"Nessuno s'è mai chiesto dove vanno a finire le memorie scritte nei libri di vetta". Un richiamo che ci ha spinti ad approfondire

Quando raggiungiamo una cima, pernottiamo in un rifugio, o sostiamo in un bivacco, diamo quasi per scontata la possibilità di trovare un libro di vetta, uno spazio bianco, dove poter lasciare le nostre impressioni, fissare un ricordo, segnare gli estremi della nostra "impresa": da dove siamo partiti, il tempo impiegato a raggiungere la meta e la compagnia. Ma com'è nata questa pratica? E soprattutto, dove finiscono quelle migliaia di parole scritte, quelle memorie che resistono alla variabilità del meteo?

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quando raggiungiamo una cima, pernottiamo in un rifugio, o sostiamo in un bivacco, diamo quasi per scontata la possibilità di trovare un libro di vetta, uno spazio bianco, dove poter lasciare le nostre impressioni, fissare un ricordo, segnare gli estremi della nostra "impresa": da dove siamo partiti, il tempo impiegato a raggiungere la meta e la compagnia. Ma com'è nata questa pratica? E soprattutto, dove finiscono quelle migliaia di parole scritte, quelle memorie che resistono alla variabilità del meteo?
Da sempre l'uomo ha sentito l'esigenza di lasciare traccia del suo passaggio e, verso la fine dell'Ottocento, quando la pratica alpinistica era ancora totalmente esplorativa, la scrittura è diventata la forma prediletta per farlo. La volontà era proprio quella di lasciare una firma, un segno di conquista della vetta, come un artista con il suo capolavoro. È capitato, infatti, che venissero considerate prime ascese non per forza le prime effettive, ma quelle di cui possediamo un resoconto scritto (Un caso eclatante è quello del Pelmo).
In quegli anni, infatti, gli alpinisti erano soliti, una volta giunti in vetta, innalzare il totemico ometto di sassi e vicino ad esso lasciare un messaggio in una bottiglia o in una scatola di latta. In seguito all'aumento della frequentazione alpinistica dei decenni successivi, la gestualità si è evoluta, prima lasciando dei taccuini e poi dei diari sui quali si segnavano firma e data.
"Chi va in montagna deve saper scrivere. L'alpinista è sempre tanto commosso da sentire il bisogno di raccontare agli altri le sue emozioni. Se non vi fossero i registri ai rifugi, certo imbratterebbe le pareti col proprio nome e con qualche frase ammirativa: i registri sono dunque una specie d'acchiappamosche delle idee […] Appena soddisfatto questo bisogno, si sentono liberati da una preoccupazione e se ne vanno soddisfatti. Nessuno s'è mai chiesto dove quei libri vanno a finire; anche perché è bello nutrirsi d'illusioni".
Così scrive Giuseppe Mazzotti, ironizzando su uno dei più classici gesti che si svolgono in alta quota, intercettando però tre evidenti verità: in primo luogo lo strettissimo legame che si è immediatamente stabilito tra alpinismo e scrittura, in secondo luogo l'idea dei libri di vetta come "acchiappamosche delle idee", uno spazio di libertà che raccoglie le più svariate forme di espressione; ci si può effettivamente trovare scritto e disegnato un po' di tutto, e infine il piacere che si prova nello scrivere senza bisogno di un destinatario preciso, non per mettersi in mostra, ma per consegnare agli altri la propria esperienza restando nell'anonimato.
Forse è proprio vero, come dice Mazzotti, che i più non si chiedono mai dove vadano a finire quei libri, ma non per tutti è così: alcuni libri di vetta, in rari casi, si deteriorano per gli eventi atmosferici, altri vengono rubati, ma la maggior parte rimane e i libri vengono periodicamente sostituiti grazie ad una vera e propria staffetta di persone e poi conservati nelle apposite biblioteche. In Trentino-Alto Adige, per esempio, è la SAT a svolgere questo onorevole servizio, preservando i libri in uso, conservando quelli conclusi e infine rendendoli fruibili al pubblico.
Nella Biblioteca della SAT a Trento è presente il più antico libro di vetta del Trentino, del 1878, che era situato sulla Pala di San Martino, sul quale si possono leggere firme di nomi illustri e ricostruire la storia di questa pratica, che in parte sta svanendo o, forse, a ben vedere, cambiando: in passato il tasso di poeticità degli scritti alpinistici era molto elevato, come se, per rispettare quei luoghi elevati, fosse necessario innalzare anche il livello stilistico; pian piano la scrittura si è modificata, lasciando spazio a informazioni più tecniche.
Ora, con l'avvento dei social, la parola scritta non manca, ma ha trovato un supporto diverso, decisamente più immateriale. Forse oggi il gesto di firmare la conquista di una vetta, in parte sta venendo meno, e si è portati a immortalare il momento in modo diverso, scattando una foto o un selfie. Nonostante queste variazioni, il desiderio di fondo è lo stesso: lasciare traccia del proprio passaggio, fissare quell'istante nella memoria.
Tra tutti i gesti, quasi rituali, che si compiono al raggiungimento di una vetta, quello di scrivere è il più sottile, il più fragile, eppure forse il più espressivo; a volte i pensieri che scaturiscono lassù sono più resistenti, perfino delle robuste croci metalliche issate con forza e sostenute da altrettante viti impiantate nella roccia: sono un segno invisibile del nostro passaggio, ma durano nella memoria.












