"Il mal del cemento in montagna si traveste di 'poetico', di 'carino', di finto rustico. Ma basta guardare Cortina dall'alto per vedere già una fungaia di casoni, di baitoni. Basta farsi furbi, e si rivestirà di 'poetico' il volgare"

"Sotto questa maschera del civettuolo, del montanino, del villino col camino, sono cresciute case di due, di tre e ora di cinque piani. Come furbizia edil costruttiva non c'è male". In un articolo di sessantatré anni fa, Alberto Cavallari descrive un contesto turistico cadorino da un lato superato o in pieno fermento evolutivo, dall'altro in parte aderente alle odierne dinamiche turistiche; all'odierna idea di montagna. In modo particolare, tre passaggi meritano di essere ripresi, poiché capaci di evidenziare altrettanti cardini costitutivi del turismo montano: vediamo il terzo

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Si sostiene che la montagna è ancora un mondo non raggiunto dalle vacanze dell'uomo-massa, ma non è vero".
Così inizia un articolo del giornalista e scrittore Alberto Cavallari, intitolato La solitudine dell'alpinista in automobile. I panorami dolomitici passano come un video e pubblicato il 4 agosto 1963 sul Corriere della Sera (di cui è stato direttore). È stato di recente ripreso da un numero del settimanale Sette (del Corriere) volto a raccontare centocinquant'anni di vacanze italiane attraverso articoli o reportage di alcune grandi firme (come ad esempio Alberto Moravia o Dino Buzzati).

Ecco allora che Cavallari ci accompagna nel Cadore di sessant'anni fa, descrivendoci un contesto turistico da un lato superato o in pieno fermento evolutivo, dall'altro – ed è qui che il suo articolo si rivela particolarmente prezioso – in parte aderente alle odierne dinamiche turistiche, alle odierne attitudini, alle odierne aspettative, all'odierna idea di montagna.
In modo particolare, tre passaggi meritano di essere ripresi e ulteriormente divulgati, poiché capaci di evidenziare altrettanti cardini costitutivi del turismo montano:
1 - la spasmodica ricerca di una natura purificatrice (capace di depurare il fisico e l'animo dalle scorie che vanno quotidianamente accumulandosi nei contesti urbani), ma al contempo rabbonita e resa accessibile da un reticolo di infrastrutture funzionale a viverla con il minimo sforzo;
2 - la nostalgia cronica di un passato che non c'è più, perduto per sempre assieme alle sue tradizioni, ma che in montagna si ha la convinzione di incontrare ancora integro;
3 - l'evoluzione tecnologica, edile e infrastrutturale abilmente mascherata da un'estetica rustica: le tanto agognate atmosfere del passato vengono così raffinate dalle scomodità e dai disagi della vita che fu. D'altronde l'idealizzazione grossolana di un luogo tende a materializzarsi quando nella narrazione di quel luogo sopravvive soltanto un idillio caricaturale.
Riportiamo qui di seguito il terzo estratto: le riflessioni sull'evoluzione edilizia di Cortina possono facilmente essere applicate a tante località turistiche alpine.
Il terzo estratto
(...) Ma c'è qualcosa però che riduce l'ottimismo. E sono certi condomini che cominciano a spuntare, che si moltiplicano, dimostrando che anche Cortina tende a diventare una megalopoli. Per ora lo si avverte poco. Anche perché il mal del cemento in montagna è come la massificazione. Si traveste di "poetico", di "carino", di finto rustico. Ma basta guardare Cortina dall'alto per vedere già una fungaia di casoni, di baitoni. di condominioni, che dilaga. Tutto è travestito, si capisce. Ogni condominio è fatto a capanna cadorina, a baita, a villetta rustica. Ma sono baite, villette, capanne aumentate col pantografo.
La scaletta che scricchiola è diventata scalena, il balconcino è diventato balconcione, i trafori del cornicione di legno sono diventati traforoni. Sotto questa maschera del civettuolo, del montanino, del villino col camino, sono cresciute case di due, di tre e ora di cinque piani. Come furbizia edil costruttiva non c'è male. Camuffati come architettura tipica e tradizionale si arriverà ai grattacieli con caminetto, vasetto di fiori, tendine. Basta farsi furbi, e si rivestirà di "poetico" il volgare, di "carino" il colossale, un bel campanaccio di mucca ad ogni pianerottolo e avremo l'alveare rustico-patriarcale. La gente in montagna non cerca il silenzio e la solitudine, ma i simboli del silenzio è della solitudine. Certo, Cortina non sarà mai una megalopoli di cemento. Ma diventerà una "megabaitopoli" di legno.
QUI è possibile leggere il primo estratto selezionato e QUI il secondo.












