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Attualità | 05 giugno 2026 | 12:00

La grande sete dell'intelligenza artificiale: l'acqua che proviene dalle Alpi e che serve i data center rischia di diventare una risorsa critica nei prossimi anni. Serve normativa chiara

L'Italia si sta prestando a diventare un hub digitale europeo, con la maggior concentrazione di data center in Lombardia, Piemonte e Veneto. L'avvento dell'intelligenza artificiale (AI) ha aumentato esponenzialmente i consumi idrici e di energia elettrica, con una stima su questo settore al 2035 che potrebbe arrivare ad essere tra 7% e il 13% dei consumi elettrici nazionali contro l'1,9% del 2024

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Per comprendere l’impatto dei dati numerici sul ciclo dell’acqua bisogna guardare cosa succede dentro i rack dei data center: l’elaborazione dei dati richiede una enorme potenza di calcolo ai microchip che li processano creando un riscaldamento degli stessi per effetto Joule. Per raffreddare questi chip (che possono arrivare a temperature anche oltre i 45°C), gran parte dei data center usa sistemi evaporativi: tramite torri di raffreddamento l’acqua proveniente dai circuiti elettronici viene raffreddata venendo a contatto con acqua che evapora in atmosfera. L’avvento dell’intelligenza artificiale (AI) ha aumentato esponenzialmente questi consumi che, di conseguenza, richiedono potenze molto maggiori da smaltire.

L’acqua che proviene dalle Alpi, che serve i data center sia come risorsa primaria che sottoforma di energia (anche idroelettrica), rischia di diventare una risorsa critica nei prossimi anni in assenza di un quadro normativo chiaro e degli obiettivi di riduzione dei consumi.

 

Quali sono i settori che utilizzano più dati (ed energia)

Prima di capire quanto impattano le nostre ricerche online e le richieste fatte all’AI, bisogna suddividere i consumi dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale in due fasi principali: quella dell’addestramento (dove il modello "studia" per mesi) e quella dell’inferenza (ossia l’interfaccia con l’utente finale). Attualmente i settori che utilizzano più potenza di calcolo sono quelli dell’addestramento dei modelli linguistici (come i modelli più avanzati di Claude, Gemini o ChatGPT o i modelli per generare video), il settore della ricerca biomedica (per l’elaborazione di nuovi farmaci o genomi), la guida autonoma delle auto (che elaborano dati per riconoscere ostacoli o imprevisti del mondo reale) o i sistemi finanziari (per il trading ad alta frequenza).

Rispetto alle nostre attività quotidiani digitali (come le mail, i social e la semplice navigazione online), l’AI richiede una elaborazione di dati enormemente superiore e, di conseguenza, un uso massiccio di risorse come l’acqua e l’energia elettrica. Una semplice ricerca su Google richiede circa 0,3 Wh, mentre un’elaborazione di un testo in un sito di intelligenza artificiale può richiedere fino a 9Wh. Questo divario va ridimensionato nel suo contesto: a breve i consumi legati all’inferenza potrebbero superare quelli di addestramento, mettendo sotto stress la rete elettrica esistente. A livello globale i numeri del consumo d’acqua dolce per i data center sono impressionanti: 560 miliardi di litri l’anno con una previsione di aumento nei prossimi anni.

 

La pressione sul settore idrico ed energetico italiano

L’Italia si sta prestando a diventare un hub digitale europeo, con la maggior concentrazione di data center in Lombardia, Piemonte e Veneto. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano stima un consumo annuo prossimo ai 2-3 miliardi di litri d’acqua e richieste per connessioni elettriche pari a 30GW (dicembre 2024). Parliamo del consumo idrico di una città di 40.000 abitanti che si aggiunge ad una rete idrica nazionale già sotto stress dagli effetti della crisi climatica e dall’agricoltura intensiva di pianura. Secondo l’Osservatorio, le richieste per la connessione alla rete in alta tensione sono passate da 5 nel 2019 a 450 nel 2026, con conseguente risultato di un aumento dei consumi elettrici nazionali. Si stima che il consumo elettrico dei data center nel 2035 potrebbe arrivare ad essere tra 7% e il 13% dei consumi elettrici nazionali, contro l’1,9% del 2024.

Per rispettare le direttive europee in termini di efficienza energetica (Direttiva (UE) 2023/1791), i data center devono rispettare dei valori minimi di efficienza (PUE, Power Usage Effectiveness), di consumo d’acqua e l’approvvigionamento da fonti rinnovabili, stipulando dei contratti a lungo termine (PPA). La Lombardia, che ospita il 70% dei data center, è anche il cuore della produzione idroelettrica italiana. Terna ha registrato un'impennata di richieste di connessione alla rete che porterà il Nord Italia a dover fornire fino a 14 TWh all'anno di energia aggiuntiva entro il 2030, pari a un terzo dell'intera produzione idroelettrica italiana in un anno di siccità.

Negli ultimi mesi il Decreto Energia ha cercato di normare il settore ma le ambiguità urbanistiche persistono (come ad esempio i vincoli sulle aree industriali dismesse che dovrebbero essere le uniche zone dove potrebbero sorgere nuovi data center) e il consumo di suolo di aree agricole resta un tema aperto. Nel frattempo, per potenziare le politiche di attrazione degli investimenti sul territorio, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha siglato un protocollo d’intesa con l’Associazione Italiana Data Center per snellire gli iter autorizzativi e porsi come partner strategico a livello europeo. Si crea un evidente paradosso: da una parte la normativa arranca a seguire l’evolvere del settore, dall’altra il ministero accelera sulle autorizzazioni per nuovi impianti.

 

Le richieste di connessione dei data center negli ultimi anni. Fonte Terna

I casi statunitensi e la necessità di regolare il settore

Gli Stati Uniti sono il paese dove la mancanza di normative e l’accelerazione nella costruzione di data center sta creando grandi problemi ai territori e alle comunità che li "ospitano". Il vuoto normativo che regna ancora in questo settore permette alle big tech di agire nell’ombra, a discapito delle comunità. Nel maggio 2026 lo Stato dello Utah ha autorizzato nuovi mega data center nonostante le proteste per la carenza cronica d'acqua mentre numerose inchieste hanno testimoniato come questa predazione idrica sia una pratica diffusa in altri stati nordamericani, con i costi scaricati sulle bollette dei cittadini. Nell’area di Lake Tahoe, tra la California e il Nevada, 49.000 residenti si trovano a dover affrontare dei blackout per colpa dei data center: lo storico fornitore energetico (NV Energy) ha infatti comunicato che entro il 2027 interromperà l'approvvigionamento alla rete locale per reindirizzare la capacità elettrica disponibile verso i dodici nuovi, giganteschi data center di Google, Apple e Microsoft in costruzione nel vicino deserto del Nevada. Un rischio che non è possibile avvenga in Europa ma che fa capire a cosa siano disposte le grandi aziende tecnologiche pur di vincere questa battaglia sull’AI.

 

La transizione digitale ha un costo ecologico elevato che non può essere scaricato passivamente sui territori. La necessità di controllare il consumo di suolo, il consumo idrico e quello elettrico è uno dei grandi temi da affrontare prima di avvallare concessioni edilizie e proporsi come hub digitale per un intero continente. L’aggravarsi della crisi climatica impone una discussione sull’utilizzo delle risorse, siano esse idriche o energetiche, che deve coinvolgere anche i territori a monte dove queste risorse sono generate. Tutti tasselli che in Italia tardano ad arrivare mentre la corsa ai data center si fa sempre più pressante.

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