"Una donna che non ha voluto restare serva, che non ha voluto tacere e che sempre ha lottato contro ogni fascismo. Anche per la nostra dignità". A cento anni dalla nascita di Tina Merlin

Partigiana, giornalista, scrittrice che si sentiva figlia della montagna. Nota soprattutto come la giornalista che denunciò, inascoltata, il disastro annunciato del Vajont, Tina Merlin è stata anche molto altro. Una vita di lotta per la dignità, i diritti, a fianco di coloro che subiscono le ingiustizie dei potenti

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La montagna era parte di lei. Anche quando la vita la portò a vivere in pianura, in città, anche quando partecipava alle riunioni o seguiva come inviata manifestazioni, scioperi e proteste.
Come ha scritto Adriana Lotto, presidente dell'Associazione culturale che ne perpetua la memoria, Tina Merlin "si sentì sempre figlia della montagna […]. Si sentì figlia della cultura della montagna per quel che offriva: la capacità e le forme di una resistenza che faceva tutt'uno con la dignità, l'aggressività e la diffidenza, difetti che, scrisse, i poveri coltivano per autodifesa. Da quella cultura assorbì codici di comportamento e convinzioni che furon della madre, che erano in generale delle donne, ma se ne servì, in momenti diversi, per implementare strategie di conservazione e mutamento, a seconda di ciò che la libertà e giustizia richiedevano".
Libertà e giustizia. Queste parole Tina Merlin le sperimenta fin dall'adolescenza, quando, dopo l'8 settembre, decide di entrare nella Resistenza nel battaglione "Manara", che opera sulla sinistra Piave. Segue il fratello Toni, che, alla testa della formazione, cadrà in combattimento il 26 aprile 1945. Nel romanzo autobiografico La casa sulla Marteniga, uscito postumo nel 1993 grazie all'aiuto di Mario Rigoni Stern, che le fu amico oltre che compagno di lotte, Merlin ricorda il momento della scelta:
"L'estate del '44 cambiò anche la mia vita. Wilma aveva parlato con Toni: non si pronunciò sulla mia decisione d'entrare nel movimento. Si limitò a prendere atto, sorridendo – disse Wilma – della mia volontà. L'interpretai come un assenso ma anche come un fatto che rientrava sotto la mia unica responsabilità, il mio libero arbitrio".
E ancora, nella raccolta di scritti La rabbia e la speranza, riferendosi al paese natale: "Uomini e donne, contadini e commercianti, studenti e clero, e perfino i carabinieri passati armi e bagagli l'8 settembre dalla parte dei partigiani, hanno formato qui un piccolo esercito, unito nella lotta per il raggiungimento di ideali comuni. Avevano idee diverse: c'erano i comunisti e c'erano i cattolici, ma ciò non fu di nessun ostacolo nell'unità operativa".
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Altra importante testimonianza del periodo resistenziale sono i racconti che nel 1957 escono su Pioniere, il giornalino per ragazzi dell'Associazione Pionieri d'Italia diretto da Gianni Rodari, e sulla "Pagina della donna" del quotidiano L'Unità, che le valgono un premio e l'inizio della collaborazione con la testata comunista. Saranno poi editi nello stesso anno in volume col titolo Menica per i tipi dell'editore Renzo Cortina.
"Forse non si possono nemmeno definire racconti, forse si devono chiamare bozzetti di vita partigiana. E lo stile è più giornalistico che letterario e forse neanche uno dei due. […] Rispecchiano solo alcuni aspetti di vita quotidiana, che non sono i più tragici o i più gloriosi. Il motivo è che ho voluto io parlare di piccole cose, apposta, perché tante di quelle piccole cose hanno fatto la grande cosa: la Resistenza. E ho voluto parlare delle donne, perché da lì noi siamo partite, con coscienza, per camminare avanti".
In quei racconti troviamo, senza retorica, la gente di montagna: povera, tenace, che resistette all'occupazione e sostenne le formazioni partigiane, lottando, soffrendo. E troviamo le difficili scelte che in particolare le donne dovettero affrontare allora. Sono temi che Tina Merlin approfondisce negli stessi anni come corrispondente per L'Unità in relazione alla vicenda del Vajont con gli articoli e col suo libro più famoso: Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont. L'opera, rifiutata da numerosi editori, uscirà soltanto vent'anni dopo la tragedia, nel 1983, per la piccola casa editrice milanese La Pietra.
Eletta a Belluno consigliera provinciale per il PCI nel 1964, Merlin svolge solo una parte della legislatura: nel settembre 1967 si trasferisce infatti in Ungheria, dove lavora a radio Budapest. L'anno dopo, rientrata in Italia, è corrispondente da Vicenza per L'Unità. In questa veste segue le proteste degli operai della Marzotto di Valdagno. I documenti raccolti in questa ulteriore pagina della sua carriera giornalistica escono nel volume Avanguardia di classe e politica delle alleanze, pubblicato nel 1969 da Editori Riuniti.
"Di fronte alla concretezza dello sfruttamento e al punto di acutezza cui è giunto, lo sviluppo capitalistico dimostra ampiamente di aver toccato un limite, dal momento che non solo non è in grado di assicurare lo sviluppo delle forze produttive, ma procede alla loro distruzione. Il sussulto operaio del 19 aprile 1968 abbatte con il monumento a Marzotto il suo mito, ma è la lotta successiva che si spinge ben oltre e segna la crisi, nella coscienza dei lavoratori, del disegno riformistico che tendeva a perpetuare i valori dell'aziendalismo".

Nel 1972 Tina Merlin si trasferisce a Milano e due anni dopo a Venezia, dirigendo fino al 1981 le pagine regionali de L'Unità. Sempre attenta alla memoria delle sofferenze patite dalla sua gente – nel 1965 è tra i fondatori, col marito, dell'Istituto storico bellunese della Resistenza, l'attuale Isbrec – nell'estate 1985 accompagna una comitiva sui luoghi della ritirata nelle steppe russo-ucraine, dove aveva perso un altro fratello, Remo: sono reduci, ma anche mogli, "vedove che per quarant'anni hanno conservata intatta la memoria di un amore appena iniziato e subito perduto".
Ancora una volta colpisce, nei suoi reportage, il punto di vista femminile, che supera i confini e le nazionalità in nome di una fratellanza nata dal dolore comune. A Nikolajevka sette donne "sorridono allegre, mettendo in mostra pesanti denti d'acciaio […]. Vengono soffocate dalle domande delle nostre donne. I reduci traducono, cercano di recuperare nella memoria il loro strampalato russo". Una di loro, resistendo a un uomo che cerca di allontanarla, "racconta, piangendo, di aver salvato, ricoverandoli nella sua isba, tre italiani. Ci aspetterà vicino alla corriera, fino alla nostra partenza, continuando a farsi il segno della croce, a dire: 'Do svidanija', arrivederci".
È la stessa fratellanza che traspare da molte pagine di Mario Rigoni Stern, che pure aveva sperimentato nei villaggi delle steppe il sentire delle nostre genti di montagna. E di lei, scomparsa il 22 dicembre 1991, dirà, presentando due anni dopo La casa sulla Marteniga: "Queste pagine sono qui per voi lettori, e sono pagine vive, sincere e drammatiche di una donna della Valle del Piave che ha testimoniato per tante come lei, di una che non ha voluto restare serva, che non ha voluto restare ignorante, che non ha voluto tacere. E che sempre ha lottato contro ogni fascismo. Anche per la nostra dignità".












