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Ambiente | 03 agosto 2026 | 12:00

Il mistero del vestito azzurro della Rosalia alpina: il coleottero insegna che in natura spesso "l'apparenza inganna"

Uno studio pubblicato sulla rivista Ecology and Evolution, cui hanno partecipato anche ricercatori impegnati nel Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, ha provato a rispondere al seguente interrogativo: la particolare colorazione della Rosalia alpina rappresenta davvero un vantaggio contro i predatori oppure è soltanto una curiosità estetica?

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Non tutto è come sembra", "l’abito non fa il monaco", "l’apparenza inganna" moltissime sono le frasi che usiamo quotidianamente per distinguere il come si appare da ciò che si è veramente, evidenziando che tra come ci si mostra e l’essere spesso c’è molta differenza. E il caso della Rosalia alpina conferma queste massime popolari, ma in un modo che non ci aspetteremo: infatti, l’"abito" che indossa pur essendo sgargiante, l’insetto in questione, non lo utilizza per "pavoneggiarsi" tra la faggeta, ma piuttosto per sfuggire ai predatori.

 

Se dovessimo immaginare il perfetto animale mimetico, probabilmente penseremmo a un corpo color corteccia, grigio o marrone, capace di confondersi con il tronco di un albero fino a sparire. Difficilmente ci verrebbe in mente un insetto azzurro, decorato da vistose macchie nere, tanto appariscente da sembrare il frutto della fantasia di un illustratore più che dell'evoluzione.

 

Eppure la Rosalia alpina (Rosalia alpina), uno dei più affascinanti coleotteri europei, continua a sfidare questa intuizione. Il suo elegante corpo grigio-azzurro, le lunghe antenne anellate e la livrea inconfondibile sembrano tutto fuorché un travestimento efficace. Ma la natura, come spesso accade, è molto più complessa delle nostre semplificazioni.

 

Uno studio pubblicato sulla rivista Ecology and Evolution, a cui ha partecipato anche il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, ha affrontato proprio questo interrogativo: la particolare colorazione della Rosalia alpina rappresenta davvero un vantaggio contro i predatori oppure è soltanto una curiosità estetica?

 

Per rispondere, i ricercatori hanno deciso di osservare il problema dalla prospettiva giusta: non quella dell'uomo, ma quella degli uccelli, tra i principali predatori visivi di questo insetto. Attraverso analisi spettrofotometriche hanno misurato il modo in cui il corpo azzurro della rosalia, le sue macchie nere e la corteccia dei faggi riflettono la luce, ricostruendo poi come questi colori vengono percepiti dall'apparato visivo degli uccelli.

 

I risultati hanno riservato una prima sorpresa. Dal punto di vista cromatico, le macchie nere risultano più simili alla corteccia del faggio rispetto al caratteristico colore azzurro del corpo. Seguendo una logica intuitiva, si potrebbe quindi immaginare che un insetto completamente nero sia ancora più difficile da individuare.

 

Ma la realtà racconta un'altra storia.

 

Per verificarlo, gli studiosi hanno realizzato un esperimento sul campo in una faggeta nei pressi di Pescasseroli. Su numerosi tronchi sono stati collocati modelli artificiali della Rosalia alpina in tre diverse versioni: completamente neri, completamente azzurri e con la tipica colorazione naturale, azzurra punteggiata di macchie nere. I modelli sono poi stati monitorati per rilevare gli attacchi dei predatori.

 

I risultati raccolti nel mese di settembre ribaltano le aspettative. I modelli interamente neri sono stati attaccati con maggiore frequenza e intensità rispetto sia a quelli completamente azzurri sia a quelli con la livrea naturale. In altre parole, il colore che sembrava teoricamente più vicino alla corteccia si è rivelato meno efficace nel ridurre il rischio di predazione.

 

È una conclusione che invita a riconsiderare il concetto stesso di mimetismo. La possibilità di passare inosservati non dipende soltanto dalla somiglianza cromatica con lo sfondo. Entrano in gioco numerosi altri fattori: la struttura irregolare della corteccia, il modo in cui la luce filtra attraverso la chioma, il gioco di ombre che cambia durante la giornata, il comportamento e l'esperienza dei predatori, oltre alle variazioni stagionali.

 

Non a caso, ripetendo le osservazioni nel mese di ottobre, i ricercatori hanno riscontrato un'attenuazione delle differenze tra le diverse colorazioni. Un segnale che suggerisce come il vantaggio offerto dalla livrea della Rosalia alpina non sia costante, ma dipenda dalle condizioni ambientali e dal contesto ecologico.

 

Anche il ruolo delle caratteristiche macchie nere rimane, almeno in parte, un enigma. Lo studio non ha evidenziato un beneficio evidente rispetto ai modelli completamente azzurri, ma questo non significa che tali disegni siano privi di funzione. Potrebbero contribuire alla termoregolazione, favorire il riconoscimento tra individui o svolgere altri ruoli che la ricerca dovrà ancora chiarire.

 

La Rosalia alpina è una specie strettamente legata alle faggete mature e alla presenza di grandi quantità di legno morto o deperiente. La sua presenza racconta la qualità ecologica di un bosco, la ricchezza dei microhabitat e la continuità dei processi naturali che caratterizzano le foreste più integre.

 

Forse è proprio questo l'insegnamento più interessante dello studio. In ecologia le spiegazioni lineari funzionano raramente. Un colore non serve soltanto a nascondersi, così come un habitat non è semplicemente un insieme di alberi. Ogni adattamento nasce dall'interazione di molteplici fattori, spesso invisibili a un primo sguardo.

 

La Rosalia alpina, con il suo improbabile vestito azzurro, continua così a ricordarci che la natura non segue quasi mai le scorciatoie del senso comune. E che dietro la bellezza di un piccolo coleottero si nasconde una storia evolutiva ancora capace di sorprenderci.

 

Insomma, è proprio il caso di dire che "l’apparenza inganna" e nel caso della Rosalia alpina ancora di più.

 

Lo studio di riferimento: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ece3.73915

 

 

Immagine di apertura: fotografie di Luciano Caporale e Marand Bruno

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