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Ambiente | 21 agosto 2026 | 18:00

Il ghiacciaio in breve tempo è diventato marrone, con fango e detriti sulla superficie. C'è qualcosa di allarmante nella fotografia del Servizio Glaciologico Lombardo

Dopo il Cervino solcato dalle cascate d'acqua, dalle Alpi arriva un'altra immagine difficile da dimenticare: un ghiacciaio quasi completamente marrone, attraversato dai detriti trascinati a valle da piogge torrenziali. Siamo sul piccolo, ma ben studiato e monitorato, Ghiacciaio del Lupo, nelle Alpi Orobie. Questo scatto, risalente al 20 agosto 2026 e prodotto da una delle webcam gestite dal Servizio Glaciologico Lombardo, racconta molto di come stanno mutando le condizioni estive delle alte quote alpine

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

C'è qualcosa di allarmante nella fotografia ripresa il 20 agosto 2026 dalla webcam del Servizio Glaciologico Lombardo affacciata sul Ghiacciaio del Lupo, in Val d'Arigna (Alpi Orobie). Chi non conosce la zona potrebbe fare fatica a intuire che in mezzo a quelle vistose colate marroni si nasconde un ghiacciaio.

 

La montagna è avvolta da nubi pesanti, come è normale che sia durante le fasi perturbate. A stonare è però quella miriade di strisce brune che si intrecciano tra le pareti fradicie. Quelle stesse colate raggiungono il ghiacciaio e ne attraversano la superficie, depositando fango e detriti su ciò che rimane dell'apparato e ancora più a valle. Dove ci aspetteremmo il bianco, o almeno il grigio del ghiaccio estivo privo di neve, domina una tinta fosca che con il mondo dei ghiacciai ha poco a che fare.

 

Il ghiacciaio diventa marrone.

 

Dopo la fotografia del Cervino attraversato da decine di cascate prodotte dalla pioggia e dalla grandine scaricata sulla montagna durante un temporale sviluppatosi nel cuore di un'ondata di calore, questa potrebbe diventare un'altra immagine-simbolo capace di raccontare con efficacia lo stato della criosfera alpina durante le nuove estati prodotte dal cambiamento climatico.

 

Ciò che osserviamo non è completamente nuovo. Sulle montagne ha sempre piovuto, le colate detritiche sono sempre esistite e sui ghiacciai da sempre precipitano detriti e sedimenti dalle pareti circostanti. Il punto è diverso: cambiano profondamente le condizioni climatiche che portano allo sviluppo di questi fenomeni. Temperature più alte producono nuove combinazioni di fenomeni e livelli di intensità che prima erano qualcosa di eccezionale.

 

Prima di analizzare un poco più in dettaglio ciò che vediamo nella fotografia, inquadriamo la geografia dello scatto. Il Ghiacciaio del Lupo è un ghiacciaio di circo di piccole dimensioni nelle Alpi Orobie. Deve la sua sopravvivenza all'esposizione verso nord e al grande accumulo di neve che contraddistingue questo settore delle Prealpi Lombarde. Secondo i dati del Servizio Glaciologico Lombardo, nel 2023 occupava 0.14 km², estendendosi indicativamente tra 2445 e 2745 metri di quota. Eppure, nonostante le dimensioni ridotte e la posizione relativamente appartata, è probabilmente uno dei piccoli ghiacciai italiani meglio documentati. Il merito è del lavoro portato avanti da decenni dal Servizio Glaciologico Lombardo, che ha trasformato il Lupo in una sorta di laboratorio a cielo aperto del glacialismo lombardo.

 

La fotografia è stata scattata proprio grazie al lavoro portato avanti da SGL, provenendo infatti da una delle webcam che l'ente gestisce sulle Alpi per monitorare in tempo reale lo stato dei ghiacciai lombardi. La data dello scatto corrisponde con il peggioramento meteorologico che il 20 agosto ha interessato buona parte dell'Italia settentrionale dopo una lunghissima fase calda. Un sistema perturbato di origine atlantica ha raggiunto il nostro paese colpendo soprattutto i settori alpini e portando precipitazioni localmente intense, preannunciate da allerte e inviti alla prudenza in diverse regioni del Nord.


Il ghiacciaio del Lupo fotografato al termine di un'estate meno deleteria per i ghiacciai alpini (21 settembre 2024). Il ghiacciaio, nonostante l'accumulo di polvere sahariana sulla superficie nivale residua, mantiene una buona copertura nevosa, testimoniando la capacità di conservare almeno parzialmente l'accumulo e produrre nuovo ghiaccio. Le condizioni sono radicalmente diverse rispetto a quelle osservate nell'estate 2026. Fotografia di Riccardo Scotti.

I danni maggiori prodotti dall'evento alluvionale si sono registrati in Alta Valcamonica, con un ponte crollato, la statale del Tonale interrotta e decine di evacuati a causa di colate detritiche ed esondazioni. I picchi di precipitazione si sono però registrati proprio sul crinale orobico, dove si trova il Ghiacciaio del Lupo. La stazione ARPA Lombardia del Lago Reguzzo, a un paio di chilometri di distanza dal ghiacciaio, riporta 224 millimetri di pioggia caduti in poco più di 24 ore, sono 224 litri di acqua caduti per metro quadrato. Durante questa prima fase dell'evento perturbato, la temperatura, sempre stando ai dati del Lago Reguzzo, non è mai scesa sotto i 6°C a 2440 metri, corrispondenti alla quota della fronte del ghiacciaio.

 

Una caratteristica importante di questa perturbazione è stato il brusco passaggio tra condizioni estreme opposte: una lunga fase, durata svariate settimane, povera di precipitazioni e con temperature molti gradi sopra la media di riferimento del periodo, seguita da un episodio capace, almeno localmente, di scaricare una grande quantità d'acqua in tempi brevi in un contesto che termicamente è rimasto ancora sopra la media.

 

Questo intreccio di precipitazioni e temperatura è didattico perché ci aiuta a capire come stanno cambiando temperatura e precipitazioni sulle Alpi, due delle variabili meteorologiche più importanti.

 

Per la temperatura non è necessario spendere molte parole. Il segnale di rialzo termico è ormai forte e inequivocabile. Per le precipitazioni la situazione è invece più sfumata. Considerando l'intera regione alpina, i quantitativi medi precipitati non mostrano una tendenza uniforme paragonabile a quella osservata per le temperature: un recente studio sulle Alpi europee, basato sul periodo 1961-2020, non individua una variazione significativa delle precipitazioni medie complessive. Individua però un aumento significativo della frequenza degli eventi di precipitazione intensa.

 

Non sta diminuendo la quantità di acqua precipitata al suolo sulle Alpi, ma sta cambiando profondamente la sua distribuzione nel tempo. Non più continui episodi capaci di scaricare acqua con continuità, ma pochi eventi molto intensi. Inoltre cambia la suddivisione tra pioggia e neve, se le temperature crescono, aumenta la frazione precipitata sotto forma di pioggia liquida, anche alle alte quote. Un lavoro pubblicato nel 2025 indica che 2 °C di riscaldamento potrebbero raddoppiare la frequenza dei rovesci estivi estremi sulle Alpi.

 

Le lunghe strisce marroni visibili nella fotografia sono il risultato di un momento di eccezionale intensità della pioggia, capace di mobilizzare il materiale presente sui versanti. Sono le fasi di innesco di quelle che possiamo chiamare colate detritiche, o debris flow: flussi molto concentrati nei quali acqua, fango, sabbia, ghiaia e blocchi di roccia si muovono insieme verso valle.

 

A valle della scena ritratta in fotografia, l'acqua carica di sedimenti si è poi evoluta in una vera e propria colata detritica di grandi dimensioni, grazie alla maggior disponibilità di detrito a valle del ghiacciaio. Il dissesto ha prodotto una piena torrentizia notevole, interrompendo la strada che risale agli alpeggi presenti in Alta Val d'Arigna, ora del tutto isolati.


Il torrente della Val d'Arigna, dove si trova il Ghiacciaio del Lupo, fotografato dai Vigili del Fuoco della Provincia di Sondrio il 21 agosto 2026.

Nell'ambito del terreno montano l'occorrenza delle colate detritiche è assolutamente normale. Si tratta di uno degli agenti che da sempre modellano il paesaggio in quota. Ci sono però alcuni processi che possono favorire la loro occorrenza. Le precipitazioni brevi e concentrate sono uno degli inneschi più efficaci di questi fenomeni. E come abbiamo visto, il cambiamento climatico sta favorendo questo tipo di fenomeno. Non solo, un'atmosfera più calda è capace di trasportare una maggiore quantità di acqua, producendo eventi precipitativi più intensi. Il processo è poi potenzialmente reso ancora più forte dalle anomalie termiche delle acque superficiali del Mediterraneo. Se un'atmosfera più calda può trasportare maggior umidità, un Mediterraneo più caldo, come accade in queste settimane, riversa umidità nell'atmosfera con maggiore efficienza e velocità.

 

C'è un secondo spunto di riflessione che ci viene offerto dalla fotografia, forse ancora più significativo. Prima dell'avvento del cambiamento climatico antropogenico, una perturbazione estiva rappresentava un momento di tregua per l'ablazione dei ghiacciai. Le nuvole riducevano la radiazione solare e le precipitazioni potevano cadere sotto forma di neve anche nel cuore dell'estate.

 

Le nevicate estive sono autentici toccasana per i ghiacciai. Sono efficaci nel rallentare l'ablazione, sia perché aggiungono una piccola quantità di massa al ghiacciaio, ma soprattutto perché ricoprono ghiaccio e nevato relativamente scuri con un velo molto più riflettente. L'albedo aumenta, aiutando il ghiacciaio a riflettere la radiazione solare. Grazie a questi fenomeni l'ablazione veniva modulata e ridotta periodicamente.

 

Oggi questa possibilità si sta riducendo a zero. Durante le fasi calde estive lo zero termico sulle Alpi supera ormai abitualmente i 4000 metri e la quota delle nevicate rimane molto più alta dei piccoli ghiacciai come quello del Lupo. Il 20 agosto, nella zona orobica, lo zero termico si attestava tra 3700 e 3800 metri, ben al di sopra delle vette, e dei ghiacciai, più alte di questo settore. Il ghiacciaio del Lupo si trova interamente al di sotto dei 3000 metri: quando viene investito da una perturbazione in queste condizioni, ciò che arriva sulla sua superficie non è neve, ma pioggia. Questo cambia radicalmente il significato di una perturbazione per il ghiacciaio.

 

Viene completamente meno il meccanismo capace di limitare temporaneamente l'ablazione. Non solo, l'arrivo di acqua liquida sul ghiacciaio porta energia sul e dentro al ghiacciaio. La quantità di tale contributo di calore dipende dalla temperatura delle precipitazioni. È ridotto se lo zero termico è prossimo alla quota del ghiacciaio e la temperatura della pioggia è di poco superiore a 0°C. Diventa però significativa se le precipitazioni cadono con una temperatura di diversi gradi al di sopra dello zero, come accaduto ieri. La circolazione di acqua relativamente calda, trasporta calore al ghiacciaio, continuando quindi ad alimentare la fusione.

 

Al tempo del cambiamento climatico, accade sempre più spesso che le perturbazioni in arrivo sulle Alpi non solo non riescano a contrastare la fusione, ma addirittura possano entro certi limiti contribuire ad alimentarla.

 

Siamo abituati a immaginare i ghiacciai come elementi bianchi del paesaggio. Eppure nelle estati alpine di oggi li vediamo sempre più spesso scuri per le impurità e l'accumulo di crioconite, rosa per il proliferare delle alghe, arancioni per l'accumulo di polvere sahariana e infine marroni per i detriti mobilizzati dalla pioggia. Sono fenomeni diversi e certamente non nuovi e del tutto riconducibili al cambiamento climatico. Nel loro insieme tradiscono però la rapida trasformazione che sta attraversando questi ambienti.


Immagine storica del Ghiacciaio del Lupo, fotografato nel 1938 da Alfredo Corti. Crediti: CAI, sezione Valtellinese.

 

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