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Ambiente | 23 giugno 2026 | 12:00

"Un meleto non è paesaggio naturale". Sette ettari coperti con pannelli fotovoltaici aprono la discussione sul paesaggio agricolo, sulle rinnovabili e sulla nostra percezione di natura

Parliamo di 5.028 pannelli: il progetto dovrebbe concretizzarsi a Caldonazzo. Negli ultimi anni, l'agrivoltaico è stato ampiamente utilizzato per ridurre l'evapotraspirazione durante estati sempre più calde, come protezione parziale dagli eventi estremi (che aumentano a causa dell'uso di combustibili fossili) o come strumento di riduzione delle escursioni termiche che in certi contesti migliora qualità e conservazione dei frutti. Per difendere davvero il paesaggio bisogna prima capire da cosa è minacciato

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

A Caldonazzo, in Trentino, quasi sette ettari di meleti che dovrebbero essere coperti con dei pannelli fotovoltaici hanno scatenato una discussione sul concetto di tutela del paesaggio e di transizione ecologica. Il progetto, proposto dall’Azienda Agricola Poda di Flavon, prevede "l’installazione di 5.028 pannelli montati su strutture metalliche mobili e orientabili, installate su piloni di 4 metri di altezza per sopravanzare le chiome degli alberi di melo esistenti". Nell’autunno 2025 la proposta ha collezionato una serie di pareri negativi (tra cui l'Agenzia provinciale per le risorse idriche e l'energia, la Sottocommissione per il Paesaggio, il Comune di Caldonazzo e il Consorzio Centrale locale) mentre nel giugno 2026 il TAR ha ribaltato le sentenze, stabilendo che le normative europee sulla massima diffusione delle rinnovabili devono prevalere sulle restrizioni locali. Italia Nostra Trento (storica associazione che si occupa di valorizzare il patrimonio storico e naturale) ha risposto con un comunicato stampa, dal titolo "L’agrivoltaico è contro il paesaggio", che permette di fare alcune riflessioni sul paesaggio agricolo attuale, sulla penetrazione delle rinnovabili e sulle minacce reali al patrimonio naturale locale.

 

Cos’è l’agrivoltaico

 

Agrivoltaico e fotovoltaico a terra non sono la stessa cosa, anche se nel dibattito pubblico vengono spesso confusi. "Nell'agrivoltaico c'è una compresenza di coltivazioni e produzione di elettricità", spiega Gianluca Ruggieri presidente di ènostra (cooperativa energetica che opera sul mercato delle rinnovabili). "Nel fotovoltaico a terra c'è solo il fotovoltaico. Al limite può esserci la presenza di pecore o capre che pascolano, ma la differenza principale è proprio quella: nell’agrivoltaico c’è una coltivazione in compresenza, che va valutata caso per caso, in base alle caratteristiche dell'impianto e al tipo di coltura. L’agrivoltaico adatta l’impianto alla coltivazione con deve integrarsi, da file di pannelli più distanti o alte anche per permettere ai mezzi di passare facilmente". Nel caso di Caldonazzo i pannelli posti a 4metri di altezza, sopra le chiome dei meleti, lavorano in orizzontale massimizzando l’area di captazione. "Uno dei motivi per cui si propongono questi impianti in altura", aggiunge Ruggieri, "è che con il cambiamento climatico e l'aumento della radiazione solare le coltivazioni vanno in sofferenza, e i pannelli possono compensare in parte questo stress".

Anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) conferma questa prospettiva. Nel report Dual Land Use for Agriculture and Solar Power Production pubblicato nel 2025, si evidenzia come l’ombreggiamento prodotto dai pannelli possa aumentare la resilienza delle coltivazioni proteggendo le coltivazioni dagli eventi estremi sempre più intensi (come la grandine), ridurre l’evapotraspirazione del terreno e di conseguenza ridurre il consumo d’acqua per irrigazione e fornire habitat per flora e fauna utili a contrastare la perdita di biodiversità in un ambiente poco "naturale" come un meleto.

 

L'interazione tra fotovoltaico ed elementi agricoli. Report IEA

 

Il consumo di suolo

 

Italia Nostra Trento nel suo comunicato parla di "aggressione del territorio". "Tecnicamente per il fotovoltaico non c'è consumo ma occupazione", precisa Ruggieri. "Ci possono essere consumi per le cabine di trasformazione, ma si tratta di situazioni simili ad altre coltivazioni che hanno depositi e manufatti civili, con proporzioni molto limitate. Se ho un impianto da diversi ettari, parliamo di pochi metri quadri occupati." E sugli impatti al suolo: "Ci sono, come ci sono per qualsiasi coltivazione. Anche il meleto ha impatti sul suolo, a partire dalle sostanze fertilizzanti all’impianto di irrigazione. Il fotovoltaico ha impatti sulla radiazione o sulla quantità di acqua piovana che arriva al meleto. Ma l'impianto di irrigazione può compensare opportunamente la parte di pioggia che i pannelli intercettano: basta progettare correttamente sia la coltivazione che il fotovoltaico".

C’è un passaggio fondamentale che bisogna considerare quando parliamo di tutela del paesaggio e di patrimonio naturale in contesti come i meleti trentini. "Il fatto che ci sia un impatto non significa che sia per forza negativo. Quando si parla di questi impianti agrivoltaici è spesso perché non si è mai visto come vengono realizzati. Se parliamo di paesaggio in contesti di coltivazioni intensive di meleti, una piantagione è un impianto industriale tanto quanto un campo fotovoltaico. Considerarlo più omogeneo nel paesaggio è puramente un'opinione o una consuetudine. Non c'è niente di naturale in un meleto. Possiamo discutere se è accettabile, ma non è necessariamente vero che sia più "naturale"".

 

Chi ci guadagna

 

Sempre Italia Nostra nel proprio comunicato evoca una presa di posizione urgente perché "le dimensioni degli interventi richiesti si vanno espandendo in modo incontrollabile, a causa del passaggio di scala di tali iniziative che non mirano più alla produzione di energia per le singole attività agricole o aziendali, ma che vengono gestite da multinazionali alla ricerca di fortissimi interessi economici che non avranno ricadute sul territorio, se non la sua aggressione e depauperamento". Ruggieri ridimensiona la questione: "Se parliamo di aziende che producono questi impianti, possono essere sia italiane che multinazionali. Ma quando un impianto viene fatto su un meleto, i proprietari del meleto ricevono i benefici economici che derivano dal contratto stipulato. Questo tipo di accordi può avere tipologie diverse: in alcuni casi è la vendita dell'energia, in altri viene pagato un canone annuo. C'è sempre un beneficio economico per chi ha un impianto fotovoltaico, dovesse essere anche solo un impianto domestico da pochi chilowatt".

Sul fronte agronomico, la ricerca internazionale documenta guadagni concreti. Riduzione dell'evapotraspirazione nelle estati sempre più calde, protezione parziale dalla grandine, riduzione delle escursioni termiche che in certi contesti migliora qualità e conservazione dei frutti. Il rapporto IEA calcola che in scenari di forte stress idrico o termico, l’agrivoltaico possa aumentare la "produttività dell’acqua", ossia il rapporto tra biomassa prodotta e acqua consumata, fino a valori significativamente superiori rispetto alle coltivazioni tradizionali.

Sempre secondo il rapporto della IEA, i fattori di successo di un progetto agrivoltaico sono il coinvolgimento degli stakeholder già dalla fase iniziale del progetto e una trasparenza che accompagni tutto il processo. Nei casi in cui questi progetti trovano le condizioni giuste per la realizzazione, l’accettazione sociale è alta e i benefici per le comunità agricole locali sono misurabili. Se a Caldonazzo non è stata coinvolta la popolazione locale (anche se si tratta di un progetto privato in un terreno privato) allora il problema non è l’agrivoltaico in sé ma il modo in cui viene proposto.

È innegabile considerare che il fotovoltaico a terra richieda generalmente più occupazione di suolo per kWh prodotto rispetto ad altre tecnologie rinnovabili come l’eolico. L’agrivoltaico risolve questa sfida combinando la produzione di cibo ed energia nello stesso spazio fisico. L’indicatore Land Equivalent Ratio (LER) misura l’efficienza complessiva e se è maggiore d 1 significa che il sistema è più produttivo rispetto ai due sistemi separati. In molti studi documentati dal rapporto IEA, il LER si colloca tra 1,3 e 1,7: un guadagno di efficienza del territorio tra il 30% e il 70%.

 

I tetti bastano?

 

"Avere un tetto non significa poter fare un impianto", chiarisce Ruggieri. "Come ènostra arrivano tantissime richieste anche da piccoli utenti (da tre o massimo cinque kilowatt di potenza), e spesso ci sono ostacoli non prevedibili: la presenza di amianto, le condizioni statiche del tetto, il rispetto delle normative antincendio. Bisogna verificare che tutto sia a posto e poi valutare gli extracosti che comporta fare un impianto domestico. Fare gli impianti sul tetto costa di più rispetto ad impianti di grandi dimensioni, e questi costi li deve sopportare qualcuno. C'è anche un argomento economico spesso ignorato. I fotovoltaici a terra oggi vengono assegnati attraverso aste che prevedono un costo dell'energia a circa 50 euro per MWh, mentre il prezzo di mercato è stabilmente tra 100 e 130 euro al MWh. Questa differenzia viene riversata in bolletta a beneficio di tutti. Il fotovoltaico è economico se si fa in determinati modi, e vietarlo significa pagare di più l'energia".

Anche il Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC) prevede che una quota significativa dell’energia prodotta da fonti rinnovabili debba arrivare da fotovoltaico a terra o integrati nell’agricoltura. Secondo Marco Giusti, docente dell’Università di Verona e autore del libro "L’urgenza di agire", per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione totale, avremo bisogno di circa 2.230 kmq di impianti a terra, pari al 0,7% del territorio nazionale.

 

Difendere il paesaggio dal fossile

 

Caldonazzo e il suo paesaggio agricolo non sono immobili. Sono continuamente plasmati dall’azione dell’uomo e dall’azione degli eventi naturali. Proprio questi ultimi stanno modificando pesantemente sia le coltivazioni a valle che le cime circostanti. L’aumento delle temperature globali causate dell’uso massiccio dei combustibili fossili (dove le rinnovabili sono una soluzione economica ed accessibile per mitigare questa dipendenza) sta aumentando la frequenza e l’intensità degli eventi estremi, come grandinate, siccità, ondate di calore o picchi di periodi freddi. Tutti questi eventi agiscono pesantemente sul paesaggio agricolo e sulla produzione di cibo anche in contesti industriali come nel caso delle coltivazioni dei meleti trentini. Il nemico del paesaggio, in questo secolo, sarà la crisi climatica e qualsiasi uso di combustibili fossili che lo alimenta. Le battaglie contro le rinnovabili negli ultimi anni sono state equiparate alle battaglie contro la cementificazione, al consumo di suolo o alle speculazioni che hanno sfigurato le valli negli ultimi decenni, mentre ora il nuovo contesto climatico ed ambientale richiede una visione che vada oltre l’impatto visivo a breve termine. Come inserito nell’articolo 9 della Costituzione Italiana, che riconosce la "tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni", ci è chiesto di prendere decisioni che avranno delle conseguenze anche nei prossimi secoli e che devono essere valutate in tutti i loro aspetti.

Difendere il paesaggio è giusto. Ma per difenderlo davvero, bisogna prima capire da cosa è minacciato.

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