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Ambiente | 12 giugno 2026 | 12:00

62 cinghiali abbattuti in Irpinia scatenano lo sdegno social: "Il dibattito è avvelenato dalla polarizzazione, si ragiona su principi etico-morali che mostrano i loro limiti se applicati a problemi reali"

"Sulla base delle migliori informazioni disponibili, possiamo ipotizzare che il numero complessivo di cinghiali sia compreso tra uno e due milioni di individui". In che modo vengono abbattuti gli ungulati in contesti urbani e periurbani? Non è sufficiente lasciare libera la caccia? E il lupo? Aiuta davvero a contenere il cinghiale? Lo chiediamo ad Andrea Monaco, esperto di Ispra in animali "problematici" per le comunità

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Il successo della recente campagna di contenimento degli ungulati, concentrata in due comuni dell’Irpinia nei quali sono stati abbattuti ben 62 cinghiali, è stato comunicato dall’Asl di Avellino tramite i suoi canali social.

 

Risultato di mesi di lavoro meticoloso degli operatori dell’Unità Operativa di Sanità animale dell’Asl Avellino, la notizia ha tuttavia suscitato indignazione nei social, dove centinaia di utenti hanno gridato allo scempio. Le accuse vanno dall’incapacità di trovare metodi alternativi all’abbattimento, fino alla scelta di una "scorciatoia" che coprisse l’imperizia degli addetti ai lavori, e allo spreco di soldi pubblici.

 

A nulla sono valse le repliche dell’Azienda Sanitaria, che ricordava che il provvedimento è stato attuato come da specifici piani di controllo previsti dalla normativa vigente, ed è stato eseguito da personale veterinario specializzato. Inoltre, le procedure adottate, tra cui teleanestesia e telenarcosi, sono state scelte proprio per garantire la massima sicurezza per la popolazione e ridurre al minimo la sofferenza degli animali coinvolti.

 

Visto lo sgomento sollevato dalla campagna, per fare chiarezza su queste opere di gestione della fauna selvatica, abbiamo interpellato Andrea Monaco, dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), esperto di animali "problematici" e del loro rapporto con l’uomo.

 

"Da oltre trent'anni questa specie entra in conflitto con molte attività umane. I cinghiali causano danni alle attività economiche e producono anche impatti sulla biodiversità, che però raramente vengono citati. Si tratta di effetti spesso difficili da quantificare, ma certamente esistenti. Da quando è arrivata la peste suina africana, però, nel gennaio del 2022, è stata avviata una strategia nazionale orientata a una drastica riduzione delle densità di cinghiale. Il sistema di controllo è stato consolidato, generalizzato e strutturato".

 

Si tratta di zone - spiega Monaco parlando dell’Irpinia - che hanno una situazione non molto diversa da quella di tante altre aree in Italia che, negli ultimi anni, hanno visto un progressivo incremento delle presenze di cinghiali in contesti urbani o periurbani.

"La notizia - fa notare l’esperto - spicca probabilmente perché sono riusciti a essere estremamente operativi ed efficaci nelle azioni di rimozione degli animali, in contesti particolarmente difficili in cui intervenire".

 

Le misure di riduzione generalizzata delle densità di cinghiale, infatti, finalizzate anche alla prevenzione e al contenimento della peste suina africana, oggi considerano i contesti urbani come aree ad alta criticità, e sono quindi zone prioritarie le attività di controllo, contenimento e rimozione degli animali.

 

Qui, però, l’attuazione degli abbattimenti è più complessa che in bosco. "In contesti urbani o periurbani - sia per motivi di sicurezza degli operatori e delle persone presenti, sia per ragioni di natura sociale - l'utilizzo di armi da fuoco viene percepito in maniera problematica. Ecco perché gli esperti dell’Asl hanno utilizzato una trappola a rete, o – a quanto si legge - la teleanestesia seguita dalla soppressione eutanasica degli animali. Queste sono le due metodologie impiegate più frequentemente nei contesti urbani e periurbani".

 

Si tratta di tecniche che prevedono eventualmente lo sparo solo dopo la cattura degli animali. "Nel caso delle trappole a rete, lo sparo avviene in sicurezza all'interno della struttura di contenimento. È una pratica utilizzata in tutta Italia e in tutta Europa, ma in condizioni altamente controllate, dove i rischi per operatori e cittadini sono sostanzialmente assenti. In alternativa si ricorre alla teleanestesia e alla successiva somministrazione di farmaci che inducono la morte dell'animale".

 

La presenza di questi animali in città rappresenta infatti un problema concreto. Oltre al tema sanitario legato alla peste suina africana, ci sono questioni di sicurezza stradale, di sicurezza per le persone e anche per gli animali domestici. Per una serie di motivi, la presenza di grandi ungulati nel tessuto urbano è incompatibile con la normale convivenza.

 

Estendendo il discorso anche a contesti extraurbani, la questione solleva ulteriori interrogativi. Legittimamente, qualcuno di non esperto si chiederà: Perché, quando c'è la necessità di contenere la popolazione di ungulati, non si procede semplicemente lasciando libera la caccia?

 

"La caccia da sola – spiega Monaco – non è in grado di contenere la specie. Non lo è né per ragioni strutturali né per ragioni teoriche. È difficile immaginare che un portatore di interesse possa ridurre efficacemente l'oggetto stesso del proprio interesse. Inoltre, l'attività venatoria in Italia viene praticata da decenni prevalentemente attraverso la braccata con cani da seguita. Sappiamo però che questa modalità può avere effetti controproducenti sulle popolazioni di cinghiale, perché agendo principalmente sugli adulti, destruttura le popolazioni e finisce con l’incrementare i tassi riproduttivi.

In altre parole, si riduce temporaneamente il numero di individui, ma si favorisce una maggiore capacità di riproduzione che può compensare, e talvolta superare, le perdite dovute al prelievo. Avremmo dunque la necessità di incrementare fortemente la caccia con tecniche selettive, come il tiro da appostamento".

 

Dato che se ne parla spesso, l’aumento dei predatori come il lupo, non può forse contribuire alla regolazione degli ungulati? Anche qui, in determinate zone e condizioni può esserci un contributo, tuttavia non può essere pensata come soluzione sistematica a livello nazionale.

 

"Che i lupi in Italia siano 3.300, come indicava una stima Ispra di alcuni anni fa, oppure di più, resta il fatto che il loro numero è enormemente inferiore a quello dei cinghiali.

Il numero esatto dei cinghiali non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai. Chi sostiene di sapere con precisione quanti siano i cinghiali presenti in Italia probabilmente non dice il vero. Possiamo però ipotizzare, sulla base delle migliori informazioni disponibili, che il numero complessivo sia compreso tra uno e due milioni di individui.

Parliamo quindi di una differenza enorme rispetto ai lupi. In alcune aree, dove sono presenti branchi numerosi, l'effetto sulle popolazioni di cinghiale è reale. Tuttavia è difficile pensare che possano regolare da soli una popolazione che ha raggiunto dimensioni così elevate".

 

Ci troviamo di fronte a una popolazione di cinghiali che, per molti aspetti, è stata favorita dalle attività umane: da pratiche venatorie condotte in modo poco sostenibile e dalla disponibilità di risorse alimentari diffuse sul territorio. La soluzione, dunque, richiede la partecipazione attiva e organizzata scientemente dell’uomo.

 

Quali sono gli ostacoli? Evidentemente, considerata la risposta mediatica ricevuta dal post di Asl Avellino, la prima problematica è di natura culturale.

 

"Il contesto culturale nazionale purtroppo è avvelenato dalla polarizzazione. A un estremo il mondo venatorio che difende i propri interessi e si mostra restio al cambiamento, all’altro il sentimento animalista che non permette di affrontare con concretezza e razionalità la risoluzione dei problemi. Si ragiona unicamente per principi etico-morali, certamente leciti, ma che mostrano i loro limiti quando ti devi approcciare a problemi reali che richiamano risoluzioni concrete e spesso complesse".

 

Alla luce di questo, in che modo raccontare certe campagne di abbattimento? Ha forse sbagliato l’Azienda Sanitaria Locale nel raccontare la loro attività in modo così pragmatico e dettagliato?

 

"Personalmente ritengo  che la chiarezza e la franchezza della comunicazione in campo ambientale paghino sempre. In molti casi, i soggetti interessati non comunicano per paura di commenti come quelli e di non saper gestire le critiche. Io voglio dare un valore al fatto che loro hanno fatto delle cose, le hanno fatte in una maniera che prevista tecnicamente dalle norme, e l'hanno comunicato".

 

"C'è da fare molto lavoro di natura culturale", chiosa Monaco. "I modelli che si sono affermati fanno vedere l'animale selvatico come se fosse un animale domestico, che lo umanizzano. È importante portare il rapporto tra uomo e ambiente verso un minore impatto, però, solo con principi etico-morali, i problemi pratici non si possono risolvere".

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