio diventa sia immagine che prova, un registro del cambiamento inesorabile che le Dolomiti e le Alpi si ritrovano a vivere anno dopo anno.

 

L'artista Bas Smets racconta così la propria opera: "La linea della neve sale di circa cinque metri all'anno, e se non la stai cercando non la vedi – resta invisibile finché non le dai una forma. È quello che abbiamo voluto fare: rendere visibile questo problema legato al cambiamento climatico. Così si nota in modo molto letterale, una linea che si sposta lungo il versante. Sono i pali da neve che tutti conoscono da queste parti. Abbiamo voluto trasformarli in un oggetto di contemplazione attraverso un lavoro molto grafico, un'installazione fatta interamente con pali già in uso – nessuno spreco, niente che non appartenga già a questo paesaggio. E il prossimo inverno torneranno a fare il lavoro per cui sono stati creati, a misurare la neve, come se non fosse successo nulla. Quello che facciamo è portare un segno invernale dentro l'estate, fuori contesto, perché la gente si fermi a guardarlo. Non esiste più la neve eterna sulle Dolomiti, è un dato di fatto e un campanello d'allarme. Forse, per la prossima generazione, questi segnali non vorranno più dire niente".

 

L'installazione di Smets e Le Roux fa parte di Biennale Gherdëina 10, che quest'anno segna vent'anni dalla fondazione del progetto e porta il titolo (Future) Paradise Gardens, a cura di Samuel Leuenberger. Ventiquattro posizioni artistiche e ventotto artisti, tra internazionali e locali, animano fino al 13 settembre tre luoghi della Val Gardena – Ortisei, Santa Cristina e Pilat – trasformando boschi, centri storici e spazi pubblici in un percorso diffuso tra arte, natura e comunità. Il tema del giardino, qui, non è inteso come luogo idilliaco ma come spazio di cura, negoziazione e immaginazione collettiva: un dispositivo per interrogare la convivenza fra uomo e natura in un momento di crisi ecologica. Accanto ai pali di Smets e Le Roux, altre opere raccontano la stessa urgenza da prospettive diverse: Dormancy di Jacopo Belloni riflette sui cicli di quiescenza dei semi, Bee Memorial di Ana Prvački è un memoriale in marmo dedicato al declino delle api, mentre Masatoshi Noguchi trasforma una galleria abbandonata in uno spazio di raccoglimento poetico. Un mosaico di gesti che, messi insieme, restituisce la fragilità – e insieme la resilienza – del paesaggio alpino contemporaneo.

 

Guardare quei trecento pali gialli nel verde dell'estate significa, in un certo senso, guardare in anticipo l'inverno che verrà. Non è un esercizio astratto: la stagione 2025-2026 è stata tra le meno nevose degli ultimi trent'anni sulle Alpi, con un deficit di precipitazioni che tra dicembre e i primi di febbraio ha sfiorato il 70% e temperature superiori di oltre un grado alla media 1991-2020. I ghiacciai continuano a perdere massa, la neve non si accumula più dove un tempo era scontato trovarla, e la "linea del gelo" di cui parla Smets si sposta sempre più in alto, quasi cinque metri all'anno. Per la Val Gardena – come per gran parte dell'arco alpino, dalle Dolomiti alle Alpi Occidentali – questo significa ripensare inverno dopo inverno il rapporto con un paesaggio che non è più quello ereditato dalle generazioni precedenti: nuove quote per l'innevamento artificiale, nuove strategie di destagionalizzazione del turismo, ma anche, prima ancora, un lavoro culturale di elaborazione di ciò che si è perso e che si continua a perdere. È qui che opere come questa smettono di essere semplice documentazione e diventano, come dice Smets, un invito a fermarsi a guardare e a riflettere su che tipo di natura vogliamo lasciare dietro di noi – prima che, come teme l'artista, per la prossima generazione questi segnali smettano davvero di voler dire qualcosa.

 

 

Fotografie in copertina di Tiberio Sorvillo

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