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Attualità | 28 agosto 2026 | 19:15

"Mi viene da piangere: i nostri autisti ora sono irreperibili". Era nel luogo della catastrofe che ha colpito Tibet e Nepal, appena due giorni prima: la sua testimonianza a L'Altramontagna

"Ero lì due giorni prima. La strada era occupata da file interminabili di camion, auto e pullman pieni di turisti". La viabilità ridotta dalle frane, le condizioni delle arterie nepalesi, il pellegrinaggio verso il Kailash per l'Anno del Cavallo. Quali condizioni hanno portato ad una catastrofe di così grandi dimensioni? Ne parliamo con Lucia Simeoni, di rientro dal suo viaggio in Asia

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

La testimonianza riportata di seguito è quella di Lucia Simeoni, docente di ingegneria geotecnica e stabilità dei pendii all'Università di Trento e socia della Sosat (Sezione Universitaria della Societa' degli Alpinisti Tridentini), rientrata il 28 agosto da un viaggio di piacere tra Tibet e Nepal.

 

Nel contesto di un viaggio organizzato da "Avventure nel Mondo", due giorni prima del disastro, la testimone ha percorso la valle del fiume Bhote Koshi, in direzione Kathmandu. Parliamo dell'ultima propaggine nepalese al confine con la Cina, quella maggiormente colpita dall'inondazione che ad ora ha causato 584 morti e oltre 2400 dispersi: un numero ancora in aumento.

 

Come segnala Simeoni, i viaggi programmati da Avventure nel Mondo in Tibet, Cina, prevedono generalmente il passaggio a Kathmandu, Nepal. Questo tragitto poteva essere affrontato via terra lungo due valichi principali. L'uno è il passaggio di Rasuwagadhi, collegato sul lato tibetano al porto di Gyirong, il più utilizzato da mezzi pesanti e viaggiatori tra Lhasa e Kathmandu. L'altro è quello di Kodari, nei pressi del villaggio di Zhangmu, uno storico punto d'accesso lungo la "Strada dell'Amicizia".

Quest'ultimo, situato più ad est, è chiuso dallo scorso 13 luglio, dopo che una serie di frane ne hanno impedito il passaggio in più punti. Pertanto, i viaggi turistici e commerciali, da oltre un mese e mezzo, sono stati concentrati nel valico di Gyirong, congestionando notevolmente l'arteria stradale.

 

Proprio di lì, due giorni prima che l'inondazione travolgesse la valle, passava Lucia Simeoni a bordo di un'auto fuoristrada addetta al trasporto turisti dal confine tibetano a Kathmandu.

 

"Sono un ingegnere geotecnico e mi occupo di frane, quindi ero particolarmente attenta alle condizioni del percorso. Durante il viaggio guardavo soprattutto i pendii per capire se ci fosse il rischio di crolli di massi. Quel giorno, però, il tempo era bello e asciutto e non avevo particolari preoccupazioni. Il problema principale erano i continui blocchi della circolazione per consentire il passaggio dei camion".


La testimonianza ci mostra uno spaccato di quello stretto passaggio tra le montagne in un momento di traffico quotidiano. Proprio questo "stato di quiete", ci sembra possa aiutarci a comprendere in quale contesto è caduta una catastrofe di simili dimensioni. Secondo Lucia Simeoni, oltre alla chiusura del valico alternativo, sono almeno altri due i fattori che hanno contribuito a che tante persone fossero esposte alla violenza dell'inondazione.

 

"Quello che la gente deve capire è in che condizioni si trova quella strada. Si parla di autostrada, ma non è un'autostrada: è una strada sterrata, che, per larghezza, funziona praticamente come un senso unico alternato. Per percorrere circa 130 chilometri abbiamo impiegato 12 ore, e ci è andata bene: per i primi 30 chilometri abbiamo impiegato sette ore".

La differenza con il lato cinese è impressionante. In Tibet la strada è asfaltata, a doppio senso e dotata di tutte le infrastrutture del caso, mentre in Nepal i primi 20-30 chilometri sono completamente sterrati ed estremamente stretti, solo oltre iniziano i primi tratti asfaltati.  

 

"Intanto, la strada era affollata da file interminabili di camion, auto e pullman pieni di turisti. Quando due mezzi si incontrano, gli autisti devono scendere e organizzarsi per riuscire a farli passare. Questo, forse, può dare un'idea di quanta gente dev'essere stati lì nel momento del disastro".

 

L'orario dell'inondazione è particolarmente significativo. Alle 8.37, ora nepalese, il confine era stato aperto da poco: in Cina erano circa le 10.50, considerando la differenza di fuso. "Tutti i turisti diretti fuori dal Tibet arrivano al confine proprio per quell'ora, perché devono iniziare presto il lungo trasferimento verso Kathmandu. Gli autobus e le persone presenti al confine in quel momento sono stati travolti: in quella zona è avvenuto il primo impatto. Se l'evento fosse avvenuto nel pomeriggio, probabilmente avrebbe coinvolto meno turisti".


C'è poi un terzo fattore, di ordine religioso. Quest'anno ricorre l'Anno del Cavallo, quello in cui, secondo la tradizione buddista e tibetana, si è formato il Monte Kailash, il luogo sacro per eccellenza, che si trova non lontano dalla frontiera tra Cina, India e Nepal. Per questa ricorrenza, il pellegrinaggio al Kailash, la "kora", quest'anno vale tredici volte rispetto al normale in termini di meriti spirituali. Con le dovute generalizzazioni, si tratta di una ricorrenza simile al Giubileo per i cattolici. Questo ha contribuito ad un traffico di pellegrini molto maggiore rispetto agli altri anni.

 

Insomma, tutto questo - compresa la stagione dei Monsoni in corso, che ha portato alle frane che hanno bloccato il valico di Kodari - avrebbe fatto sì che in quel momento, in quel punto della valle, fossero presenti tanti turisti, pellegrini e mezzi commerciali; ai quali vanno aggiunti i locali che abitano stabilmente la valle.

 

"Il contrasto tra la normalità del mio viaggio e ciò che è accaduto appena due giorni dopo è forse l'aspetto che colpisce di più. Quando sono passata io, la situazione era difficile ma normale per quel contesto: una strada sterrata, traffico intenso, frane occasionali e tempi di percorrenza molto lunghi. Questa è la quotidianità in quelle zone. Anche l'anno precedente, il ponte che attraversa il fiume era crollato per una piena del fiume. Questa volta, il 26, si è verificato un evento di dimensioni apocalittiche, molto maggiore rispetto a quello dell'anno precedente, che aveva già provocato vittime e dispersi".


"Mi viene da piangere – conclude la testimone - perché i nostri autisti sono tornati lì e sono irreperibili". Parliamo di operatori turistici che impiegano un giorno per arrivare al confine, dove raccolgono i turisti e li portano a Kathmandu o a Bhatia, in base alla destinazione. Un tragitto di almeno 12 ore.

 

 Attualmente, la donna è in contatto con il tour operator di Kathmandu, che si è occupato dell'organizzazione, ma ancora non si hanno notizie degli autisti. È tuttavia ancora presto per qualsiasi conclusione: "Non hanno ripristinato ancora la linea telefonica in quella zona, quindi non è certo che siano stati coinvolti. Aspettiamo con ansia loro notizie".

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