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Ambiente | 27 giugno 2026 | 10:45

Sul Cervino, cascate d'acqua cadono a oltre 4000 metri: ecco cosa sta succedendo alle alte quote alpine

La fotografia sembra a prima vista impossibile, un artefatto: una delle pareti simbolo dell'alpinismo su ghiaccio, la Nord del Cervino, attraversata da rivoli d'acqua. Eppure è reale. In questo scatto sono concentrate le trasformazioni che a causa del cambiamento climatico stanno dando vita a dinamiche pressoché inedite per l’alta montagna 

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Cosa mostra questa fotografia? A prima vista sembrerebbe soltanto il versante di una montagna rigato dagli scrosci d'acqua che seguono un temporale.

 

In realtà c'è qualcosa che non torna. Forse alcuni di voi avranno riconosciuto tra quelle rocce nerastre il profilo inconfondibile della parete Nord del Cervino, con l’immane strapiombo del naso di Zmutt. Cascate d’acqua che cadono da una cima che sfiora i 4500 metri. Lassù, nel regno delle massime quote alpine, fino a pochi decenni fa sarebbe stato estremamente raro assistere a una scena simile. D’altronde la parete Nord del Cervino è da sempre considerata una delle grandi pareti simbolo dell'alpinismo su ghiaccio, uno scrigno freddo. Evidentemente questa percezione della montagna è ormai obsoleta.

 

Questa fotografia è stata scattata nella serata del 25 giugno da Lauber Harry, poco dopo il passaggio di un breve ma intenso temporale che ha scaricato pioggia e grandine su tutta la montagna. L'acqua che precipita lungo quei rivoli biancastri non è quindi prodotta dalla fusione della poca neve rimasta lassù, è pioggia appena caduta che precipita dalla parete.

 

La conoscenza comune dell’alta montagna vorrebbe che sopra i quattromila metri le precipitazioni cadano sotto forma di neve, anche di estate. Nel 2026, all’epoca del cambiamento climatico antropogenico, durante le ondate di caldo più intense, come quella che da giorni avvolge mezza Europa, è sempre più frequente che anche lassù piova. Perché questo accada è necessario che lo zero termico si trovi a una quota superiore rispetto a quella della montagna che stiamo osservando. La conclusione è immediata: al momento dello scatto lo zero termico si trovava ad almeno 4500 metri di quota, sopra alla croce che compare in cima al Cervino. L'ipotesi trova conferma dai dati in arrivo dalle stazioni meteorologiche nelle vicinanze che hanno permesso stimarne un’altezza, in quel momento della giornata, attorno ai 4800 metri.


La parete Nord del Cervino solcata da pioggia e grandine la sera del 25 giugno 2026. Fotografia di Lauber Harry.

Fino a pochi decenni fa uno zero termico a quelle quote era un evento insolito. Non eccezionale, ma insolito, che poteva verificarsi in una manciata di occasioni durante la stagione estiva. Ormai da alcuni anni questo limite così simbolico supera i 5000 metri a più riprese. Nei prossimi giorni potrebbe succedere di nuovo.

 

Questa fotografia rappresenta con straordinaria efficacia il profondo cambiamento che sta interessando le alte quote alpine. Una delle montagne simbolo delle Alpi, circondata e ornata da ghiacciai maestosi che nel nostro immaginario vorremmo perenni, bagnata dall'acqua come se si trattasse di una qualunque cima delle Prealpi.

 

Ma aldilà di simboli ed emozioni, ciò a cui assistiamo ha profonde implicazioni per il territorio alpino. La pioggia che cade sempre più in alto produce un impatto sul bilancio dei ghiacciai, sull’idrologia e la stabilità delle montagna.

 

La parete nord del Cervino è interessata dalla presenza di permafrost. Significa che, ad una certa pofondità, la roccia di cui è composta mantiene temperature inferiori a 0 °C durante tutto l'anno. In queste condizioni l'acqua presente nelle fratture rimane ghiacciata e agisce come un vero e proprio cemento naturale, contribuendo alla stabilità della montagna.

 

Negli ultimi decenni questo equilibrio si sta però deteriorando in modo sempre più profondo. Il riscaldamento climatico sta progressivamente scaldando il permafrost alpino, degradandolo. Quando, oltre al riscaldamento provocato dall'aria calda, entra in gioco anche la pioggia, il processo accelera enormemente.

 

L'acqua liquida che penetra nelle fratture in occasione di eventi come quelli ritratti in foto, trasporta il calore con un'efficienza molto maggiore rispetto al semplice contatto con l'atmosfera calda. Ogni litro d'acqua che si infiltra nella montagna trasferisce energia verso il suo interno, contribuendo a riscaldare il permafrost in profondità. Questo avviene sia attraverso il diretto trasporto di calore, poiché l'acqua è un vettore di calore estremamente più efficace dell'aria, sia a causa del successivo rigelo della pioggia nell’interno freddo della montagna. Quando una massa d’acqua congela, rilascia infatti molta energia nell’ambiente circostante.

 

Quando piove alle alte quote, grandi quantità di calore possono quindi penetrare nelle porzioni fredde delle montagne. Gli effetti non terminano quando passa il temporale: quel calore continuerà a propagarsi nelle settimane e nei mesi successivi, favorendo i processi di degrado e aumentando la probabilità di instabilità in quella porzione di montagna. Non è necessario che il ghiaccio presente nelle fratture fonda completamente si trasformi in acqua per destabilizzare la montagna. È sufficiente che aumenti la temperatura, rendendo il materiale più plastico e favorendo così la deformazione di intere pareti rocciose.

 

Molti degli scenari che la comunità scientifica descrive da anni per raccontare il futuro delle Alpi stanno manifestandosi con sempre maggiore evidenza. Le alte quote alpine stanno entrando in una nuova fase della loro storia climatica, nella quale eventi un tempo eccezionali diventano più frequenti.

Questa trasformazione non sarà priva di conseguenze. I crolli di Blatten o di Cima Falkner dello scorso anno sono esempi di ciò che sta accadendo sulle Alpi. Certo non avremo a che fare solamente con eventi di questa portata così distruttiva, ma i fenomeni di instabilità legati al degrado del permafrost diventeranno inevitabilmente una componente sempre più importante dell'evoluzione delle montagne, specie di quelle più alte.

 

Questa fotografia così spettacolare ha inevitabilmente attirato l'attenzione di diverse persone. Tra i commenti comparsi sui social, alcuni non si sono soffermati sull'eccezionalità di quanto ritratto, ma hanno invece liquidato l'immagine come un prodotto dell'Intelligenza Artificiale.

 

La fotografia è autentica. Esistono altri scatti realizzati negli stessi minuti da punti di osservazione differenti che documentano il medesimo fenomeno. Anche questo episodio merita una riflessione. Per anni il negazionismo climatico ha cercato di screditare le osservazioni scientifiche sostenendo che fossero manipolate o inventate. Oggi, con la diffusione dell'intelligenza artificiale, si è aggiunto un nuovo argomento: etichettare una fotografia come "AI" è sufficiente per insinuare il dubbio e chiudere la discussione, senza la necessità di verificarne l'autenticità.


Un'altra immagine (webcam: Zermatt-Matterhorn) del Cervino poco dopo il temporale del 25 giugno. Anche da questa angolazione si vedono chiaramente i rivoli d'acqua che precipitano dalla montagna.

È un meccanismo insidioso. Eventi che fino a pochi decenni fa sarebbero sembrati straordinari possono essere liquidati come falsi proprio perché appaiono troppo sorprendenti per essere reali. Il cambiamento climatico, e la sua comunicazione, sono anche questo.

 

Nonostante tutto, quelle cascate che scorrono lungo la parete nord del Cervino rimangono reali e trasmettono un messaggio che facciamo sempre più fatica a cogliere.
 

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