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Storia | 01 ottobre 2026 | 06:00

Le Dolomiti oggi vengono narrate come un orgoglio nazionale da proteggere, ma nascondono una realtà molto più complessa e controversa: a partire dal nome

Le Dolomiti a un primo sguardo ci possono sembrare un intrinseco elemento identitario della montagna italiana, ma la storia del loro nome e la loro origine evidenziano invece che quelle vette hanno una data di nascita, un inizio, e ci aiutano quindi a comprendere l'idea che esse non siano estranee al cambiamento

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Quando sono nate le Dolomiti? E soprattutto come?

 

Questa domanda ha due possibili risposte: la prima, forse la più immediata, è di carattere scientifico o meglio geologico; sintetizzando molto, la loro orogenesi risale circa a 70 milioni di anni fa e il loro innalzamento è dovuto alla collisione tra la placca tettonica europea e quella africana, anche se si potrebbe andare ancora più indietro nel tempo, ovvero a circa 250 milioni di anni fa e alla formazione dei fondali marini che successivamente sono emersi; la seconda risposta la si deve cercare invece nell'origine del suo toponimo, nella nascita del nome proprio Dolomiti. A ben vedere in realtà la corretta domanda alla prima risposta dovrebbe essere: "Come e quando si sono formate le Dolomiti?" Perché il verbo nascere è indissolubilmente legato alla sfera dell'umano, o comunque del biologico, e a ogni nascita per come siamo abituati segue sempre un nome proprio.

 

Ogni toponimo non indica solo uno spazio geografico, ma racchiude in sé una stratificazione, spesso intricata, di narrazioni e tentare di ricostruirne l'origine, scavare nella sua storia, implica andare alle radici e spesso durante questo processo si scoprono delle novità che decostruiscono il nostro immaginario, che trasformano un'identità monolitica in una realtà più cangiante e complessa. Questo è proprio il caso delle Dolomiti.

 

Il nome deriva dal geologo francese Déodat de Dolomieu che per primo scoprì la particolare roccia di cui erano costituite quelle che lui chiamava "Montagne calcari della provincia del Tirolo". Dolomieu esplorò la zona del Tirolo in due momenti differenti prima nel 1786 e poi tre anni dopo nel 1789. Durante il suo secondo viaggio esplorativo percorse tutta l'area dolomitica partendo da Venezia fino ad Innsbruck osservando diversi ambienti montani e raccogliendo altrettanti campioni di roccia. Così la descrive: "Si tratta di pietra calcarea biancastra e grigiastra a grana fine, molto dura, senza trasparenza che fa difficilmente effervescenza con gli acidi".

 

Nel 1791 inviò alcuni di questi campioni al naturalista e chimico Théodore Nicolas de Saussure che,  dopo alcuni studi e sperimentazioni, provò l'unicità del minerale e decise di chiamarlo Dolomite in onore del suo scopritore. In realtà Dolomieu non fu il primo scopritore, ma il più rapido, già altre due persone si erano rese conto della diversità e peculiarità di quella roccia: il geologo Giovanni Arduino, già nel 1769, aveva notato la diversa reazione chimica della roccia ma l'aveva classificata come un tipo di marmo, mentre l'austriaco Belsazhar Hacquet osservando la Marmolada aveva notato un'anomalia stratigrafica, gli strati di calcare si trovavano al disotto di quelli di porfido.

 

Successivamente il nome è passato da indicare un singolo minerale a nominare un'intera area montana, da termine tecnico scientifico a toponimo. Questo processo evolutivo del nome che porta alla nascita delle Dolomiti si costituisce di tre tappe fondamentali.

 

La prima è nel 1822 quando Leopold von Buch e Alexander von Humbolt soggiornarono a lungo su queste montagne per studiarne la "strana" stratigrafia, oltre a un approccio di tipo scientifico, dai loro resoconti emerge una nuova sensibilità estetica, che vede nelle crode e nella naturalità un nuovo tipo di bellezza che si consacrerà poi definitivamente in epoca romantica. Oltre ad essere importanti scienziati, i due erano tra le maggiori figure di spicco dell'alta cultura europea e i loro racconti furono un primo germe di universalizzazione di questi paesaggi: questi spazi vengono scoperti dagli occhi degli europei e iniziano ad essere considerati.

 

La seconda tappa invece coincide con il 1837 con la pubblicazione delle prime guide espressamente rivolte a viaggiatori ed esploratori come il Murray's Handbook edito a Londra da John Murray ed il Reisehandbuch durch Tirol di Beda Weber. Le "Dolomite mountains" vengono descritte come senza eguali e caricate di un pathos sublime, che richiama il gusto romantico. Il termine "Dolomite mountains" raggiunge il pubblico anglofono e tedesco, ma rimane ancora utilizzato da una piccola cerchia ristretta.

È nel 1864 che il nome Dolomiti raggiunge un vasto pubblico e si fissa in maniera permanente in seguito all'uscita del volume intitolato The Dolomite mountains, scritto da Gilbert e Churchill. Infine, la letteratura alpinistica e in particolare il volume di John Ball del 1868 The Eastern Alps traspone la denominazione Dolomiti dall'uso comune alla cartografia ufficiale.

 

Quella che all'epoca di Deodat de Dolomieu, ovvero a fine Settecento, era un'area marginale rispetto ai principali flussi turistici del Grand Tour, viene catturata e narrata da uno sguardo esterno che fissa e interpreta questa area geografica sotto due chiavi di lettura: la prima di carattere scientifico-naturalistico, la seconda invece di carattere estetico-paesaggistico.

 

Le Dolomiti che oggi vengono narrate come un orgoglio nazionale da proteggere, come un unicum mondiale e tutto e solo italiano, nascondono invece una realtà molto più complessa e controversa, un intrico tra gusto estetico e interesse scientifico che si è sedimentato negli ultimi due secoli. Ma quello che colpisce di più è che per come le conosciamo le Dolomiti nascono dall'intersezioni di saperi diversi e scienziati diversi, che hanno reso molto più meticcia quest'area e di conseguenza molto meno pura di come spesso viene narrata.

 

Un altro elemento molto interessante da notare è che nel tempo ha prevalso una narrazione esterna e minoritaria: si è consolidato non tanto lo sguardo e i nomi di chi quelle montagne le ha sempre abitate, ovvero i valligiani, ma di un ristretto numero di intellettuali europei che vedeva nelle Dolomiti qualcosa di totalmente altro connotabile con termini che tendono ad assolutizzare come selvaggio, sublime, incontaminato, puro. Basta osservare i dipinti di Gilbert per ritrovare in essi un'iconografia delle Dolomiti che ancora permane nelle campagne pubblicitarie o nella promozione turistica. Da questo tipo di narrazione la grande assente, e forse lo è ancora oggi, è sicuramente la voce di chi quei luoghi li ha sempre vissuti.

 

Le Dolomiti a un primo sguardo ci possono sembrare come un intrinseco elemento identitario della montagna italiana che in tempi recenti sta subendo una pressione antropica e turistica non indifferente (per questo motivo abbiamo dato vita alla rubrica "Le Dolomiti nell'era dell'Overtourism"), ma la storia del loro nome e la loro origine evidenziano invece che quelle vette hanno una data di nascita, un inizio, e ci aiutano quindi a comprendere l'idea esse non siano estranee al cambiamento.

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