Come l'essere umano ha imparato a utilizzare il "pianto" delle conifere per illuminare, curare, costruire e togliere le schegge di legno infilate sotto la pelle

Storia della resina: "cerotto" delle piante, ma anche risorsa preziosa che muoveva l'economia delle valli. Dalla pece per calafatare le navi alla produzione di trementina e unguenti medicamentosi, viaggio nel tempo alla scoperta dei "resinatori"

Nel mio girovagare tra i boschi di pini e abeti, mi capita spesso di imbattermi in quelle lacrime appiccicose e profumate che colano lungo la corteccia: la resina.
Se per noi escursionisti può essere una maledizione, soprattutto sui nostri pantaloni quando ci sediamo sopra una radice ferita, per l'albero è un intervento di pronto soccorso in piena regola. Immaginate la resina come un "cerotto liquido" ad alta tecnologia che la pianta secerne dai suoi canali resiniferi per sigillare una spaccatura causata dal gelo o dal morso di un cervo o dai numerosi trafori effettuati da minuscoli ma impavidi insetti lignicoli. Appena esce a contatto con l'aria, questa miscela di acidi resinici e oli essenziali si indurisce, intrappolando batteri e insetti e creando una barriera fisica che può durare anni.
La nostra specie ha capito millenni fa che questo "pianto" era una risorsa energetica e chimica senza eguali. Nelle nostre valli alpine, fino a non troppi decenni fa, il "resinatore" era una vera e propria professione: con gesti precisi e strumenti affilati, praticavano delle incisioni controllate sui tronchi dei pini oppure attraverso una trivella creavano un foro alla base dei larici per raccogliere poi l'oro colante in piccoli recipienti. Era un'economia povera ma ingegnosa, che trasformava la linfa delle foreste in pece nera per calafatare gli scafi delle navi e renderle impermeabili ai flutti.
Ma il viaggio della resina non si fermava ai cantieri navali, perché una volta distillata diventava trementina, fondamentale per le vernici dei grandi maestri o per alimentare le lampade che illuminavano le notti prima dell'arrivo dell'elettricità.
C'era poi un sapere più nascosto, tramandato nelle famiglie, per questo liquido viscoso estratto dai larici: bollita e mescolata a grassi animali, si trasformava in unguenti medicamentosi capaci di lenire ferite e dolori muscolari, sfruttando le naturali proprietà antisettiche che l'albero usa per proteggersi dai parassiti. In molti casi veniva anche utilizzata per togliere le schegge di legno infilate sotto la pelle di mani operose in bosco.

Ancora oggi, quando sento quel profumo pungente di bosco sotto il sole estivo, non posso fare a meno di pensare che ogni goccia di resina sia un ponte tra la biologia di difesa della pianta e la storia dell'ingegno umano che ha imparato a costruire e curare "rubando" un po' di quel pianto vitale. Ed è per questo che con tenacia e curiosità mantengo questa antica tradizione di resinazione del larice (ne avevamo parlato in QUESTO ARTICOLO) in un piccolo bosco sopra casa, diventando così una "forest-largaiola"!

Mi chiamo Paola Barducci, ma tutti mi chiamano Forestpaola. Sono una dottoressa forestale e Imparare a guardare il bosco è l'invito che rivolgo a chiunque desideri trasformare una semplice escursione in un'esperienza di scoperta profonda. Spesso, infatti, attraversiamo i paesaggi alpini percependo i boschi come uno sfondo statico, sempre uguale. Ma la montagna in cui si inseriscono è in realtà un organismo vivo, un insieme di dinamiche invisibili e storie scritte nel tempo.
In questo blog vi invito idealmente a camminare al mio fianco, lungo i versanti e tra i boschi di abete, larice o rovere, per decifrare insieme i segni della natura e l'evoluzione del paesaggio montano: dalla semplice definizione di bosco al riconoscimento degli alberi quando non hanno le foglie, faremo divulgazione scientifica "con gli scarponi ai piedi", imparando a leggere la complessità della foresta con occhi nuovi e consapevolezza tecnica, ma senza mai perdere lo stupore di chi sa ancora ascoltare il respiro della montagna.














