Contenuto sponsorizzato
Ambiente | 27 agosto 2026 | 06:00

Quasi ogni sera vola sull'Altipiano con il parapendio a motore: così ha scoperto come la montagna mostra la "febbre della terra". La testimonianza di Fabio Ambrosini Bres

Come stanno cambiando, anno dopo anno, le nostre montagne a vederle dal cielo? Lo abbiamo chiesto a Fabio Ambrosini Bres, carabiniere, esperto di meteorologia e di clima, ma soprattutto pilota di parapendio a motore. Parte della sua vita l'ha passata in cielo a osservare le montagne dall'alto. E a registrarne il cambiamento

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Qualche settimana fa ho avuto il piacere di ascoltare nuovamente Fabio Ambrosini Bres a Enego, durante una sua serata. Non c'è incontro che sia uguale all'altro, ma tutti hanno un filo conduttore comune: la lettura della montagna dall'alto. Delle sue, di montagne: quelle dell'Altipiano dei Sette Comuni, anche se a volte "sconfina".

Un Altipiano osservato dal cielo a fissare per immagini aeree le antiche contrade: le stesse che ritroviamo ad esempio nei libri di Mario Rigoni Stern. E ad immortalarne scatto dopo scatto, filmato dopo filmato, i luoghi più remoti e sconosciuti, sino alle vette sommitali della parte settentrionale dell'acrocoro: dove le estati vestono le pareti erbose di smeraldo e gli inverni ricoprono le cime, i larici e ogni altra cosa di bianco. 


Una delle contrade dei Sette Comuni (foto di Fabio Ambrosini Bres).

Fabio è un carabiniere da poco in quiescenza, ma soprattutto un pilota di parapendio a motore e, in quanto tale, un esperto di meteorologia e di clima. Un punto è ciò che maggiormente affascina delle sue serate. La descrizione di una montagna in divenire. Di una montagna cioè solcata dalla storia, dove appaiono come rughe  del tempo le trincee della Grande guerra o i segni su di essa lasciati dall'uomo. E, soprattutto, di una montagna soggetta al cambiamento climatico


Trincee nei pressi dell'Ortigara (foto di Fabio Ambrosini Bres).

Come stanno cambiando, anno dopo anno, le nostre montagne a vederle dal cielo? Ho voluto chiederglielo. Da quando mi sono trasferito ad Asiago, Fabio - che qui è nato - è diventato un amico. Interessi comuni, come la storia e le storie di queste montagne, serate condivise, qualche cena insieme e così via. E così, alcune sere fa, ha acconsentito alla mia richiesta di un'intervista che con piacere condivido qui coi lettori de L'Altramontagna.

 

 

Ogni tanto ti vedo passare sopra la mia testa col parapendio. Da quanto tempo voli?

 

Ho iniziato i primissimi voli nel lontano 1989, agli albori di questa disciplina, con i primi lanci dalle pareti del ghiacciaio del Lyskamm a Gressoney-La-Trinité (Aosta), dove in quei tempi prestavo l'attività di soccorritore di montagna nell'Arma dei Carabinieri. Quindi qualche volo l'ho fatto, perché da allora non ho più smesso...


Un selfie in quota (foto di Fabio Ambrosini Bres).

Qual è la quota massima alla quale ti sei spinto?

 

Nel mese di agosto 2003 ricordo che sono decollato da Col Rodella (Canazei) a 2485 m slm con un gruppo di piloti locali; grazie a correnti ascensionali favorevoli tipiche di quel periodo abbiamo agganciato e sorvolato il Sassolungo (3.126) e il Sassopiatto (2.957); da lì abbiamo puntato il Pordoi (2.950 m) e il Piz Boè (3.152). Sul Piz abbiamo volato almeno 20 m sopra la cima, per avere una quota sufficiente che ci consentisse un dritto sulla Marmolada (volo senza motore). Dopo 30 minuti di attesa sopra il Boè siamo partiti per il sorvolo della Marmolada arrivando alcuni metri sopra i 3.343 di Punta Penia. Un'emozione indescrivibile. Le correnti ascensionali incontrate mi hanno portato a quota 3.512 m dove la temperatura al 1° di agosto era di -4°C. Il mio abbigliamento di volo era "estivo", non immaginavo che avrei raggiunto una quota simile, nel senso che non era nei miei piani iniziali. Dopo 15 minuti sopra la Regina delle Dolomiti, il freddo mi ha preso come una morsa e sono sceso immediatamente di quota. Quel volo mi ha permesso di raggiungere la quota di 3.512 m (in volo a vela, senza motore), per me ancora imbattuta. Ma soprattutto mi ha insegnato l'importanza del giusto equipaggiamento.

 

 

Qual è il posto più bello dove hai volato?

 

Ho avuto la fortuna e il privilegio di volare sulle montagne più belle d'Italia: dall'Etna al Monte Rosa, dal Monviso a Breuil Cervinia, sino al Lagazuoi: tutti voli a vela. Tra tutti i cieli che ho solcato, nessuno ha mai saputo regalarmi però l'emozione delle Torri del Vajolet. Qui è stato come raggiungere un'altra dimensione: è un po' come se il tempo si fosse fermato. Forse per questo le Torri del Vajolet resteranno per sempre scolpite dentro me.


Le Torri del Vajolet (foto di Fabio Ambrosini Bres).

Hai mai affrontato situazioni di pericolo o in cui hai avuto paura?

 

Ricordo ancora oggi, con un pizzico di ironia ora, ma non allora, un aneddoto vissuto nel primo anno di attività, quando ancora non avevo del tutto completato la mia formazione sulle nozioni tecniche di volo. Durante la fase finale di un volo, a seguito di un calcolo troppo approssimativo sul campo di atterraggio, sono arrivato lungo, tanto da oltrepassarlo abbondantemente. Sono stato costretto ad improvvisare un atterraggio di fortuna. Avevo a disposizione due soluzioni: o atterrare nelle acque gelide del torrente Lys, oppure dentro ad un parco giochi. Avevo pochi secondi per scegliere la soluzione meno grave. A qualche decina di metri, Ho iniziato a gridare a mamme e bambini di allontanarsi dal parco giochi, che ormai era sempre più vicino, a qualche decina di metri. È stato un atterraggio da brividi ma grazie a prontezza, sangue freddo e a una buona dose di fortuna, sono riuscito ad atterrare senza conseguenze, per me e per le persone al suolo.

 

 

Ci puoi spiegare la dinamica dei venti in quota e cosa vuol dire volare sopra le montagne dell'Altopiano dei Sette Comuni?

 

La corrente dei venti in quota (troposfera superiore, tipicamente sopra i 1500-3000 metri) differisce notevolmente da quella al suolo, perché l'attrito con la superficie terrestre diventa quasi trascurabile. I venti in quota, sono governati principalmente dall'equilibrio tra due forze fondamentali: la forza di Pressione e la forza di Coriolis. La Pressione spinge l'aria dalle zone di alta pressione (anticicloni) verso le zone di bassa pressione (cicloni) perpendicolarmente alle isobare. La forza di Coriolis è invece una forza apparente dovuta alla rotazione terrestre. Nell'emisfero nord devia i movimenti verso destra, mentre nell'emisfero sud, verso sinistra. Più il vento è veloce, maggiore è questa deviazione. Pertanto, in generale, i venti in quota sono notevolmente più forti di quelli che spirano sulla superficie terrestre. L'Altopiano dei Sette Comuni, grazie alla sua orografia: altitudine, esposizione, clima, non produce venti di particolare intensità se non in presenza di particolari situazione meteorologiche perturbate. La conca interna produce venti deboli-moderati da circa 3,5 nodi (6,5 km/h) a 10/11 nodi (18-20 km/h) mentre la catena montuosa a nord, dove sono ubicate cime superiori ai 2.000 metri, generano venti da 15 nodi (27 km/h) a 20 nodi (37 km/h) in situazioni non perturbate. Si tratta di velocità pericolose, se non addirittura proibitive, per il volo in parapendio. Le stagioni migliori per volare sopra le cime oltre i 2.000 metri sull'Altopiano dei Sette Comuni sono sicuramente l'autunno e l'inverno, quando l'attività aerologica è più bassa.

 

 

Che temperature trovi solitamente in quota?

 

Dobbiamo considerare il gradiente termico: prendiamo come esempio più importante l'inverno. Dobbiamo tenere presente che la temperatura si abbassa di circa 1 grado ogni 100 metri (gradiente adiabatico secco). Pertanto se decollo da Asiago a 1.000 m slm con temperatura al suolo di 0°C e volo a Cima Dodici (2.336 m slm) ad aspettarmi troverò una temperatura di circa -13°C (salvo particolari condizioni perturbate). 

 

 

Tu sei stato il primo a documentare Vaia, in Altopiano: vuoi raccontarci cosa hai visto nei giorni immediatamente successivi da lassù?

 

Non posso e non voglio certo vantarmi di essere stato il primo in assoluto a documentare il passaggio del ciclone extratropicale Vaia in Altopiano. Ma ho potuto vedere in anteprima dal cielo, questo sì, i segni drammatici della catastrofe appena avvenuta. Vaia non ha solo schiantato 4 milioni di alberi nella nostra Regione: ci tengo a ricordare che quasi tutte le regioni d'Italia hanno contato almeno un morto, a causa di quell'evento meteorologico estremo, portando così il bilancio definitivo a 37 vittime, di cui 2 veneti. Il giorno dopo il passaggio di Vaia in Altopiano mi sono alzato in volo con il parapendio. Quello che mi si è presentato davanti agli occhi è stato uno scenario a cui facevo fatica a credere e che, nei primi istanti, la mia mente non riusciva nemmeno a elaborare. Volavo a bassa quota sopra a migliaia di alberi sradicati, abbattuti e schiantati al suolo come se fossero bastoncini di Shanghai. Una devastazione forestale senza precedenti. La tristezza e la desolazione hanno invaso i miei pensieri, mentre le lacrime mi rigavano il viso per quello che i miei occhi stavano testimoniando. All'inizio ho fatto fatica a capire la dinamica di quella catastrofe: gli alberi non seguivano una linea precisa o unidirezionale. Erano capovolti, girati alla rinfusa verso destra e verso sinistra, orientati a nord o a sud. Per quanto mi consideri un esperto di meteorologia, in quel momento sembrava impossibile decifrare quale forza della natura potesse aver generato una distruzione simile su migliaia di ettari di bosco. Tra le aree colpite, la piana di Marcesina è stata quella più devastata, quella che maggiormente ha subito la furia del vento che - passando in Valgàdena a una velocità vicina ai 200 km/h - ha devastato il patrimonio forestale dell'Altopiano dei Sette Comuni.


Gli schianti di Vaia a Marcesina, nell'Altopiano dei Sette Comuni (foto di Fabio Ambrosini Bres).

Volando puoi toccare con mano e con gli occhi gli esiti del cambiamento climatico in atto, non è vero?

 

Volando sopra le montagne in inverno, ma non solo in inverno, si impara ogni giorno una lezione: la montagna mostra la "febbre della terra". Sorvolando godo di un osservatorio privilegiato. Da lassù la montagna non è solo un paesaggio da ammirare, ma un libro aperto che racconta. E racconta senza filtri, senza inganni, gli effetti evidenti del cambiamento climatico. È proprio l'alta quota il primo e più sensibile indicatore di una trasformazione radicale rispetto ai decenni trascorsi.

 

 

Cosa vuoi dire?

 

Il segnale più evidente è l'aspetto della neve e, in particolare, la drastica impennata della sua quota di permanenza. Negli anni Ottanta, la neve stabile si attestava tranquillamente tra gli 800 e i 900 metri. Oggi, sull'Altopiano dei Sette Comuni, la quota neve si è alata a circa 1500 metri. È come se si sia verificata una irrimediabile ritirata della neve dai 900 ai 1.500 metri di quota. Uno spostamento verticale impressionante, che testimonia un riscaldamento accelerato.

 

 

E dal futuro prossimo cosa dobbiamo aspettarci, allora? Quali sono le previsioni?

 

Le proiezioni scientifiche per il decennio 2024-2034 parlano chiaro: si stima un ulteriore innalzamento termico medio di circa 0,8-1°C. Cosa significa concretamente 1 grado in più nel giro di dieci anni? Sull'Altopiano dei Sette Comuni la quota neve è destinata a salire di ulteriori 200 metri circa, raggiungendo quota 1.700. Questo innalzamento innescherà una reazione a catena con inevitabili squilibri: ambientali ed ecologici, alterazione degli equilibri forestali, climatici e della biodiversità montana. 

 

 

A questo si aggiungono gli squilibri economici e turistici, che hanno un altro impatto sociale.

 

Proprio così, viene avanti una crisi profonda per gli sport invernali, con assoluta necessità di alternative. È la fine dello sci a media e bassa quota, vale a dire tra i 1.000 e i 1.500 m slm. Le stazioni sciistiche comprese in questa quota, che già oggi faticano a sopravvivere, si troveranno in un vicolo cieco. Forse a nulla servirà fare affidamento sulla neve programmata (artificiale). Le temperature notturne potrebbero assumere valori attorno ai -4 o -6°C a 1.500 metri, con temperature diurne tra i +4 e i +7°C. D'altronde i primi campanelli d'allarme sono già suonati. Nel febbraio 2023 e 2024 a quota 1.650 metri si sono registrate per alcuni giorni temperature anomale tra i +8 e i +11°C per 7 giorni consecutivi. Il cambiamento climatico non è più un'ipotesi futuristica o una proiezione teorica: è un processo già in atto, visibile e tangibile, che non ha più bisogno dello sguardo specialistico di un climatologo o di un meteorologo per essere compreso. Asiago, per fare un ultimo esempio recentissimo, questa estate ha toccato una temperatura massima di 30,8°C, il 3 agosto di quest'anno. Forse è giunto il momento in cui tutti prendano consapevolezza della situazione.

Contenuto sponsorizzato