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Attualità | 18 agosto 2026 | 13:00

Sulle montagne abruzzesi ci sono uomini e donne che continuano a lavorare giorno e notte, a terra e dal cielo, per cercare di fermare le fiamme

L'Abruzzo continua a bruciare. Da settimane, ormai quasi un mese, incendi, riprese dei fronti e nuovi focolai stanno mettendo a durissima prova montagne, boschi, pinete e pascoli. Mentre alcuni incendi vengono finalmente circoscritti, altri tornano a prendere vigore; mentre si procede con le bonifiche, basta il vento, una giornata particolarmente calda o un focolaio rimasto nascosto tra la vegetazione perché il fuoco torni a propagarsi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

L'Abruzzo continua a bruciare. Da settimane, ormai quasi un mese, incendi, riprese dei fronti e nuovi focolai stanno mettendo a durissima prova montagne, boschi, pinete e pascoli di una regione che ha fatto della propria straordinaria ricchezza ambientale uno dei principali elementi della sua identità.

 

Quella dell'estate 2026 sta assumendo i contorni di una vera emergenza regionale. Mentre alcuni incendi vengono finalmente circoscritti, altri tornano a prendere vigore; mentre si procede con le bonifiche, basta il vento, una giornata particolarmente calda o un focolaio rimasto nascosto tra la vegetazione perché il fuoco torni a propagarsi.

 

E in queste ore la situazione più impressionante resta quella del Monte Morrone, dove il fuoco sta divorando un patrimonio naturale che richiederà anni, probabilmente decenni, per ricostituirsi.

Sul Morrone, nell'area di Roccacasale e Corfinio, il rogo continua a rappresentare uno dei fronti più difficili dell'intera regione. Nei giorni scorsi Canadair ed elicotteri hanno lavorato senza sosta, insieme alle squadre impegnate a terra, ma il fuoco ha continuato a interessare ampie porzioni della montagna.

 

Ieri, domenica 16 agosto, il vento ha nuovamente alimentato le fiamme nella zona di Roccacasale proprio nel momento in cui si è verificata un'ulteriore emergenza: quattro dei sette mezzi aerei statali impiegati sui diversi incendi abruzzesi sono risultati fuori servizio in seguito ad avarie. Tra questi anche mezzi destinati ai fronti più delicati.

 

Una situazione paradossale e drammatica: nel momento in cui il fuoco richiedeva il massimo sforzo, la capacità d'intervento dall'alto si è ridotta sensibilmente.

 

Sul Morrone la battaglia è così proseguita anche da terra, mentre per alcune ore le conseguenze dell'incendio hanno interessato persino la viabilità, con chiusure sulla Statale 17 e sulla Tiburtina Valeria nell'area di Corfinio.

 

Le immagini che arrivano dalla montagna raccontano meglio di qualsiasi numero la gravità di quanto sta avvenendo: ampie superfici di vegetazione percorse dalle fiamme, pinete e aree boscate pesantemente colpite, versanti anneriti e colonne di fumo visibili da gran parte dell'Abruzzo.

 

È una ferita ambientale enorme.

Non è finita neppure l'emergenza iniziata il 4 agosto sul Monte Cagno, sopra Rocca di Cambio, quando un fulmine durante un temporale aveva dato origine all'incendio.

 

Nei giorni successivi sembrava che pioggia, mezzi aerei e un enorme lavoro delle squadre a terra avessero finalmente consentito di portare la situazione verso la normalità.

Non è stato così.

 

A Ferragosto il fuoco è ripartito sul settore settentrionale del Monte Cagno, in un'area pericolosamente vicina alla pineta. Vigili del Fuoco, Protezione Civile e mezzi aerei sono tornati ancora una volta sul posto.

Nelle ultime ore il fronte si è ulteriormente sviluppato rispetto a pochi giorni fa. La pioggia caduta ieri è stata troppo poca per poter risolvere definitivamente la situazione e il fuoco continua a lavorare in una zona estremamente impervia, dove le operazioni da terra risultano particolarmente complicate.

 

Il versante appare ormai profondamente segnato dall'incendio.

 

La preoccupazione maggiore riguarda proprio la vicinanza alle aree boscate e alla pineta. L'abitato, secondo gli aggiornamenti diffusi dalle autorità locali nei giorni scorsi, non risulta minacciato, ma è evidente come sia ancora impossibile abbassare la guardia.

 

Ancora più delicata nelle ultime ore è stata la situazione di Bisegna, nella Marsica e alle porte settentrionali del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise.

 

Qui il fronte ha raggiunto una situazione tale da rendere necessaria, a scopo precauzionale, l'evacuazione di una palazzina nella quale vivevano sei famiglie, mentre le fiamme avanzavano verso la pineta.

Canadair, elicotteri, Vigili del Fuoco e volontari hanno lavorato per contenere l'avanzata delle fiamme. Proprio a Bisegna, però, nella mattinata di domenica uno dei Canadair assegnati non è riuscito a entrare in azione a causa di un'avaria.

Un altro fronte difficilissimo, nel cuore di uno degli ambienti naturali più importanti d'Italia.

 

E tutto questo arriva dopo uno degli incendi più grandi vissuti dall'Aquilano durante questa estate.

 

Il rogo partito nell'area di Lucoli il 22 luglio, successivamente esteso verso Roio e Bagno, ha tenuto impegnato per giorni un enorme dispositivo antincendio, con Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Canadair, elicotteri e squadre impegnate sul terreno.

 

Le prime stime diffuse durante l'emergenza parlavano di circa 1.600 ettari interessati dal fuoco, in gran parte praterie e pascoli, oltre ad alcune superfici boscate.

 

Noi de L'Altramontagna avevamo documentato quel disastro anche dall'alto, sorvolando l'area interessata dalle fiamme: chilometri di montagna annerita, un territorio trasformato in pochi giorni e un'immagine che difficilmente potrà essere dimenticata.

 

E mentre un incendio finiva, ne iniziava un altro.

Nelle ultime settimane gli incendi hanno interessato numerose aree della regione.

 

Oltre al Morrone, a Bisegna e al Monte Cagno, nuovi roghi sono stati segnalati a Roio del Sangro, nei pressi dell'Abetina di Rosello, ma anche nell'area di San Valentino in Abruzzo Citeriore, mentre altri interventi hanno riguardato il Teramano e numerosi altri territori.

Il 16 agosto erano contemporaneamente impegnate forze di terra e mezzi aerei su più fronti regionali.

È questa contemporaneità a rendere ancora più difficile la gestione dell'emergenza: uomini e mezzi vengono sottoposti da settimane a uno sforzo enorme, mentre nuovi incendi continuano ad aggiungersi a quelli ancora in fase di spegnimento o bonifica.

 

Sarebbe sbagliato attribuire automaticamente gli incendi alle temperature elevate.

 

Gli incendi possono essere provocati da comportamenti dolosi, negligenza, attività umane oppure, come accaduto sul Monte Cagno, anche da fenomeni naturali come i fulmini.

Ma il contesto meteorologico nel quale tutto questo sta avvenendo è fondamentale.

 

Settimane caratterizzate da temperature molto elevate, lunghi periodi asciutti e vegetazione fortemente disidratata creano condizioni nelle quali una scintilla, un'imprudenza o un fulmine possono trasformarsi molto più facilmente in un incendio difficile da controllare.

 

E quando alle temperature elevate si aggiunge il vento, un fronte apparentemente sotto controllo può rapidamente tornare a diventare pericoloso.

 

Il Centro Funzionale d'Abruzzo mantiene anche per oggi, 17 agosto, un livello di rischio incendi medio nelle province dell'Aquila, Pescara e Chieti.

Quando l'emergenza sarà finalmente conclusa arriverà anche il momento dei bilanci.

 

Bisognerà stabilire con precisione quanti ettari siano stati percorsi dal fuoco, quale sia la reale gravità dei danni agli ecosistemi e quanto tempo sarà necessario perché alcune di queste montagne possano recuperare.

 

Ma già oggi è evidente che l'estate 2026 lascerà cicatrici profonde sulle montagne abruzzesi.

 

Dal grande incendio di Lucoli, Roio e Bagno al Morrone. Dal Monte Cagno a Bisegna. Una sequenza impressionante che racconta la fragilità di un territorio sottoposto contemporaneamente all'azione dell'uomo e a condizioni meteorologiche sempre più estreme.

 

Serviranno prevenzione, manutenzione, controllo del territorio e una capacità operativa sempre maggiore. Ma servirà anche una consapevolezza collettiva molto più forte: durante periodi come quello che stiamo attraversando anche una semplice negligenza può trasformarsi in un disastro ambientale.

 

Per il momento, però, non è ancora tempo di bilanci definitivi.

È ancora tempo di emergenza.

 

Sulle montagne dell'Abruzzo ci sono uomini e donne che continuano a lavorare giorno e notte, a terra e dal cielo, per cercare di fermare le fiamme.

E probabilmente bisognerà attendere un cambiamento meteorologico più deciso, con precipitazioni diffuse e un significativo calo delle temperature, prima di poter considerare realmente conclusa questa lunghissima fase.

Fino ad allora saranno ancora ore e giorni difficili.

E dopo settimane di fuoco, l'Abruzzo continua a guardare le proprie montagne bruciare.

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