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FVG
05 giugno | 17:37

Il Rifugio più basso d'Italia riapre i battenti: ''Da quota 79 metri la vista del Carso è spettacolare. E puntiamo forte sul museo dell'alpinismo''

Franco Bulli, che da circa un anno gestisce assieme alla moglie il rifugio Mario Premuda, storico ristoro all'imbocco della dalla val Rosandra in provincia di Trieste, descrive le sensazioni “alpine” che è in grado di offrire quello che, a ben guardare, è il rifugio Cai più basso d'Italia 

TRIESTE. “E' un posto nel quale se ti siedi e guardi il Monte Carso dietro e uno ti dicesse che ti trovi a 1.200 metri di quota non avresti problemi a credergli”. Con queste parole Franco Bulli, che da circa un anno gestisce assieme alla moglie il rifugio Mario Premuda, storico ristoro all'imbocco della dalla val Rosandra in provincia di Trieste, descrive su Il Dolomiti le sensazioni “alpine” che è in grado di offrire quello che, a ben guardare, è il rifugio Cai più basso d'Italia con i suoi, appena, 79 metri sul livello del mare.

 

Se da un lato l'inizio dell'estate è notoriamente momento di ripartenza per molti rifugi alpini, ecco che le problematiche del rifugio Premuda sono differenti. Essendo infatti un'attività inserita nel contesto dell'abitato di Bagnoli Superiore/Boljunec a pochi passi da Trieste, la struttura potrebbe non risultare nei fatti un “vero” rifugio, non avendo neanche la possibilità di predisporre dei posti letto. Eppure il Cai tiene da sempre al mantenimento della dicitura di “rifugio” anche per via della grande storia alpinistica che è in grado di presentare. Ciò nonostante la nuova gestione del Premuda ha un grande punto in comune con i rifugi montani, che consiste nella presa in carico dell'impegno di custodire e riproporre fedelmente la tradizione del suo territorio, in questo caso il Carso, anche attraverso la cura e le selezione gastronomica, come evidenziato da Franco Bulli.

 

 

Era per noi imprescindibile proporre cibo tradizionale del territorio – sottolinea il gestore - , soprattutto perché chi viene da fuori si aspetta di trovarlo. Dalla selvaggina agli gnocchi col gulash, passando per gli immancabili cevapčići (arrotolati di macinato di origine turco-balcanica ormai entrati stabilmente anche nel menù triestino ndr), abbiamo compiuto anche un passo verso la modernità con vari piatti vegetariani, fortemente spalleggiati dalle mie foglie che hanno abbracciato quel tipo di dieta – sorride – questo però ci consente di differenziarci rispetto alle altre realtà tipiche del Carso dove la carne è preponderante”.

 

A proposito del nuovo corso del rifugio non si può rimanere indifferenti di fronte al fatto che, entrando al Premuda, ci si trovi davanti a un vero e proprio museo in miniatura, costituito da una serie di cimeli legati alla storia dell'arrampicata in val Rosandra che risalgono all'alpinismo “classico”, oltre a diverse immagini che ritraggono la valle come appariva il secolo scorso. Perfino il biglietto da visita riporta in forma stilizzata una nota posa del grande Emilio Comici in discesa a corda doppia, evidenziando un'attenzione particolare al grande alpinismo che proprio in quei luoghi ha scritto pagine indelebili della storia di questa pratica.

 

 

Quando il Cai ha rilasciato un bando informale per l'assegnazione del rifugio abbiamo puntato molto sul preservare la storia di questo posto. Anche se il locale è più una trattoria che un rifugio, ha una storia legata all'alpinismo che non ha nulla a che invidiare rispetto a quella dei rifugi in quota, e questa è l'anima del rifugio Premuda. I materiali in esposizione sono per gentile concessione della famiglia di Mario Gherbaz (grande speleologo triestino scomparso nel 2016 ndr.) che nel complesso ha una raccolta molto importante, a cui si aggiungono dei miei vecchi cimeli e alcune copie di stampe d'epoca, una delle quali molto rara in originale che ritrae la cascata”.

 

Il rifugio Premuda attualmente viene portato avanti anche grazie al contributo fondamentale di una schiera di quasi venti giovani ragazzi, perlopiù studenti universitari, dei quali molti impiegati a chiamata che danno una mano con una passione e un entusiasmo sorprendenti essendo persone non originarie di Trieste, dimostrando come il luogo sia capace di attrarre e interessare anche chi proviene dal di fuori della cerchia dei triestini.

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