Nata come segno di rinascita e speranza per una comunità uscita stremata dal conflitto, la Festa del Narciso di Rocca di Mezzo oggi richiama migliaia di persone

Dai prati fioriti all'infiorata (la lunga notte di preparazione della festa, durante la quale i narcisi vengono lavorati, intrecciati e fissati sui carri allegorici), un momento di comunità forse ancora più sentito della sfilata stessa: reportage con fotografie e video da Rocca di Mezzo

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ci sono feste che si consumano in una giornata e poi svaniscono. E poi ci sono quelle che portano dentro di sé il peso e la bellezza di decenni, di generazioni, di un intero territorio che si riconosce in un fiore. La Festa del Narciso di Rocca di Mezzo è di questa seconda specie. Domenica 31 maggio, l'80ª edizione si è svolta sotto i cieli dell'Altopiano delle Rocche, in provincia dell'Aquila, davanti a migliaia di persone arrivate da tutta la regione e non solo.
Ottant'anni precisi. Nata nel secondo dopoguerra come simbolo di rinascita e speranza per una comunità uscita stremata dal conflitto, la Festa del Narciso è diventata nel tempo uno degli appuntamenti più attesi e sentiti dell'intero Abruzzo, tanto da avviarsi verso un probabile riconoscimento di manifestazione storica.

Il narciso, tra natura e simbologia
Per capire la festa bisogna capire il fiore. Il narciso che tappezza ogni primavera l'Altopiano delle Rocche non è una pianta da giardino né un ornamento da vivaio: è un fiore selvatico che appartiene al genere Narcissus, della famiglia delle Amaryllidaceae, pianta bulbosa erbacea perenne che fiorisce tra marzo e maggio, preferendo zone umide e fresche d'altura. La varietà che dipinge di bianco e giallo i prati dell'altopiano raggiunge i 25-60 cm di altezza, con il caratteristico fiore bianco e la corolla centrale a forma di tazza color giallo. Il suo profumo intenso, noto fin dall'antichità tanto da essere utilizzato in profumeria e nella medicina popolare, impregna l'aria nei giorni che precedono la festa.
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Sulle pianure carsiche comprese tra Rocca di Mezzo, Rocca di Cambio e Ovindoli — un altopiano allungato per circa 14 chilometri e inserito nel Parco Regionale Sirente-Velino — questo fiore cresce in modo abbondante ogni anno, non appena i pascoli si liberano dalla neve invernale. È questa fioritura, così generosa e così radicata nel paesaggio, ad aver dato vita a una tradizione che da ottant'anni coinvolge l'intera comunità.
Il narciso, nella mitologia greca, è il simbolo della vanità e dell'autoriflessione: il giovane Narciso, figlio del dio fluviale Cefiso e della ninfa Liriope, si innamorò del proprio riflesso e perì trasformandosi nel fiore che porta il suo nome. Ma nell'immaginario di Rocca di Mezzo il significato è opposto e più vivo: qui il narciso è rinascita, collettività, radici che tornano a fiorire ogni anno.
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La Festa del Narciso di Rocca di Mezzo
La festa, in realtà, è cominciata la sera prima. Il 30 maggio, grandi e piccini si sono riuniti nelle vie del paese per l'infiorata, la lunga notte di preparazione durante la quale i narcisi raccolti nei giorni precedenti sull'altopiano vengono lavorati, intrecciati e fissati sui carri allegorici. È un momento di comunità forse ancora più sentito della sfilata stessa: mani di bambini accanto a mani di anziani, famiglie intere riunite attorno alle strutture in legno e cartapesta, il profumo dei fiori che impregna l'aria della piazza. Non uno spettacolo da guardare, ma un rito da vivere.
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I carri non nascono in una notte: le compagnie lavorano per mesi, scegliendo i temi, costruendo le strutture, immaginando scenografie e coreografie. L'infiorata è il momento in cui tutta questa fatica prende forma definitiva, coprendosi dei petali bianchi e gialli che sono l'anima stessa della manifestazione.
Quest'anno si sono sfidate sei compagnie: cinque di Rocca di Mezzo e una di Rocca di Cambio, a testimonianza che la tradizione, pur radicata nel paese capofila, appartiene all'intero altopiano. La New Generation ha aperto la sfilata con "Una notte come tutte le altre notti", un viaggio sospeso tra sogno e incubo, tra atmosfere oniriche scandite dal suono di un carillon. La Banda dei Superstiti ha portato in piazza "La danza della grande volpe", un universo fatto di sciamani siberiani, folletti e custodi del bosco in cui il caos si trasforma in armonia. I Mazzamurejje hanno raccontato la propria leggenda omonima, con creature misteriose che, sotto lo sguardo del Grande Gufo, combattono il gelo per riportare la primavera sull'altopiano. La Compagnia del Mercatino ha scelto di celebrare il traguardo degli ottant'anni con "80… e che la festa continui!", una gigantesca torta di compleanno attorno alla quale ha preso vita un omaggio ai carri più iconici della storia della manifestazione — un modo per tenere insieme passato e futuro. I Riciclati hanno omaggiato la storica Fontana del Tempo Quieto di Rocca di Mezzo con "Bella Rocca Me", un invito a fermarsi e ascoltare le proprie radici. A chiudere la sfilata, Pianezza e Compagnia Bella con "Le Cronache della Lumachella", storia surreale e ironica di una ricetta millenaria minacciata da tre serpenti venuti dallo spazio.
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Sei storie diverse, sei modi di guardare il mondo, tutti raccontati attraverso lo stesso fiore.
Piazza Principe si è riempita fino all'inverosimile. Migliaia di persone giunte da tutta la provincia dell'Aquila, dai comuni vicini e da tutta la regione hanno assistito alla sfilata. Non è una novità: la Festa del Narciso ha sempre avuto questa capacità di attrazione, di essere un appuntamento che supera i confini del paese che la ospita e diventa patrimonio condiviso dell'Abruzzo montano.
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La Festa nel passato, la Festa oggi
Sulle pareti della stessa piazza sono ancora appese le fotografie delle edizioni passate — alcune risalenti ai decenni in cui i carri erano più di dieci e i paesi partecipanti superavano i confini dell'altopiano — e guardandole si capisce la misura di ciò che questa festa ha rappresentato e continua a rappresentare.
Eppure quelle stesse fotografie raccontano anche un'altra storia. Una storia più silenziosa e più dolente, che chi viene da fuori difficilmente coglie. In passato partecipavano alla gara paesi come Fonteavignone e Rovere — frazioni e realtà vicine che avevano le proprie compagnie, i propri carri, le proprie rivalità affettuose. Oggi quei carri non ci sono più, un po' per scarsità di volontà, un po' per mancanza di persone. Si arrivò in alcune edizioni a sfilate di oltre dieci carri. Quest'anno erano sei.
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Il numero non va letto come un fallimento, tutt'altro: sei compagnie, migliaia di spettatori, ottant'anni di continuità sono un risultato straordinario. Ma il confronto con il passato è inevitabile, e porta con sé la riflessione più importante che una festa come questa impone: lo spopolamento dei paesi dell'Appennino non è solo una questione demografica. È una questione culturale. Ogni paese che si svuota porta via con sé una compagnia, un carro, una storia, un pezzo di memoria collettiva che non tornerà.
I turisti che arrivano a Rocca di Mezzo il 31 maggio vedono una festa bella, colorata, profumata. Vedono bambini in costume, carri straordinari, piazze piene. Ed è giusto così: la festa è anche questo, è anche gioia immediata e meraviglia visiva.
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Ma dietro ogni narciso c'è chi si è alzato all'alba per raccoglierlo sui prati dell'altopiano. Dietro ogni carro c'è una compagnia che ha lavorato mesi. Dietro ogni compagnia c'è un paese che ha scelto di non arrendersi, di tramandare, di resistere alla tendenza del tempo che porta le persone verso le città e lascia i pascoli sempre più silenziosi.
La Festa del Narciso, a ottant'anni dalla sua prima edizione, è molto più di una sfilata. È la prova che una comunità, quando vuole, riesce a tenere viva la propria identità. È un atto di fedeltà verso chi è venuto prima e verso chi verrà dopo. È, in fondo, esattamente come il fiore che porta il suo nome: qualcosa che torna ogni anno, puntuale, anche quando l'inverno è stato lungo.













