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Ambiente | 31 luglio 2026 | 18:00

"Era arrivato sull'orlo dell'estinzione. Oggi un satellite nello spazio ne registra il segnale: sembra che il primordiale e l'ultra moderno si siano mescolati". Il camoscio appenninico, una sottospecie antichissima

Le sue corna sono assai più lunghe rispetto a quelle delle altre sottospecie. Il camoscio appenninico conserva infatti un patrimonio genetico unico, che ne determina i tratti, così aggraziati rispetto ai "cugini" alpini. Classificato oggi come "vulnerabile", la sua conservazione è un'impresa che travalica i confini del tempo e si compie tutt'ora con tecnologie sempre più sofisticate

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Il camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata) è una sottospecie antichissima ed endemica dell’Appennino centrale. Separata dalle altre sottospecie di camosci, come quelle alpine e pirenaiche, si distingue per le sue forme armoniche e aggraziate. Un tempo il camoscio appenninico fu quasi estinto: tutt’oggi è classificata come "Vulnerabile" nella Lista Rossa Iucn.

 

Le corna, pur avendo la caratteristica forma ad uncino, sono assai più lunghe rispetto a quelle degli altri camosci, e si tratta di corna perenni presenti sia nei maschi che nelle femmine. Durante i mesi estivi, il manto presenta colorazione rossiccia con le parti ventrali e la testa che sfumano nel giallastro, mente l'inverno diventa più lungo e folto, di colore bruno-nerastro su dorso, coda, ventre e zampe, mentre il posteriore, il muso, la fronte e l'area che va dalle guance alle spalle sono di colore giallastro. Sia d'estate che d'inverno, il camoscio appenninico presenta una fascia di pelo scuro che ricopre gli occhi a mo' di mascherina e di una macchia chiara sulla gola.

 

Spesso trascurata, la presenza camoscio appenninico è il risultato di una grandissima sfida per la conservazione. L’intero contingente odierno discende infatti da un unico nucleo residuo che si era salvato dall’estinzione all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm). Proprio grazie all’istituzione del parco e a una rigorosa e attenta tutela storica, la popolazione originaria è aumentata in modo consistente nel corso degli ultimi decenni.

 

Questo successo biologico ha permesso di avviare, a partire dagli anni Novanta, programmi di cattura e reintroduzione in altre aree protette dell’Appennino centrale dove il camoscio era scomparso in epoca storica, come la Maiella e il Gran Sasso. Nel 2025, il Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise ha conteggiato 703 camosci e nuovi 195 nati. Nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, il censimento si è tenuto venerdì 24 luglio e ha coinvolto la cittadinanza.

 

Oggi, i piani di monitoraggio dedicati a questa specie, prevedono la cattura e la dotazione di radiocollare agli individui di camoscio, al fine di poterne monitorare attività, sopravvivenza e movimenti. Marco Albino Ferrari, con un post sulla sua pagina Facebook, riflette sul legame che avvicina le odierne tecnologie in materia di conservazione ad una specie tanto antica da precedere la nostra stessa memoria di esseri umani.

 

 

Il post di Marco Albino Ferrari

 

Il grande vanto del Parco dei Sibillini è la tutela di una specie antichissima. Si tratta del raro e magnifico camoscio appenninico (venerdì parte il suo annuale censimento che coinvolge decine di volontari).

 

Il camoscio appenninico ha una storia particolare. Era arrivato sull’orlo dell’estinzione: una ventina di esemplari relegati sulla montagna della Camosciara (toponimo più che pertinente). Poi, nel 2008, ci sono stati i primi rilasci di maschi e femmine, ognuno dei quali aveva un radiocollare e un nome: Sibilla, Nives, Guerrino, Marta, Stefano...

 

Alcune ricerche rivelano che già all'inizio dell'Olocene questo camoscio dalle lunghe corna fosse presente in un vasto areale appenninico, dai Sibillini al Pollino. E risulta che abbia colonizzato la Penisola ben più anticamente rispetto alla comune specie alpina. Le differenze tra le due specie ci dicono che camoscio alpino e camoscio appenninico non si sono mai incontrati. E infatti costituiscono entità faunistiche ben separate.

 

È lui il vero animale delle alte quote di questa parte della catena. I suoi zoccoli "prensili" gli consentono aderenza sulla roccia e arrampicate per brevi tratti su passaggi di secondo, di terzo e addirittura – in velocità – di quarto grado, secondo la scala inventata dall’austriaco Willo Welzenbach negli anni Venti.

 

Una sera, nel Parco dei Sibillini, rimasi fino a tardi a osservare quegli individui nei loro spazi abitati fin dall’inizio dell'Olocene. L’Olocene, un tempo che non riusciamo neppure a immaginare. Dov’era l’uomo a quel tempo? l’uomo che nel Novecento aveva quasi estinto quella specie e ora l’aveva riportata a prosperare.

 

Tutto mi appariva nella sua essenza primordiale, eppure intorno al collo di quelle creature, proprio mentre li osservavo vagare senza fretta nel loro mondo ritrovato, venivano lanciati segnali captati da un satellite che girava in una regione ultraterrena. Sembrava che il primordiale e l’ultra moderno si fossero mescolati: le tecnologie più avanzate, i dispositivi più sofisticati dell’era del silicio si fondevano con l’antico animale dell’Olocene.

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