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Ambiente | 06 giugno 2026 | 19:00

Il lago con gli occhiali è tornato: dopo otto anni il più alto bacino glaciale delle Marche ritrova l'aspetto che lo rende unico

"Dopo molti anni i due specchi d'acqua del lago sono tornati a riunirsi", racconta il fotografo Christian Mariotti. La neve che si accumula durante la stagione invernale è la vera riserva del bacino situato a 1941 metri di quota: quando la neve manca, o quando fonde troppo rapidamente sotto ondate di calore sempre più precoci, i due specchi rimangono separati, spesso esigui

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

C'è un momento, ogni anno, in cui chi ama i Sibillini sale fin lassù con una domanda silenziosa: ci sarà, stavolta? Sarà intero? 

 

Il Lago di Pilato, il più alto bacino glaciale dell'Appennino centrale, incastonato tra le creste dei Monti Sibillini a quasi 1.950 metri di quota, non è un lago come gli altri. Non è grande, non è maestoso nel senso alpino del termine. Ne avevamo parlato di recente in QUESTO ARTICOLO.

 

La sua unicità sta nella forma: due lobi distinti, separati da una sottile lingua di terra, che quando l'acqua è abbondante si uniscono in un unico specchio dalla sagoma inconfondibile , quella che tutti chiamano "a occhiale". Un'immagine che è diventata il simbolo di questa montagna, il segno che l'anno è andato bene, che la neve è stata generosa, che i Sibillini respirano ancora. 


Dal 2018, quel momento non si vedeva più. Quest'anno, finalmente, è tornato. Non è una questione di sfortuna o di capriccio meteorologico occasionale. Gli anni in cui i due lobi del lago non riuscivano a ricongiungersi raccontavano qualcosa di più profondo: il segno visibile, immediato e inequivocabile di inverni avari di neve e di estati che bruciavano tutto troppo presto.

 

Senza un manto nevoso abbondante in quota, il lago non riceve in primavera quel lento apporto idrico che lo alimenta per mesi. La neve che si accumula tra dicembre e marzo è la vera riserva del bacino: si fonde con gradualità, colma i due lobi, e  nelle stagioni migliori li unisce. Quando la neve manca, o quando fonde troppo rapidamente sotto ondate di calore sempre più precoci, il lago non ce la fa. I due specchi rimangono separati, spesso esigui, e chi sale fin lassù torna a casa con una fotografia bella ma incompleta.

 

C'è poi un altro elemento che chi frequenta questi luoghi discute da anni, con una certa cautela ma con altrettanta convinzione: il terremoto del 2016. Il sisma che devastò l'Appennino centrale lasciò segni evidenti in superficie, ma potrebbe averne lasciati anche nel sottosuolo che alimenta il lago. La tesi non è mai stata né confermata né smentita dalla scienza in modo definitivo, ma è difficile credere che un evento di quella portata non abbia modificato nulla nel fragile equilibrio idrogeologico di alta quota.

 

I Sibillini dopo il 2016 sono cambiati, in molti sensi. Anche il lago, forse, ne ha risentito. Quest'inverno è stato diverso. Il manto nevoso si è accumulato con regolarità in quota, e la primavera non ha accelerato troppo i tempi. La fusione graduale ha alimentato il lago settimana dopo settimana, e il risultato è visibile nelle fotografie che Christian Mariotti ha scattato il 6 giugno scorso: i due specchi si sono ricongiunti, la lingua di terra che li divideva è scomparsa sotto l'acqua, e il Lago di Pilato ha ritrovato la sua forma. 

 

"Dopo molti anni i due specchi d'acqua del lago sono tornati a riunirsi", ha raccontato Mariotti. "Se dovesse continuare a piovere, non è escluso che il bacino potrebbe diventare ancora più grande." Non è la fine del processo, ma l'inizio. 


Nelle prossime settimane, con la neve ancora presente alle quote più alte, il lago potrebbe svilupparsi ulteriormente. Le previsioni indicano un giugno mite e piovoso, senza ondate di calore eccezionali nell'immediato e questa è una buona notizia. Il lago teme più le estati torride che le piogge. 

 

Il Lago di Pilato è un indicatore. Non nel senso tecnico di una stazione meteo o di un modello climatico, ma in quello più antico e diretto: uno specchio che riflette lo stato della montagna, dell'inverno che è stato, dell'equilibrio che si riesce o non si riesce a mantenere. Quegli otto anni di attesa non erano normali. Erano la somma di stagioni difficili, di neve mancata, di caldi precoci. La rinascita di quest'anno è una bella notizia, ma non cancella quella serie di avvertimenti. Anzi, li rende più evidenti per contrasto: quando il lago si riunisce, ci si accorge di quanto fosse strano vederlo diviso così a lungo. Seguiamo l'evoluzione. E torniamo lassù.

 

Le fotografie sono di Christian Mariotti

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