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Attualità | 29 maggio 2025 | 08:15

Cosa è successo lassù? Analizziamo il gigantesco crollo del Kleins Nesthorn e la conseguente distruzione del villaggio di Blatten

Il 28 maggio, un immenso crollo ha travolto il versante settentrionale del Kleins Nesthorn, devastando la Lötschental e distruggendo il villaggio di Blatten. Fortunatamente, il tempestivo intervento delle autorità ha limitato le conseguenze per la popolazione. Ma cosa ha portato a questo imponente dissesto? Cosa è successo?

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Da giorni giungono continue notizie sui dissesti che stanno avvenendo nella Lötschental, la più sviluppata delle valli laterali sul versante nord dell’alta Valle del Rodano (Cantone Vallese, Svizzera). Il versante settentrionale del Kleins Nesthorn (3342 metri) ha infatti preoccupato le autorità a causa di crolli sempre più importanti e frequenti. La preoccupazione è motivata dal fatto che circa 2000 metri sotto alla parete, sul fondovalle, si trovano diversi insediamenti, tra cui il villaggio di Blatten (300 abitanti). Se un grande crollo avesse interessato quella zona, i materiali avrebbero potuto facilmente raggiungere le abitazioni.

 

Il grande crollo è arrivato il 28 maggio, nel primo pomeriggio. Molti di voi avranno visto le impressionanti immagini. Una immane colata di detriti che precipita per migliaia di metri, invadendo la grande valle e riuscendo a risalire per centinaia di metri il versante opposto rispetto a quello che ha originato il dissesto.

 

L’evento è accaduto da troppo poco tempo per avere stime precise, le prime valutazioni parlano però di un volume di detriti di circa un milione di metri cubi che si sono riversati sul fondovalle della Lötschental per oltre due chilometri, producendo accumuli di svariate decine di metri. Blatten è stato raso al suolo per circa il 90% e il fiume che scorre nella valle (Lonza) è stato interrotto.

Se quanto successo non ha fatto decine o centinaia di vittime (al momento è segnalato un disperso) è stato grazie all’evacuazione e alle misure di monitoraggio sempre più avanzate che sono state attivate negli ultimi giorni. Il crollo del 28 maggio non è infatti avvenuto senza preavviso.

 

Il versante settentrionale del Kleins Nesthorn era attenzionato da tempo. Da anni quella ripida parete esposta a nord mostrava segnali preoccupanti, con crolli frequenti seppur di limitate dimensioni. Gli smottamenti fino al 19 maggio 2025 avevano interessato la superficie della parete, producendo colate e crolli che andavano ad accumularsi sul sottostante Birchgletscher, un piccolo ghiacciaio che si sviluppa (a questo punto è forse più corretto dire sviluppava) dalla cima della montagna fino a circa 2600 metri di quota.


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A partire dal 15 maggio la dinamica è però evoluta rapidamente. Un’intera porzione del versante del Kleins Nesthorn si è messa in moto. La massa ha da subito interessato la montagna in profondità, coinvolgendo un’enorme volume di roccia stimato in diversi milioni di metri cubi. In poche decine di ore, tra il 19 e il 20 maggio, la frana si è mossa vistosamente, sconvolgendo la topografia della montagna. Un intero settore di cresta si è infatti abbassato di quasi cento metri a causa del cedimento del versante e centinaia di migliaia di tonnellate di detrito si sono accumulate sul ghiacciaio. Le immagini dei giorni scorsi mostrano una montagna ancora innevata attraversata da una profonda cicatrice marrone incisa per centinaia di metri.

A partire da questa settimana (26 maggio) l’attenzione si è progressivamente spostata dalla montagna al piccolo ghiacciaio annidato alle sue falde. Il Birchgletscher ha infatti iniziato a muoversi verso valle sempre più velocemente, raggiungendo velocità superiori ai 10 metri nell’arco di 24 ore. Contemporaneamente la frana sembrava invece essersi parzialmente assestata, mostrando spostamenti via via più contenuti.

 

Il 28 maggio l’evento fuori scala. La gigantesca nuvola di detriti riempie la valle, distrugge Blatten e ostruisce il fiume Lonza. Il ghiacciaio è crollato, questo è quanto riportano i media. Sicuramente assistiamo a uno dei maggiori eventi di dissesto avvenuti sull’arco alpino negli ultimi anni. Se è chiara la portata di quanto accaduto, sembrerebbe più difficile comprendere cosa sia successo nella Lötschental.

Facciamo un passo indietro e ripercorriamo la storia del Kleins Nesthorn a partire dagli anni ’90. Una trentina di anni fa la parete che ha generato la frana era quasi completamente coperta da ripide placche di ghiaccio aggrappate alla roccia. Anche la base del versante, quella che ospitava il Birchgletscher, era ampiamente glacializzata. A causa dell’aumento delle temperature la copertura glaciale si è via via sempre più ridotta, trasformando quella che era una parete di ghiaccio in una colata instabile di detriti.

 

Il ritiro del ghiaccio e l’aumento delle temperature hanno probabilmente innescato due processi. Da una parte la base della parete si è trovata improvvisamente liberata dalla morsa del ghiaccio e ha subito una decompressione. Dall’altra la presenza massiccia di acqua liquida (vuoi per la fusione del ghiaccio, vuoi per l’arrivo sempre più frequente di pioggia anche in quota) ha riscaldato il permafrost, promuovendone la degradazione e il movimento. L’acqua liquida ha la capacità di infiltrarsi in profondità, portando calore in volumi estesi di permafrost. Un permafrost più caldo (non per forza completamente degradato), diventa più duttile e facilita la destabilizzazione dell'ammasso che si mette in moto andando poi a generare un circolo vizioso. Maggiore è la deformazione e più numerose e profonde sono le fratture che si aprono dove può infilarsi acqua, accelerando ulteriormente il processo. Anche la decompressione provocata dal ritiro del ghiacciaio potrebbe aver avuto un ruolo, favorendo a sua volta l’instabilità e la fratturazione.

La dinamica dell’evento è stata poi complicata dalla presenza del piccolo ghiacciaio. I crolli avvenuti intorno al 20 maggio hanno precipitato grandi quantità di materiali sul ghiacciaio. Ciò lo ha da una parte appesantito e dall’altra ha immesso calore nella massa glaciale a causa dei forti attriti generati durante i crolli. Ecco perché a partire da quei giorni il ghiacciaio ha iniziato a muoversi verso valle con una velocità anomala, preoccupando le autorità.

 

Dalle immagini del crollo del 28 maggio e dalla dinamica seguita dai detriti, sembra molto probabile che la frana abbia coinvolto grandi quantità di ghiaccio. A suggerirlo è la grande fluidità del materiale e la distanza che ha percorso sul fondovalle (almeno due chilometri). Solo la massiccia presenza di acqua e ghiaccio spiegherebbe il poco attrito interno necessario per produrre queste caratteristiche dinamiche. Quindi il ghiacciaio è definitivamente rovinato a valle? Le notizie in arrivo dalla Svizzera sembrano andare in tal senso, tuttavia non è ancora possibile escludere che in realtà il crollo della fronte glaciale sia stato innescato a monte, da un nuovo cedimento della parete sovrastante.


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Solo nelle prossime ore sapremo qualcosa di più. Per comprendere a fondo le cause dell’evento dovremo invece probabilmente attendere alcuni mesi per lasciare il tempo ai ricercatori di analizzare i dati, sviluppare modelli e pubblicare le proprie ricerche. Le Alpi, come tutte le catene montuose del pianeta, sono destinate a scomparire a causa dell’inesorabile lavorio dell’erosione. Erosione che può avvenire in modo lento e graduale, ma anche improvviso e catastrofico.

 

Dobbiamo quindi pensare che quanto accaduto sul Kleins Nesthorn sia un evento naturale? Al momento non possiamo completamente escluderlo, rimane però il fatto che l’area interessata sia stata coinvolta dalla profonda evoluzione dei fenomeni glaciali e peri-glaciali che la interessavano. Dove ghiacciai e permafrost si trasformano velocemente è difficile aspettarsi stabilità. Sappiamo fin troppo bene che la fusione dei ghiacciai e la degradazione del permafrost non stanno avvenendo per cause naturali.

Le ricerche sulla frequenza dei crolli in alta montagna lasciano intendere un incremento dei crolli superficiali. Per gli eventi che coinvolgono volumi così importanti come in questo caso, la statistica è ancora troppo limitata per rendere possibile l’identificazione di un trend temporale significativo. Nonostante ciò, non dobbiamo andare troppo in là per ritrovare crolli simili a quello Kleins Nesthorn. Con simile si intende il contesto orografico (esposizione e quota), il volume del materiale mobilizzato, l’interazione con fenomeni glaciali e peri-glaciali. Ricordiamo ad esempio il crollo di Punta Thurwieser (Ortles-Cevedale) nel 2004, del Pizzo Cengalo (Masino-Bregaglia) nel 2017 e del Piz Scerscen (Bernina) nell’aprile 2024. La successione di questi eventi lascia intuire una progressione temporale tutt’altro che rassicurante.

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