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Storie | 29 agosto 2026 | 06:00

Dalla fuga in barcone dal Gambia al lavoro di cuoco in rifugio: "Un giorno un bambino ha chiesto una foto con me. È stato emozionante: sono dieci anni che non vedo la mia famiglia, l'ho sentito come un fratello"

Fuggito dal Gambia a 15 anni, Saikou Samathe ha lavorato al rifugio Auronzo. Poi, al Carducci (a 2.297 metri di quota, tra le Dolomiti di Auronzo di Cadore), ha trovato la sua dimensione, una casa da abitare, una nuova famiglia con cui condividerla. Ripercorriamo la sua storia insieme a lui

Spesso i territori montani vengono visti solo come luoghi di isolamento, di vuoto, di assenza che si contrappongono al pieno, alla ricchezza, alla velocità della città. A volte però proprio queste particolari caratteristiche trasformano i territori alpini in occasioni di incontro, in uno spazio aperto dove costruire relazioni, dove l’individuo non sparisce tra i tanti ma proprio grazie al poco riesce ad emergere, ad essere visto. La storia di Saikou Samathe, ci conferma proprio questa realtà. Fuggito dal Gambia a 15 anni, al Rifugio Carducci (a 2.297 metri di quota, tra le Dolomiti di Auronzo di Cadore) ha trovato la sua dimensione, una casa da abitare, una nuova famiglia con cui condividerla. Ha iniziato nel 2019 come lavapiatti, ora è diventato il cuoco.

 

Lo abbiamo intervistato e a L'Altramontagna ha raccontato la sua storia. 

Quando hai iniziato a lavorare al Rifugio Carducci e come è iniziata questa esperienza?

Nel 2019, come lavapiatti. L’inverno precedente avevo lavorato al Rifugio Auronzo, quello è stato il mio primo lavoro, e lì tramite Alessio, l’ex socio di Bepi (attuale gestore del rifugio Carducci), ho trovato il nuovo posto di lavoro. Alessio mi aveva chiesto se mi piacesse lavorare in montagna. Ho risposto sì, mi piace. Allora lui mi ha proposto di andare a lavorare con lui e Bepi al Carducci. Avevo molta voglia di lavorare, stavo cercando una vita migliore, non volevo restare fermo a casa senza lavoro. Vivevo però una situazione particolare nella struttura che all’epoca mi accoglieva, vivevo con altre 30 persone circa e non potevo dormire fuori più di tre notti alla settimana. Ho spiegato la mia situazione ai gestori, volevo lavorare con loro ma sarei rimasto senza casa, loro si sono proposti di trovarmi un lavoro per l’inverno e una casa. 

 

Quando è stata la prima volta che hai conosciuto Bepi e qual è il tuo rapporto con lui adesso?

Lavoravo, appunto, al Rifugio Auronzo, un giorno Alessio mi ha presentato Bepi, è stato lui a farci incontrare per la prima volta, e poi lavorando insieme l’ho conosciuto meglio. Bepi per me è come un nonno o come un papà, e io sono suo nipote o suo figlio. Fin da subito ha preso a cuore tutti i miei problemi. In particolare, all’epoca dovevo ancora completare le procedure per il permesso di soggiorno, lui ha puntato i piedi e mi ha detto: “Guarda io ti aiuto perché io ho girato tanto il mondo, solo che non sono mai arrivato in Africa; quindi, io ti aiuto affinché tu abbia i documenti, poi un giorno anche tu mi porterai a casa tua”. Dopo il primo anno di lavoro siamo diventati come una famiglia, è stato sempre al mio fianco, quando ho bisogno lui è sempre lì, è disponibile per darmi una mano.

 

E adesso che la gestione cambierà e visto anche che ti sei diplomato come cuoco all'Enaip, cosa ti aspetti per il futuro?

Sinceramente non ho intenzione di rimanere a lavorare in rifugio. Bepi mi ha dato una mano quando io non sapevo niente: ho imparato il lavoro di cuoco qua al Carducci, ho imparato l'italiano qua al Carducci, grazie soprattutto a Bepi, che mi ha insegnato e aiutato. Proprio per questo aiuto ricevuto io gli avevo dato la mia parola, gli avevo assicurato che se avesse avuto bisogno io ci sarei stato, perché lui mi aveva aiutato quando io avevo bisogno. E così è stato per questi ultimi 4 anni, quando è andato via il suo socio, lui mi ha chiesto di restare e lavorare con lui. Ma ora vorrei andare avanti, fare esperienze nuove, lavorare in altri posti, acquisire maggiore esperienza in cucina, perché mi piace la cucina e quella italiana è molto vasta, ogni ragione ha il suo piatto preferito, vorrei alzare il mio livello. 

 

Sui social del rifugio escono spesso foto di te in cui cucini piatti tipici del territorio, qual è quello che ti piace di più preparare e invece qual è quello più difficile? 

È difficile dirti il piatto specifico che mi piace fare. Mi piace preparare i primi e i secondi. I dolci non mi piace troppo farli, perché bisogna essere molto precisi, ma se devo, ci metto tutto il mio impegno.

 

Che cos'è per te la montagna, cosa rappresenta? 

La montagna mi ha dato la gioia, la felicità e la libertà. Da quando sono arrivato qua mi sento una persona, mi sono aperto molto. A 15 anni ho lasciato la mia famiglia, ho fatto le prigioni, le fatiche, il mare, ho visto la morte dentro il barcone prima di arrivare qua. Appena sono arrivato in Italia a volte non dormivo, quando chiudevo gli occhi per tutta la notte rivedevo il viaggio che ho fatto, le fatiche. Però da quando sono arrivato a lavorare qui al rifugio, ho iniziato a dormire senza questi pensieri nella testa. La montagna è stata un'esperienza di libertà, qui mi sento libero e felice. 

 

C’è un episodio particolarmente significativo per te che riesce a riassumere questi anni in rifugio?

Una cosa che mi ha colpito è stata proprio durante il mio primo anno. Ero in cucina a fare il pane, in Africa avevo imparato a farlo, mi veniva bene, quello del rifugio a volte era duro come un bastone, allora mi ero offerto di prepararlo io. Un giorno ho portato il pane sfornato fuori dalla cucina e subito dopo un cameriere mi ha chiamato dicendomi: “C'è un bambino che vorrebbe che tu scriva una cosa sul suo passaporto delle Dolomiti”. Ho risposto: “Certo, va bene”. Questo bambino mi aveva visto entrare e uscire e aveva detto a sua mamma che voleva la mia firma nel passaporto. Quindi ho fatto la firma, abbiamo anche fatto una foto. Non mi sarei mai aspettato che scegliesse me. Quel gesto lì per me è stata una cosa molto emozionante, perché ormai sono dieci anni che adesso non vedo la mia famiglia, i miei fratelli, alcuni fratelli che sono nati nel frattempo non li ho mai visti, a volte mi sento solo, senza nessun fratello vicino a me. Quel bambino l’ho sentito come un mio fratello più piccolo. Ci penso ancora a quel bambino, adesso sarà cresciuto molto, mi sono dimenticato di chiedere il suo nome o da dove viene, anche perché non sapevo parlare l’italiano in quel periodo, ma quel bambino rimane ancora nella mia testa. Un altro bel ricordo è di quando mi hanno portato ad arrampicare: ho fatto alcune cima qua intorno, non avevo mai arrampicato in vita mia, non ero mai stato così alto, si vedeva tutto, anche questo è un ricordo che sicuramente rimarrà per sempre dentro di me.

 

 

In apertura e nell'articolo, immagini tratte dalla pagina facebook del Rifugio Carducci

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Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

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