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Ambiente | 27 agosto 2026 | 15:00

Catastrofe tra Tibet e Nepal: non sembra un semplice collasso di una porzione di ghiacciaio. Si ritiene abbia ceduto la montagna stessa, dove poggiava la parte inferiore dell'apparato glaciale

Le immagini satellitari e i segnali sismici stanno chiarendo la dinamica della catastrofe che il 26 agosto ha colpito il confine tra Tibet e Nepal. È un esempio estremo di come i pericoli dell'alta montagna possano concatenarsi e raggiungere comunità situate decine di chilometri più a valle

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Sono passate circa 24 ore dalla catastrofica ondata di piena improvvisa che ha colpito alcune vallate al confine tra Tibet e Nepal. Iniziano ad arrivare i primi dati, soprattutto satellitari, che permettono di ricostruire quanto è successo. Anche i segnali sismici stanno fornendo informazioni preziose: quelle che inizialmente erano state interpretate come scosse di terremoto sembrano infatti essere state prodotte direttamente dal collasso e dal movimento dell'enorme massa di roccia e ghiaccio. Effetto, quindi, non causa.

 

Il bilancio delle vittime si sta facendo sempre più drammatico. Nella mattina del 27 agosto le vittime confermate sono circa 270, mentre impressiona ancora di più il numero dei dispersi, circa 1.300 e in continuo aumento. I danni hanno colpito comunità fino a 100 km a valle rispetto al punto di distacco della frana.

 

Ieri erano state avanzate diverse ipotesi su quanto fosse accaduto, ma la mancanza di dati impediva qualsiasi ricostruzione solida. L'unica evidenza era il coinvolgimento di un ghiacciaio. Una prima immagine satellitare, catturata già poche ore dopo la catastrofe, lasciava intravedere tra le nubi una vasta area di distacco in corrispondenza di un ghiacciaio. Oggi stanno arrivando immagini più nitide che permettono di comprendere meglio la dinamica.

 

Le ricostruzioni più robuste indicano che non si sia trattato del semplice collasso di una porzione di ghiacciaio, come accadde per esempio sulla Marmolada nel 2022. Le immagini satellitari mostrano una vasta cicatrice sul versante roccioso adiacente al ghiacciaio. Una porzione della montagna sulla quale poggiava la parte inferiore del ghiacciaio è collassata, trascinando con sé anche il ghiaccio.


Confronto tra immagini Landsat del 20 aprile e del 26 agosto 2026 nell'area al confine tra Tibet e Nepal. Nell'immagine successiva all'evento è ben visibile la vasta cicatrice lasciata dal collasso di roccia e ghiaccio e la zona interessata dalla mobilizzazione del materiale verso il fondovalle. Elaborazione del National Remote Sensing Centre (NRSC) dell'ISRO, su dati Landsat.

Il risultato è stata una gigantesca massa composta da roccia, ghiaccio e detriti che ha iniziato a precipitare lungo le ripidissime vallate della zona. Il termine utilizzato per fenomeni di questo tipo è rock ice avalanche, una valanga di roccia e ghiaccio. Le prime stime del volume mobilizzato rilasciate dalla commissione GAPHAZ (Glacier and Permafrost Hazards in Mountains) sono nell'ordine di 100-200 milioni di metri cubi. Si tratta di cifre enormi, tra le 10 e le 20 volte rispetto al crollo di Blatten del 2025.

 

Anche i segnali sismici stanno aiutando a ricostruire la dinamica. Nelle prime ore era stata proposta una sequenza in due fasi: la valanga avrebbe dapprima sbarrato il torrente Lhende e, una ventina di minuti più tardi, il cedimento della diga naturale avrebbe liberato l'ondata di piena a valle.


Sequenza di viste oblique Google Earth tra il 2011 e il gennaio 2026 della zona di distacco. La linea blu indica il piano di rottura ricostruito, mentre il punto giallo riporta la localizzazione inizialmente associata dall'USGS al segnale sismico. Dalla pagina Linkedin del geologo Marc Hendrickx.

Le analisi più recenti suggeriscono una dinamica più diretta. Il segnale sismico registrato alle 8.37, ora nepalese e inizialmente interpretato come un terremoto, è stato successivamente attribuito dall'USGS (United States Geological Survey) al collasso stesso e al movimento della gigantesca massa di roccia, ghiaccio e detriti.

 

Una volta raggiunto il fondovalle, questa si sarebbe rapidamente fluidificata, erodendo e incorporando sedimenti e acqua del sistema fluviale. Pochi minuti più tardi il fronte raggiungeva già l'area del valico di Gyirong, Rasuwagadhi sul lato nepalese, dando origine alle catastrofiche immagini che osserviamo sgomenti da ieri.

 

Perde consistenza l'altra ipotesi circolata nelle prime ore, quella di un GLOF, Glacial Lake Outburst Flood, ovvero una piena provocata dallo svuotamento improvviso di un lago glaciale. Non era però un'ipotesi del tutto inverosimile. Poco più di un anno fa, l'8 luglio 2025, le stesse vallate erano state percorse da una violenta piena di origine glaciale. In quel caso le analisi individuarono la causa nello svuotamento improvviso di un lago supraglaciale formatosi sul ghiacciaio Purepu, sul versante tibetano, circa 35 chilometri a monte del confine tra Cina e Nepal. La piena percorse il Lhende, attraversò Rasuwagadhi e si propagò poi nel Bhote Koshi e nel Trishuli, causando almeno 11 vittime, numerosi dispersi e gravi danni a ponti, strade e impianti idroelettrici.

 

Le rock ice avalanches sono grandi movimenti gravitativi nei quali roccia e ghiaccio vengono mobilizzati insieme. Nelle grandi catene montuose possono innescarsi a quote elevatissime e percorrere grandi dislivelli, raggiungendo velocità e livelli di energia enormi. La caratteristica più insidiosa di questi eventi è che il processo può evolvere rapidamente. La massa che precipita verso valle contiene già grandi quantità di ghiaccio e può comprendere anche acqua di fusione. Durante il crollo e la successiva discesa a valle, una parte dell'enorme energia meccanica viene trasformata in calore. Gli attriti interni e quelli alla base della massa fondono rapidamente il ghiaccio, aiutando l'ammasso detritico a diventare fluido, favorendone ulteriormente il movimento.

La colata, mentre segue il percorso verso valle, erode il fondo e le pareti della vallata stessa, incorporando nuovi sedimenti e, quando raggiunge torrenti e fiumi, acquisisce altra acqua. Quello che inizialmente era un ammasso di roccia, detriti e ghiaccio può trasformarsi in una piena iperconcentrata.

 

È questa capacità di trasformarsi durante il percorso a rendere le rock ice avalanche così pericolose: un evento circoscritto a un versante può innescare una catena di processi capace di amplificarne enormemente la portata e di propagare gli effetti per decine di chilometri verso valle. Il primo inventario delle grandi valanghe di roccia e ghiaccio delle montagne asiatiche, pubblicato nel 2024, ha identificato 60 eventi, 29 dei quali hanno prodotto processi concatenati come colate detritiche, piene, sbarramenti fluviali e inondazioni. Nel complesso hanno causato almeno 1.366 vittime e oltre mezzo milione di sfollati.

 

Sono proprio gli eventi nei quali roccia e ghiaccio vengono mobilizzati insieme a mostrare la maggiore propensione a trasformarsi: 21 delle 27 rock ice avalanche censite hanno prodotto processi concatenati. Questi ultimi, grazie alla maggiore mobilità e alle distanze percorse, sono risultati responsabili della maggioranza delle vittime registrate nell'inventario.

 

Un altro elemento fondamentale per comprendere la catastrofe è la morfologia delle vallate al confine tra Tibet e Nepal. Qui migliaia di metri di dislivello sono compressi in distanze relativamente brevi. Dalle cime glaciali superiori ai 6.000 metri si precipita rapidamente dentro vallate profonde, strette e fortemente incise. Acqua, sedimenti e materiale proveniente dalle alte quote vengono concentrati in corridoi localizzati, con tempi di risposta estremamente rapidi.

 

Quando una grande massa di detriti percorre un alveo confinato, l'interazione con il fondo e con le pareti può produrre una fortissima erosione. Altro materiale viene incorporato nella colata, aumentandone il volume e mantenendone elevata la mobilità. Raggiungendo corsi d'acqua sempre maggiori, il flusso incorpora poi nuove quantità di acqua e può cambiare ancora una volta comportamento.

 

Queste sono le evidenze che possiamo ricavare dalle poche, ma ormai piuttosto robuste, informazioni disponibili. Rimane però l'elefante nella stanza: il cambiamento climatico. È inevitabile chiedersi se il disastro del 26 agosto possa essere stato almeno in parte favorito dal rapido riscaldamento delle alte montagne asiatiche.

 

Al momento non possiamo affermarlo con certezza. Individuare le cause e soprattutto l'innesco di una grande frana richiede studi approfonditi. La stessa letteratura invita alla cautela nel dedurre un aumento della frequenza degli eventi dai soli archivi recenti, anche perché oggi satelliti e social media permettono di individuare fenomeni che in passato sarebbero probabilmente rimasti sconosciuti e confinati tra le conoscenze di comunità remote.

 

Sappiamo però che il terreno che fa da scenario a questi eventi sta cambiando molto rapidamente. Quando un ghiacciaio si ritira e perde spessore, diminuisce il sostegno esercitato sui versanti laterali. Pareti rimaste per secoli, o millenni, a contatto con il ghiaccio vengono progressivamente esposte. Cambiano le pressioni,0le condizioni termiche della roccia e la circolazione dell'acqua, che si può infiltrare più efficacemente nelle fratture anche al di sotto del ghiaccio. Secondo la commissione GPHAZ l'ammasso roccioso franato era in condizione di permafrost "caldo", ovvero vicine al punto di fusione. Si tratta delle condizioni più favorevoli per l'insorgenza di questi eventi. Quando il permafrost si avvicina al punto di fusione e inizia a degradarsi, le sue proprietà meccaniche cambiano drasticamente.

 

Il gigantesco crollo di Blatten, sulle Alpi svizzere, ci ha recentemente ricordato quanto complesse possano diventare queste interazioni tra roccia, ghiaccio e acqua in montagne sottoposte a un rapido cambiamento climatico. Qualcosa di simile ha probabilmente contribuito anche a preparare le condizioni per l'evento tra Tibet e Nepal. Ma per stabilirlo serviranno dati e analisi che oggi ancora non abbiamo.

 

C'è infine un ultimo elemento che dobbiamo affrontare, questa volta di pertinenza esclusivamente umana. Nelle alte montagne asiatiche, popolazione, turismo, strade e grandi infrastrutture idroelettriche si stanno progressivamente spingendo all'interno delle vallate, raggiungendo luoghi prima scarsamente frequentati. La letteratura scientifica indica proprio nell'aumento dell'esposizione di persone e infrastrutture uno dei fattori che stanno facendo crescere il rischio associato alla degradazione della criosfera. Non aumenta soltanto la pericolosità di alcuni processi, e questo sta comunque accadendo, aumentano anche le persone e le infrastrutture che possono trovarsi esposte a tali fenomeni.

 

Questo è un problema difficile da gestire in una regione dalla topografia così estrema come l'Himalaya. Le poche superfici relativamente pianeggianti disponibili per costruire strade, centri abitati e impianti industriali si concentrano inevitabilmente nei fondovalle. Ed è esattamente là che si concentra il passaggio di detriti e sedimenti a seguito di eventi come quello di ieri, anche se la loro origine è da individuare migliaia di metri più in alto e decine di chilometri più a monte.

 

Anche i sistemi di allerta devono confrontarsi con questa geografia. Il 26 agosto tra il collasso in alta montagna e l'arrivo della colata nelle aree abitate sono trascorsi soltanto poche decine di minuti. Tutto può accadere con tempi rapidissimi, rendendo più difficile lo sviluppo di sistemi di allerta efficaci. Secondo le informazioni che stanno circolando in queste ore, oltre mezzo milione di avvisi di allarme sono stati lanciati alle persone residenti nella zona. L'evento è stato però talmente rapido nella sua manifestazione, da non lasciare il tempo per mettersi in sicurezza. Studiare questi processi, monitorare i versanti e i ghiacciai più instabili e costruire sistemi di allerta transfrontalieri rapidi diventa sempre più urgente.

 

Il problema è però ancora più ampio. L'Himalaya sta cambiando rapidamente sotto l'effetto del riscaldamento climatico ntropogenico, ma allo stesso tempo cresce la pressione antropica nelle vallate che incidono quelle montagne. È questa combinazione a rendere quei territori estremamente rischiosi dal punto di vista idrogeologico e geomorfologico. Riuscire a gestire tali rischi sarà sicuramente una delle grandi sfide di questo secolo.

 

 

Cos'è accaduto e cosa no

  • NON si è trattato di una alluvione prodotta da forti piogge
  • NON è stato un terremoto a provocare il crollo. Il crollo è stato talmente grande da generare onde sismiche simili a quelle prodotte da un terremoto
  • NON si è trattato di un GLOF (glacier lake outburst flooding), ovvero il cedimento degli argini morenici di un lago glaciale. Nessun lago glaciale è stato coinvolto nell'evento
  • NON è stato il crollo di una frana all'interno di un precedente lago a generare l'ondata di piena. L'ondata di detriti non ha incontrato laghi lungo il suo percorso.
  • La frana NON ha ostruito una valle creando una diga temporanea che è poi crollata. La frana di roccia e ghiaccio è probabilmente la causa diretta dell'inondazione.
  • Una frana di roccia NON è caduta sopra ad un ghiacciaio facendolo collassare. Non ci sono evidenze che un crollo in roccia abbia impattato la superficie del ghiacciaio.
  • NON è stato il crollo del ghiacciaio ha far franare la roccia sottostante. L'enorme crollo in roccia ha trascinato con sé la porzione di ghiacciaio che sosteneva.
  • Il permafrost ha un ruolo con il crollo in roccia? Possibile, ma è troppo presto per averne certezza.
  • Il cambiamento climatico è stato in qualche modo coinvolto? Anche in questo caso è impossibile fare l'attribuzione con certezza. Con elevata probabilità è una delle concause. Potrebbe aver avuto un ruolo la degradazione del permafrost, associata all'aumento di temperatura, alla maggior disponibilità di acqua liquida e ai processi di deglaciazione.
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