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Storie | 28 agosto 2026 | 06:00

"Vide il serpente che beveva il latte dal seno della moglie e, nel mentre, addormentava suo figlio dandogli la coda come ciuccio". Dietro la leggenda del 'pasturavacche': il serpente più lungo d'Europa

Può arrivare fino a due metri e mezzo di lunghezza ed è diffuso in Italia soprattutto al centro-sud: a renderlo riconoscibile sono soprattutto le quattro linee scure longitudinali che lo caratterizzano. Del tutto innocuo per gli umani, a rendere famoso questo serpente sono le numerose leggende e credenze popolari nate attorno ad esso: dal suo "vizio" di avvinghiarsi alle zampe delle vacche al pascolo al suo legame religioso con San Domenico da Sora

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Comunemente detta "cervone", l'Elaphe quatuorlineata è la regina dei rettili italiani, nonché il serpente più lungo d'Europa.

 

Diffuso dall'Europa sudorientale alle coste dell'Asia Minore, si trova da noi soprattutto nelle zone centro-meridionali e si può incontrare ad un'altitudine fino ai mille metri sul livello del mare. L'elemento saliente, però, non è la sua lunghezza, non la sua distribuzione geografica, né le caratteristiche quattro barre longitudinali scure che ne determinano il nome scientifico: a rendere famosa l'elaphe quatuorlineata è la sua aura mitica.

 

Complici le sue dimensioni, la rappresentazione del cervone nella tradizione orale e iconografica ne ha spesso sottolineato i tratti "draconici". Addirittura ci fu chi scambiò per delle corna i resti della pelle secca durante la muta: di qui sembra avere origine il nome "cervone". Tuttavia, si tratta di una costruzione immaginifica e fuorviante: questo serpente non è velenoso e non è affatto pericoloso per l'uomo.

 

Abituato a frequentare zone prossime alle attività agricole del Sud Italia, lo si trova spesso tra le sassaie, i muretti a secco o vecchi ruderi e cascinali, magari arrampicato su un albero o acquattato tra la macchia mediterranea. Sembra che all'origine dell'immaginario popolare attorno alla quatuorlineata vi sia proprio la familiarità con gli ambienti rurali, la sua vita diurna ed una certa abitudine nei confronti dell'uomo. È da questa antica convivenza che arriva uno dei suoi soprannomi più celebri: "pasturavacche".


Il termine deriva da pastóia (dal latino tardo pastōria, derivato di pastus, "pascolo"), e indica una fune che viene legata alle zampe anteriori delle bestie al pascolo perché non si allontanino, o con cui si unisce una zampa anteriore alla corrispondente posteriore dei cavalli per far loro apprendere l'ambio.

 

Secondo la tradizione, probabilmente frutto di alcuni avvistamenti nei pressi di qualche mandria al pascolo, il nostro cervone si avvicinerebbe alle vacche o alle capre, e ne immobilizzerebbe le zampe con le proprie spire. Ma perché mai dovrebbe fare una cosa del genere?

 

Ebbene - sempre secondo le credenze popolari – questo enorme serpentone andrebbe ghiotto di latte. Il termine "pasturavacche" indicherebbe allora la sua supposta abitudine di avvinghiarsi alle zampe degli animali per raggiungerne le mammelle e succhiarne il latte. La stessa credenza è attestata in diverse aree dell'Italia centro-meridionale, dall'Abruzzo al Lazio, fino alla Campania e al Salento.

 

In area salentina, per esempio, 'mpasturavacche viene spiegato come composto da "mpastura", cioè la pastoia con cui si immobilizzano le zampe degli animali, e vacche. Il serpente sarebbe dunque quello che, secondo la fantasia popolare, lega le vacche per poterle mungere.

La storia, però, non sempre si è fermata ai pascoli. In alcune versioni il cervone sarebbe capace di rivolgere la propria attenzione anche alle donne che allattano. Alcune tradizioni, anche queste diffuse dalla Sila al Salento, raccontano di serpenti che, approfittando del sonno delle contadine stanche dopo il lavoro nei campi, si avvicinerebbero al seno per succhiare il latte. Di questa versione, esistono formulazioni ancor più articolate.

 

A questa tradizione, appartiene la storia di "Za Mpurtunata" e "Zio Peppe", una giovanissima coppia che viveva di pastorizia e come da tradizione ogni estate era dedita nel portare il bestiame in transumanza. La storia è stata raccontata nella rassegna "I Racconti del Focolare" del Comune di Mesoraca, in provincia di Crotone. Di seguito, il racconto in breve.

 

 

L'anno di cui vi stiamo parlando per la giovane coppia era stato un anno speciale. Si erano da poco sposati e Za Mpurtunata aveva dato alla luce il piccolo Santuzzu che allattava al seno materno.

 

Nel mese di giugno dopo giorni e giorni di cammino a piedi, la famigliola arrivò finalmente 'ara Barracca' a Ritorta, nel villaggio di Fratta, così dopo aver sistemato il bestiame e aver cucinato 'quattru ciciari ara pignata' (ceci cotti lentamente nella pignata, una tradizionale pentola in terracotta panciuta tipica della cucina calabrese e del Sud Italia), Za Mpurtunata, stanca e assonnata, dovette pensare ad allattare Santuzzu, così si sedette davanti al camino e si appisolò con il pargoletto intento ad allattare.

 

Da sotto la legna però spuntò uno 'mpasturavacca' che vide la scena e affamato risalì per la sedia, fece staccare Santuzzu e si attaccò al seno per cibarsi del latte materno di Za Mpurtunata.

 

Il bimbo, affamato, si mise subito a piangere ma l'astuto serpente per non fare svegliare la mal capitata pensò bene di dare la sua coda come ciuccio al piccolo. Passò qualche ora e al rientro in baracca Zio Peppe non riuscì a credere ai suoi occhi, vide il serpente che stava bevendo il latte dal seno della moglie mentre 'anninnava' suo figlio dandogli la coda.

 

Così prese un bastone e lo tirò sulla pancia del rettile che goffamente si staccò dalla donna e strisciò nel bosco. Negli anni a venire molti pastori raccontarono di aver visto 'u mpasturavacca' attorcigliato alle gambe delle mucche intento a succhiarne il latte.

 

 

La stessa associazione tra serpente, latte e neonati compare anche in altre testimonianze dell'Italia meridionale. Altrove si racconta che il cervone sarebbe arrivato persino a leccare le tracce di latte dalle labbra dei bambini lasciati nelle culle. Possiamo dunque ipotizzare che la leggenda del "pasturavacche", non appartenga ad un'unica leggenda codificata, ma ad un insieme di motivi narrativi ricorrenti, adattati a diversi contesti e dialetti.

 

Come possiamo ben immaginare, è tutto frutto della fantasia. Uno studio sulla dieta della specie in Italia centrale ha rilevato negli adulti una dieta composta prevalentemente da roditori, con una componente importante di uccelli, nidiacei e uova. Il latte, dunque, non ha alcun ruolo nella sua alimentazione.

Questa consapevolezza, però, non annulla affatto l'interesse attorno a questa "mitologia" del cervone. Al contrario, la consapevolezza che queste storie si siano sviluppate attorno a un animale realmente molto presente, almeno in passato, negli ambienti rurali, ci apre uno spaccato affascinante capace di proiettarci nella mentalità delle comunità rurali del tempo. Un tempo in cui – in mancanza di strumenti e consapevolezze scientifiche – queste fantasie potevano servire a spiegare fenomeni altrimenti incomprensibili: una vacca che produceva meno latte, un animale debilitato o un bambino che fatica a crescere, la perdita del latte di una donna dopo il parto.

 

Oggi, l'Elaphe quatuorlineata è classificata a livello globale dalla Iucn come specie a rischio minimo su scala generale, ma in Italia e in Europa le sue popolazioni locali sono considerate in progressivo declino e spesso valutate come "prossime alla minaccia" o vulnerabili a causa della frammentazione dell'ambiente.

 

Protetto rigorosamente dalla Convenzione di Berna e inserito nella Direttiva Habitat dell'Unione Europea, che impongono la tutela rigorosa del suo habitat naturale, il cervone continua ad essere vittima del suo aspetto non conforme ai nostri canoni affettivi e a queste tradizioni popolari, venendo ingiustificatamente bollato come minaccioso o addirittura letale per l'uomo.

 

Tuttavia, non per tutti è così. Anzi, c'è chi dell'elaphe quatuorlineata ne ha fatto un simbolo religioso. Parliamo della tradizionale Festa dei Serpari, a Cocullo in Abruzzo, dove il cervone diventa protagonista della parata in onore di San Domenico da Sora.

 

Durante la festa, infatti, la statua di San Domenico viene portata in processione ricoperta di serpenti vivi e la piazza si riempie di rettili (tutti innocui), catturati dai cosiddetti serpari, che vengono fatti conoscere e avvicinare al pubblico. Anche se le specie di serpenti coinvolte nella celebrazione sono quattro, il cervone è senz'altro la più importante, tanto da essere quella che viene avvolta intorno alla statua del Santo. Della particolare affezione tra gli abitanti di Cocullo e i loro serpenti, nonché dell'interesse scientifico nato dalla manifestazione religiosa, ne parlavamo in questo articolo.

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