Togliere gli spit dalle vie d'arrampicata: "Intraprenderò anche io delle schiodature come Luca Schiera? Mi auguro di no, ma non mi sentirei di escluderlo"

Torna ad accendersi la discussione attorno le vie schiodate in Val di Mello. Dopo le recenti interviste a Merizzi e Larcher, l'esperto alpinista e guida alpina Emanuele Andreozzi si esprime sulla questione inviando una lettera a L'Altramontagna. All'origine della questione ci sarebbe un equivoco: "Si continua a confondere l'arrampicata sportiva con quella classica"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nei giorni scorsi, davamo notizia di due vie lunghe d’arrampicata schiodate misteriosamente in Val di Mello: "Il gioco dello scivolo" e "Uomini e topi", nella zona delle Placche dell’Oasi.
Qualche giorno più tardi, l’artefice della schiodatura si era fatto avanti tramite una lettera al quotidiano Lo Scarpone del Cai. Nella lettera l’esperto alpinista Luca Schiera, responsabile del gesto, asseriva di averlo fatto e di essersi poi esposto pubblicamente "perché è l'unico modo per spiegare chiaramente le motivazioni, poi credo che il dialogo sia un buon modo per farci riflettere e magari di trovare dei punti in comune".
Dandone notizia, visto l’interesse del tema per il mondo dell’arrampicata, avevamo coinvolto Jacopo Merizzi, guida alpina tra i pionieri dell’arrampicata libera in Val di Mello (in questo articolo).
L’interesse destato dall’articolo, ci aveva poi ulteriormente convinti che il tema fosse di pubblico interesse, come accennava Schiera, e ci ha spinti dunque a raccogliere il parere di uno dei più prolifici apritori di vie nelle Dolomiti, Rolando Larcher (qui), promotore di uno stile di chiodatura in libera e dal basso.
A ulteriore conferma di questo interesse, nei giorni scorsi, ci è giunta la considerazione di Emanuele Andreozzi in merito al tema "chiodature e schiodature" di itinerari storici. Alpinista e Guida Alpina trentaduenne, Andreozzi dedica la sua attività alpinistica a molteplici sfaccettature della stessa: dall'alta montagna classica alle vie di ghiaccio e misto, dalle vie di roccia in Dolomiti e Valle del Sarca allo scialpinismo. Pubblichiamo di seguito il suo intervento.
La lettera di Emanuele Andreozzi
A seguito dell’articolo sulla schiodatura da parte di Luca Schiera di due storici itinerari in Val di Mello, che come era prevedibile ha scatenato il dibattito sui social, mi offro anche io alla gogna mediatica. Ovviamente si tratta del mio personalissimo parere sull’argomento, non pretendo di avere in mano la verità assoluta.
Anche qui da noi, in Dolomiti, si sta parlando animatamente della questione. Fino ad oggi si è sempre difeso una certa etica, non a caso molte vie classiche, anche tra le più ripetute, ancora oggi sono state lasciate nello stile in cui vennero aperte, ovvero senza fix alle soste. Ultimamente, però, il vento sembra essere cambiato.
Ma andiamo con ordine. A mio parere tutto parte da un equivoco, ovvero che si continua a confondere l’arrampicata sportiva con quella classica, tradizionale, alpinistica o in qualunque modo preferiamo chiamarla. In questo testo, per comodità, la chiamerò sempre arrampicata classica. Al giorno d’oggi è l’arrampicata sportiva a dominare la scena e anche a fare da madre educatrice delle attuali generazioni di scalatori. In arrampicata sportiva, scalare in libera, in totale sicurezza e senza appendersi alle protezioni è la regola principale del gioco. Mentre quella classica è nata con tutt’altro spirito, l’attrezzatura del tempo non permetteva errori, una caduta del capocordata avrebbe potuto essere fatale, quindi appendersi era un valore, non una vergogna. Questa distinzione è fondamentale. Perché oggi quando rientro dalla ripetizione di una via storica, una delle prime cose che mi chiedono solitamente gli amici è se sono riuscito a fare quel difficile tiro in libera. Mi verrebbe da rispondergli: "Cosa c’entra?".
Al giorno d’oggi abbiamo smarrito lo spirito dell’arrampicata classica, che non era quello di arrampicare in libera a tutti i costi. Gli alpinisti del passato avevano un’attrezzatura incredibilmente rudimentale rispetto alla nostra: pesanti corde di canapa, chiodi e cunei come unico modo per proteggersi e scarponi in cuoio ai piedi. Scalavano prendendosi dei rischi enormi (difatti al tempo si parlava di alpinismo eroico), che al giorno d’oggi nessuno di noi si sognerebbe mai di correre su una via. L’evoluzione è stata possibile soprattutto grazie all’innovazione dei materiali, a partire dalle protezioni veloci, con i friends in cima alla lista. Con solo chiodi e martello, gli alpinisti del passato quando si trovavano nel bel mezzo di un tratto difficile e potevano finalmente piantare un chiodo, ci si tiravano su con grande sollievo e solo oltre proseguivano in libera. Il sesto grado nacque così, non era quello che intendiamo noi oggi rinviando comodamente i chiodi in loco di un tiro magari nato in artificiale, ma era il tratto di arrampicata libera di sesto grado tra due chiodi di progressione.
Noi oggi con la nostra arroganza cosa pretendiamo di fare? In nome di scalare in libera una via che non era nata con quello scopo, mettiamo i fix alle soste? Eppure abbiamo corde leggere e dinamiche, scarpette d’arrampicata perfettamente aderenti, nuts, e friends di ultima generazione studiati apposta per rocce calcaree e dolomitiche. Questi ultimi in particolare ci permettono di proteggerci "a metro", magari proprio su quella fessura larga dove settant’anni fa gli apritori invece si erano sorbiti 20 o 30 metri di "run out" perché impossibilitati a piantare dei chiodi. Con delle protezioni mobili così preformanti ad affiancare i sempre validi chiodi e martello, possiamo attrezzare soste sicurissime, molto più di quanto non potevano fare gli alpinisti del passato.
Quindi, quando sento evocare il tanto acclamato diritto di avere delle soste sicure, vorrei far notare che sulla stragrande maggioranza delle vie classiche è assolutamente fattibile attrezzare delle soste sicurissime anche con protezioni veloci più chiodi e martello, non servono per forza i fix. Suvvia, parliamo di itinerari che seguivano i punti deboli delle montagne, la logica di diedri e fessure, che favoriscono sempre l’utilizzo di camme e dadi ad incastro.
Io non voglio assolutamente rievocare i fasti dell’alpinismo eroico, oggi l’arrampicata è cambiata ed è giusto così, però quel periodo storico va rispettato e non cancellato. Piuttosto abbiamo la fortuna di essere nati nell’epoca in cui le protezioni veloci sono incredibilmente preformanti e utilizzandole in maniera corretta, possiamo salire in sicurezza le opere d’arte tracciate dagli alpinisti del passato, senza intaccarle praticando meccanicamente dei fori nella roccia.
Però oltre a questo aspetto etico o filosofico, vorrei sottoporre la questione anche da un punto di vista più pratico. Al giorno d’oggi quasi tutte le vie moderne sono state aperte con le soste a fix e ve ne sono a migliaia, di ogni gusto, grado e impegno, quindi proprio non vedo la necessità di aumentare un terreno già così "mainstream" ed in continua crescita. Omologando tutte le classiche con le soste a spit, le nuove generazioni dove potranno mai mettersi alla prova ed imparare l’arte? Noi "vecchi" d’altronde l’abbiamo imparato lì no? O vogliamo dimenticarci di questo particolare? Lasciare dello spazio dove i "boci" (i giovani) possano formarsi mi sembra sacrosanto. L’apprendimento passa inevitabilmente dal dover prendere la classica "manetta" attraverso molteplici esperienze dirette in parete, non solo con la teoria. Perché un conto è simulare una sosta con i piedi ben piantati a terra, un altro è farlo quando si è da soli con 400 metri di vuoto sotto di sè. Lo stato di necessità fa la differenza, senza di esso, nessuno impara per davvero.
Una delle critiche più in voga che sento dire alle nuove generazioni è la seguente: "Non hanno più l’occhio per andare in montagna". Vero, purtroppo posso confermarlo. Ma ci rendiamo conto che se attrezziamo tutte le classiche con le soste a spit, e magari riempiamo anche i tiri con numerosi ed evidenti chiodi e cordoni, le nuove generazioni non impareranno mai ad orientarsi seguendo la logica della linea? Ancora una volta mancherebbe lo stato di necessità.
Le vie classiche delle Dolomiti sono il primo posto dove si va a fare esperienza in "ambiente", lo era stato anche per me a suo tempo. Quindi se vogliamo educare le future generazioni, è lì che va lasciato loro la possibilità di farlo. Perché se pensiamo che lo facciano andando ad affrontare come prima esperienza delle vie marce e pericolose, dimenticate da Dio, abbiamo un’idea sbagliata. Insomma, è nostra responsabilità preservare le Dolomiti per le generazioni future, omologando tutto che futuro stiamo lasciando?
Proseguendo con il discorso, a mio parere, quando si parla di ri-attrezzare un itinerario, bisogna innanzitutto porsi la seguente domanda: con quale spirito venne aperto al suo tempo? Ad esempio su una via aperta con largo uso dei chiodi a pressione, non mi scandalizzerei nel vederli sostituiti con degli spit. Perché un buco fatto a mano col pianta-spit o fatto meccanicamente col trapano, alla fine sempre di roccia forata si tratta, quindi vuol dire che l’apritore non era contrario a questa pratica.
Anche se forse la questione non è così semplice come la sto esponendo, in quanto svariati anni fa Giuliano Stenghel si oppose a chi voleva sostituire i suoi chiodi a pressione con degli spit sulla via Big Bang al Pian della Paia.
Inoltre sono anche consapevole come sulle vie aperte su friabili pareti gialle strapiombanti, a volte nuts e friends non sono adatti e l’unico modo per assicurarsi era usare i chiodi classici da roccia, che però col passare degli anni sono diventati arrugginiti e insicuri. In questo caso si potrebbe prendere in considerazione di sostituire i chiodi con degli spit, laddove non è possibile piantarne di nuovi. Alcune situazioni esplicite si trovano sulle Tre Cime di Lavaredo, dove questo lavoro è già stato fatto e lo ritengo apprezzabile.
Ovviamente, in ogni caso, il problema non si pone se entrambi gli apritori danno il loro consenso ai fix; ma se come spesso capita non sono più in vita, nel dubbio la loro opera d’arte non va toccata, a meno che non si abbia la certezza totale che l’apritore sarebbe stato d’accordo con la spittatura. Ma deve essere una certezza comprovata, non un "boh, forse, ma secondo me".
Questi sono casi molto ben definiti e insieme all’attrezzatura delle vie normali delle Dolomiti rappresentano una linea rossa che non va oltrepassata. La questione non è l’essere o non essere puristi e contrari a fix o resinati, come molti vogliono ridurla. Io non sono assolutamente contrario, anzi ben venga che chi apre delle vie al giorno d’oggi lo faccia con il trapano. Però su quelle già esistenti, dobbiamo rispettarne la storia, senza manometterle. Non sappiamo quale sarà la direzione in cui andrà l’arrampicata in futuro, però sono sicuro che nessuno di coloro che apre una via al giorno d’oggi vorrebbe che tra 50 o 100 anni qualcuno andasse a modificarla, perché "I tempi sono cambiati", calpestando le sue origini e la sua storia.
Un po’ di tempo fa, su giornaletrentino.it avevo letto una bellissima intervista all’alpinista Alessandro Beber, che sinceramente non so quanto sull’argomento la pensi come me e spero mi perdonerà per averlo citato in questo articolo; però ha fatto un paragone che mi è piaciuto tantissimo e mi fa molto piacere riportare. "Nessuno (almeno spero) si permetterebbe mai di andare a mettere a mettere le mutande al David di Michelangelo, nonostante nella società attuale è probabile che la statua di un uomo nudo in mezzo a una piazza possa risultare disturbante se non addirittura offensiva per molte persone".
Beber proseguiva "In alpinismo possiamo fare un discorso simile: le pareti vanno studiate, le vie che le percorrono vanno contestualizzate per capire che cosa rappresentano, e bisogna avere l'onestà intellettuale di adattarsi alla storia e alla tradizione delle pareti".
Questo a mio parere è un passaggio fondamentale, dobbiamo avere rispetto, preservando il passato. A mio modo di vedere, certe vie andrebbero vissute come una sorta di museo a cielo aperto. Chi vuole salire una via di Angelo Dibona o di Bruno Detassis, sarebbe auspicabile lo facesse in punta di piedi e senza lasciare traccia. Con nuts e friends non vai ad intaccare o modificare in modo permanente nulla, e lo puoi fare in sicurezza. Mentre con gli spit si va a deturpare un patrimonio storico in modo irrimediabile.
Capisco, anche se mi rattrista, che non tutte le persone abbiano a cuore questo argomento, a loro suggerisco di dedicarsi a ripetere le comode e piacevoli vie ben attrezzate a fix, ma senza chiedere che tutto il mondo dell’arrampicata vada in quella direzione. Perché, come detto giustamente da Luca Schiera, troppo spesso dietro alle richieste di soste sulle vie classiche si nasconde la comodità. Ovviamente è più comodo scalare con all’imbrago solo 12 rinvii e una manciata di friends, piuttosto che farlo con una serie e mezzo di friends, più chiodi e martello. Altrettanto ovviamente risulta molto più comodo attaccarsi a una sosta a fix senza pensieri, invece di doverla valutare e rinforzare con materiale proprio.
Intraprenderò anche io delle schiodature come Luca Schiera? Mi auguro non sarà necessario, ma sinceramente non mi sentirei di escluderlo. Di sicuro difenderò sempre a spada tratta la memoria storica delle nostre montagne, farò di tutto perché essa non venga deturpata da coloro che vogliono omologare le Dolomiti nascondendosi dietro il mito del binomio fix-sicurezza. Quando qualcuno si permette di mettere dei fix su una via storica paragonabile ad un’opera d’arte, a mio parere sta compiendo un vero e proprio atto vandalico. Quindi chi va a schiodare - e questa volta anch’io faccio un personale paragone con l’arte - sta semplicemente riportando quel quadro sfregiato alla sua originale bellezza. Pablo Picasso non si sarebbe mai sognato di modificare la Gioconda di Leonardo da Vinci, anzi la rispettava e l’amava per come era, pur vivendo in un’altra epoca ed essendo il fautore di una corrente artistica innovativa che si opponeva alla "vecchia classica". Sarebbe bello che oggi gli scalatori facessero lo stesso, andando a dipingersi la propria tela bianca, con uno stile moderno e innovativo, ma senza modificare a piacimento o intralciare le opere d’arte altrui, appartenenti ad un’altra epoca.










