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Attualità | 20 agosto 2026 | 19:00

Nel paese più alto dell'Appennino, aperto un nuovo spazio per lo smart working: non fermerà da solo lo spopolamento, ma può rappresentare un tassello di una strategia più ampia

La struttura, realizzata a Rocca di Cambio, dispone di connessione Wi-Fi ad alta velocità, postazioni con prese elettriche, tavoli da lavoro, più di cento posti a sedere e un'area per conferenze dotata di un grande schermo. È accessibile anche alle persone con disabilità e rimane aperta ogni giorno dalle 9 alle 19. È una buona notizia. Ma è importante evitare di caricare questa iniziativa di aspettative eccessive

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

A Rocca di Cambio, il paese più alto dell’Appennino, è stato aperto un nuovo spazio pubblico e gratuito dedicato allo smart working, allo studio e alle attività professionali.

 

La struttura, realizzata all’interno della Sala Polivalente Comunale, dispone di connessione Wi-Fi ad alta velocità, postazioni con prese elettriche, tavoli da lavoro, più di cento posti a sedere e un’area per conferenze dotata di un grande schermo. È accessibile anche alle persone con disabilità e rimane aperta ogni giorno dalle 9 alle 19. 

 

È una buona notizia. Ma è importante evitare di caricare questa iniziativa di aspettative eccessive.

 

Uno spazio per lavorare a distanza non fermerà da solo lo spopolamento, non convincerà automaticamente le famiglie a trasferirsi in montagna e non sarà sufficiente a riportare nei paesi i giovani che negli ultimi decenni hanno scelto di costruire altrove il proprio futuro. Può però rappresentare un tassello importante di una strategia molto più ampia. Soprattutto può indicare una direzione: provare a trasformare i paesi di montagna da semplici località turistiche in luoghi nei quali sia realmente possibile vivere, lavorare, studiare e costruire relazioni durante tutto l’anno.

 

Rocca di Cambio si trova nel cuore dell’Altopiano delle Rocche, a poca distanza dagli impianti sciistici di Campo Felice e dalle località di Rocca di Mezzo e Ovindoli. Durante alcuni fine settimana invernali, soprattutto in presenza di neve, l’intero comprensorio viene raggiunto da migliaia di persone. Le strade si riempiono, i parcheggi diventano insufficienti, i ristoranti lavorano e le seconde case tornano ad aprirsi. Poi arriva il lunedì. Le automobili diminuiscono, molte abitazioni tornano vuote e i paesi devono nuovamente confrontarsi con una popolazione residente limitata, con le distanze dai principali centri urbani e con la difficoltà di mantenere attivi negozi e servizi durante tutto l’anno.

 

È uno dei grandi paradossi delle località turistiche dell’Appennino: possono essere affollatissime per alcune giornate e, nello stesso tempo, continuare a perdere residenti, attività commerciali e occasioni di lavoro.

 

Il turismo resta una risorsa essenziale. Il problema non è la presenza dei turisti, ma un modello economico e sociale che concentra gran parte delle presenze in pochi fine settimana, durante le festività natalizie o nelle settimane centrali dell’estate. Un paese non può vivere soltanto quando funzionano gli impianti sciistici o quando le condizioni meteorologiche favoriscono l’arrivo di migliaia di visitatori. Lo spopolamento passa anche dalle serrande che si abbassano.

Quando si parla di spopolamento, l’attenzione viene spesso concentrata soltanto sui numeri: quanti abitanti sono rimasti, quanti giovani sono partiti, quante nascite sono state registrate.

 

Ma lo spopolamento non è soltanto una diminuzione statistica della popolazione. È anche una progressiva perdita di quotidianità. Ogni negozio che chiude rende più difficile vivere in un paese. Ogni edicola, libreria, farmacia, bar, alimentari o attività artigianale che scompare riduce i servizi disponibili, elimina un luogo di incontro e rende il territorio meno attrattivo anche per chi potrebbe scegliere di trasferirsi. È un processo che si alimenta da solo. Le persone diminuiscono e le attività faticano a sostenersi. Le attività chiudono e il paese diventa ancora meno adatto ad accogliere nuovi residenti. Le famiglie si spostano verso i centri più grandi, dove trovano scuole, servizi sanitari, impianti sportivi, trasporti e maggiori opportunità lavorative.

 

Lo abbiamo visto anche nel caso di Roccaraso, una delle località turistiche più conosciute dell’Appennino, rimasta da circa un anno senza un’edicola nonostante l’enorme afflusso di visitatori registrato in alcuni periodi. Essere una destinazione turistica molto frequentata non significa necessariamente essere una comunità viva e dotata di servizi durante tutti i dodici mesi. Per questo lo spopolamento dipende anche dalla chiusura delle attività. Non soltanto perché vengono persi posti di lavoro, ma perché ogni serranda abbassata rende più fragile la vita di chi ha deciso di rimanere.

 

La bellezza del paesaggio può attrarre una persona, ma difficilmente può trattenerla quando mancano trasporti efficienti, assistenza sanitaria, scuole, connessioni affidabili, abitazioni accessibili e luoghi nei quali incontrarsi.

 

Abitare la montagna significa anche affrontare distanze più lunghe. Per una famiglia può voler dire accompagnare quotidianamente i figli in un altro comune per praticare sport, frequentare una scuola o partecipare a un’attività culturale. Durante l’inverno le difficoltà possono aumentare ulteriormente, soprattutto quando neve e ghiaccio rendono più complicati gli spostamenti.

 

Il tema dei servizi era emerso chiaramente anche nell’intervista da noi realizzata a Massimo e Brigitte, che hanno scelto di aprire una libreria a Rocca di Mezzo. Massimo aveva sottolineato quanto, per le famiglie, sia spesso necessario raggiungere L’Aquila anche soltanto per permettere ai figli di praticare sport o andare in piscina. La loro scelta mostra però anche l’altra faccia della questione: quando qualcuno decide di aprire un’attività in un piccolo paese non sta soltanto creando un’impresa. Sta restituendo un servizio, uno spazio sociale e una ragione in più per frequentare e vivere quel territorio.

 

Il lavoro da remoto può offrire una possibilità concreta alle aree interne. Una persona che possiede una seconda casa sull’Altopiano delle Rocche potrebbe decidere di non tornare in città la domenica sera, fermandosi per lavorare alcuni giorni in più. Un professionista potrebbe trascorrere alcune settimane a Rocca di Cambio. Uno studente potrebbe preparare un esame senza essere costretto a lasciare il paese. In questo senso, lo spazio inaugurato dal Comune può contribuire ad aumentare il tempo di permanenza delle persone e a modificare il modo in cui viene vissuta la montagna. Ma chi lavora a distanza non ha bisogno soltanto di una scrivania e di una buona connessione. Ha bisogno di poter acquistare generi alimentari, trovare un bar aperto, raggiungere una farmacia, utilizzare i trasporti pubblici, accedere all’assistenza sanitaria e partecipare alla vita culturale e sociale del territorio. 

 

Uno spazio di coworking funziona davvero quando intorno esiste una comunità. Altrimenti rischia di diventare un’isola moderna all’interno di un paese che continua lentamente a perdere servizi.

 

Negli ultimi anni si è parlato spesso di ripopolamento dei borghi, nomadismo digitale e ritorno alle aree interne. Ma tra visitare un paese e abitarlo esiste una differenza enorme. Un turista può accettare che un negozio sia chiuso o che per raggiungere un servizio sia necessario percorrere diversi chilometri. Chi vive stabilmente in un territorio deve invece affrontare queste difficoltà ogni giorno. 

 

La sfida, quindi, non è soltanto portare più persone a Rocca di Cambio durante i fine settimana. È creare le condizioni affinché qualcuno possa decidere di rimanere anche il lunedì, il martedì e nei mesi in cui gli impianti sciistici sono chiusi. Per riuscirci servono politiche per la casa, collegamenti migliori, servizi sanitari, scuole, luoghi dedicati ai giovani e sostegno alle attività commerciali. Servono incentivi non soltanto per aprire nuove imprese, ma anche per permettere a quelle esistenti di superare i periodi di minore affluenza. Una comunità non può essere ricostruita soltanto attraverso eventi occasionali o grandi flussi turistici. Ha bisogno di presenze quotidiane, relazioni, lavoro stabile e servizi.

 

Lo spazio per lo smart working di Rocca di Cambio non risolverà il problema dello spopolamento. Lo stesso vale per una nuova libreria, un bar, un negozio di alimentari o un’attività ricettiva. Nessuna singola iniziativa può invertire da sola una tendenza costruita nel corso di decenni. Eppure ogni nuova apertura rappresenta una forma di resistenza. Una scrivania disponibile gratuitamente può permettere a una persona di fermarsi più a lungo. Una libreria può diventare un luogo di incontro. Un piccolo negozio può convincere una famiglia che vivere in quel paese è ancora possibile.

 

La vera strategia dovrebbe essere quella di collegare queste iniziative, trasformandole in una rete capace di rendere i territori più abitabili. Smart working, turismo lento, attività commerciali, cultura, sport, scuole, sanità e mobilità non sono temi separati. Sono parti della stessa sfida. La montagna non può essere considerata soltanto uno spazio da raggiungere per sciare, scattare fotografie o trascorrere qualche ora lontano dalla città.

 

Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo, Ovindoli e gli altri centri dell’Appennino sono comunità reali. Hanno bisogno dei turisti, ma soprattutto hanno bisogno di residenti, attività economiche e servizi permanenti.

 

Il nuovo spazio comunale indica una strada interessante perché prova a rispondere a una domanda fondamentale: è possibile lavorare e studiare anche da un piccolo paese di montagna? La risposta può essere positiva, ma soltanto a condizione che attorno alla connessione veloce venga ricostruito tutto ciò che rende un luogo realmente abitabile. Lo spopolamento non si combatte soltanto portando nuove persone nei paesi. Si combatte impedendo che chi già ci vive sia costretto ad andarsene. E si combatte sostenendo ogni attività che, alzando una serranda anche nei giorni più silenziosi dell’anno, continua a tenere accesa la vita di un paese.

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