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Storia | 03 ottobre 2026 | 12:00

"Ci rifugiammo in chiesa e don Marchioni cominciò a recitare il rosario: fu ucciso ai piedi dell'altare". Sono passati 82 anni dagli Eccidi di Monte Sole

Fu la più grande strage di civili compiuta dai nazisti nell'Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale. Dopo 82 anni, quegli eventi continuano a risuonare nella memoria e a interrogare il nostro concetto di giustizia. Con Elena Monicelli, coordinatrice della Scuola di Pace di Monte Sole, abbiamo tentato di ricostruire la vicenda. Nell'articolo, la testimonianza di Lidia Perini, diciassettenne sopravvissuta agli eccidi del settembre-ottobre 1944

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

In questi giorni, precisamente tra il 29 settembre e il 5 ottobre, cade l'82esimo anniversario degli Eccidi di Monte Sole: una terribile serie di stragi sui civili condotte dalle SS naziste nei territori di Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi, nel bolognese. Si trattò di uno dei maggiori massacri del conflitto '39-'43, conosciuto anche come "Strage di Marzabotto".

 

"La dicitura corretta per indicare i fatti dell'autunno 1944 è 'Eccidi di Monte Sole', al plurale. Si tratta della più grande strage di civili compiuta dai nazisti nell'Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale".

 

A spiegarlo a L'Altramontagna è Elena Monicelli, coordinatrice della Scuola di Pace di Monte Sole, una fondazione nata nel 2002 che ha lo scopo di promuovere iniziative di formazione ed educazione alla pace, alla trasformazione nonviolenta dei conflitti e alla convivenza pacifica tra popoli e culture diverse. In questi giorni, Monicelli è impegnata in un campo internazionale, in occasione dell'anniversario, dove una quarantina di ragazzi e ragazze provenienti da diversi paesi europei si incontrano su quei luoghi per ragionare sul significato del ricordo e su come la memoria si possa legare ad una riflessione sulla pace del tutto attuale.

 

Proprio in quest'ottica, la coordinatrice della Scuola di Pace ci ha accompagnati sulle tracce di quei momenti, aiutandoci a ricostruire il contesto in cui si sono consumate alcune delle efferatezze più brutali della nostra storia contemporanea.

 

Dal mese di agosto 1944, dopo la liberazione di Firenze, l'esercito alleato e quello nazista si fronteggiano sulla linea gotica. L'area di Monte Sole, compresa tra le valli del Reno e del Setta - gli attuali comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana - costituisce l'immediata retroguardia difensiva dell'esercito nazista. In questa zona si è costituita, sin dall'ottobre 1943 una brigata partigiana, la "Stella Rossa", fondata da elementi locali e composta da persone di differenti matrici politiche e culturali.

 

"Era sicuramente un territorio estremamente strategico: da queste colline si potevano controllare le principali vie di accesso e di passaggio lungo l'Appennino. Alla fine dell'estate del 1944, la Linea Gotica si era stabilizzata poco sotto Monte Sole: la situazione è quella di un fronte già estremamente violento, caratterizzato da scontri, battaglie e stragi che cominciano a intensificarsi in tutta la Toscana e l'Emilia-Romagna".

 

In questo contesto viene pianificata un'operazione militare sostanzialmente finalizzata al massacro. Dalle ricerche storiche più recenti è emerso che l'operazione di Monte Sole è l'unica di questo genere che, nei documenti dell'esercito nazista, viene esplicitamente definita come un'"operazione di annientamento".

 

"Non si trattò di una rappresaglia: questo è un punto che mi interessa sottolineare. È vero che sul territorio era presente una formazione partigiana - la Stella Rossa - e che c'erano state azioni di disturbo e di guerriglia. Ma non sono sufficienti a spiegare quello che accadde. La rappresaglia, per quanto possa sembrare assurda o atroce, è un'azione codificata: prevede un'azione e una reazione, con una determinata proporzionalità. A Monte Sole, invece, nei giorni immediatamente precedenti non ci fu nulla che possa essere considerato il motore dell'operazione. Si trattò di un'operazione priva di vincoli, finalizzata di fatto alla 'pulizia' e all'annientamento della popolazione".

 

Nel momento in cui l'esercito tedesco passa da esercito alleato a occupante, inizia la fase più consistente della resistenza armata. Sul Monte Sole, la brigata partigiana Stella Rossa aveva la sua base principale: di qui erano in grado di colpire quotidianamente le strade e le ferrovie che collegano Bologna alla Toscana. Perciò, da Berlino cambiano gli ordini.

 

"Si innesta un diverso modo di fare la guerra e di stare sul territorio. Alcune direttive già sperimentate sul fronte orientale vengono trasferite anche sul fronte italiano. La presenza della Resistenza modifica l'atteggiamento dell'esercito occupante, rendendolo molto più aggressivo e brutale".

 

L'operazione nazista su Monte Sole, secondo le cronache, si sviluppa nel giro di sei giorni, ma in realtà ci saranno strascichi e uccisioni anche successivi. La formazione che ha in carico l'operazione è la 16ª Divisione corazzata granatieri "Reichsführer - SS". L'attacco viene deciso per la mattina del 29 settembre, all'alba.

 

Furono di fatto quattro plotoni (circa 1000 soldati) salgono dal versante del torrente Setta e cominciano ad attaccare tutti i paesi, le case sparse e le chiese che incontrano. Nella valle del Reno vengono invece dispiegati i cosiddetti reparti di cinturazione e sbarramento, appartenenti alla Wehrmacht, cioè all'esercito regolare, con il compito di chiudere la zona e impedire la fuga.  Un ruolo centrale è svolto dal battaglione esplorante comandato dal maggiore Walter Reder.

 

Credendo nel valore qualitativo delle memorie e diffidando dai soli numeri, il testo è qui interrotto dalla testimonianza di Lidia Perini, all'epoca diciassettenne sopravvissuta agli eccidi, il cui testo è tratto da Marzabotto parla, di Renato Giorgi.

 

 

Era il 29 settembre, alle nove del mattino. Alla notizia dell'arrivo dei tedeschi, avevo preferito fuggire a Casaglia, sembrandomi Cerpiano luogo meno sicuro. Abbandonai così i miei familiari, e non ero con loro quando li assassinarono. Mia madre e una sorella di dodici anni, otto cugini e quattro zie, furono massacrati il 29 e 30 settembre in Cerpiano. Il 29 li ferirono soltanto, il 30 i nazisti tornarono a finirli.

Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove correre e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, piena per metà, e don Marchioni cominciò a recitare il rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell'altare: allora non me ne accorsi e adesso riferisco solo quanto ricordo.

Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire e ci misero in mezzo a loro e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscirono ad aprirlo.

Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta.

Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c'erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre più. Mi avevano scheggiato l'osso e non sono mai più riuscita a guarire bene, anche dopo mesi e anni di cura.

Venne la sera, venne la notte, io stavo sempre là sotto, senza rischiare a gridare o lamentarmi, perché avevo paura, anche se il dolore alla coscia si era fatto insopportabile e non riuscivo più a respirare per quelli che mi stavano addosso. Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti.

Così passò la notte e quasi tutto il giorno 30. Sul tardo pomeriggio arrivò finalmente un uomo a cercare i familiari: li trovò tutti massacrati e anche una parente ferita che trasportò fuori dal mucchio dei cadaveri. Lo chiamai e mi venne vicino: "Tutti morti", mi disse, "moglie e figli tutti morti!". Mi dimenticai di chiedergli che mi tirasse fuori dalla mia posizione, né a lui venne in mento di farlo. Lo pregai però di tornare ad aiutarmi dopo aver soccorso la sua parente; me lo promise, purché non avesse avvertito la presenza dei nazisti. Così se ne andò e io stetti ad aspettare. Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e pian piano mi allontanai dal cimitero.

 

 

Le modalità sono abbastanza costanti: la mattina i soldati salgono dai diversi versanti, compiono l'operazione accerchiando e la sera rientrano al quartier generale. Le persone colpite sono prevalentemente civili inermi. Esiste un solo scontro che possiamo definire tale, con la Stella Rossa, e avviene proprio la mattina del 29 settembre. In quel contesto vengono assassinati tutti i vertici della Stella Rossa e, di fatto, la brigata si sfalda. Non c'è nemmeno il tempo di organizzare una forma di resistenza significativa, anche perché le forze in campo sono estremamente squilibrate.

 

Così le stragi proseguono indisturbate per quasi una settimana, con un giorno di pausa per le truppe il 2 ottobre. Il bilancio dei 7 giorni di eccidi è di 770 vittime di cui 216 bambini, 142 ultrasessantenni, 316 donne. L'eccidio viene compiuto in 115 luoghi: paesini, case sparse, chiese. Anche dopo la fine del conflitto, le persone continueranno a morire nel territorio di Monte Sole, le colline sono ancora completamente minate.

 

Dopo la Liberazione e la fine del conflitto, nei primi Anni Cinquanta, fu soltanto il maggiore Reder a venire processato e condannato dal tribunale militare di Bologna. Successivamente, all'inizio degli anni Duemila, si sono celebrati nuovi processi, questa volta davanti al Tribunale militare di La Spezia. Gli imputati, se non erro, erano 17 tra ufficiali e sottoufficiali nazisti. Nessuno di loro si presentò mai alle udienze: all'inizio degli anni Duemila si trattava ormai di persone molto anziane e alcune morirono anche durante il processo.

 

"Questi nuovi processi sono scaturiti dal cosiddetto 'Armadio della vergogna', cioè dal ritrovamento, presso la Procura militare di Roma, di centinaia di fascicoli relativi a crimini di guerra che erano stati archiviati. Anche la definizione di 'archiviazione provvisoria' è problematica dal punto di vista giuridico: una cosa o viene archiviata o rimane aperta. Ma dietro questa vicenda entra tutta la politica internazionale della Guerra fredda. Nei fascicoli c'erano moltissimi casi riguardanti crimini fascisti. In Italia, inoltre, continuava ad avere effetto l'amnistia Togliatti. Alcuni fascicoli venivano quindi aperti e immediatamente chiusi, mentre per altri partirono nuove indagini che portarono all'incriminazione dei 17 ufficiali e sottufficiali tedeschi".

 

La 16ª Divisione, in realtà, era una formazione internazionale e non era composta esclusivamente da tedeschi, molte guardie fasciste presero parte ai massacri, ma ad essere imputati furono soltanto i tedeschi. Nel 2007 si conclude il primo grado, con dieci condanne e sette assoluzioni. Oggi non è rimasto in vita nessuno degli imputati.

 

Le tracce di questi eventi hanno segnato profondamente quelle zone e la memoria collettiva. Un enorme lavoro di raccolta delle testimonianze è stato svolto: molte persone hanno parlato, moltissime altre no. Per tanti, quello che è successo è stato un trauma che ha prodotto, da un certo punto di vista, il silenzio. "Il processo dell'inizio degli anni Duemila - spiega Monicelli - è stato significativo anche per questo: in quella circostanza alcune persone che non avevano mai parlato decisero di accettare di testimoniare".

 

Durante quella fase processuale nacque l'Associazione dei familiari e dei superstiti, che ancora oggi porta avanti la propria battaglia. La vicenda giudiziaria è estremamente complessa e non è ancora del tutto chiusa. Per i familiari, infatti, la questione non riguarda soltanto una giustizia puntuale, relativa ai singoli responsabili.

 

"Il diritto internazionale - spiega Monicelli - è, in larga parte, un diritto consuetudinario: si basa sui precedenti e sulla giurisprudenza, secondo una logica diversa da quella del diritto italiano. Per questo, se si fosse riusciti ad arrivare a delle condanne e a stabilire principi importanti sulla violazione dei diritti a Monte Sole, questo avrebbe potuto costituire un precedente per una concezione della giustizia internazionale nel presente".

 

"Qualche anno fa – continua la coordinatrice dell'associazione - abbiamo realizzato un progetto con donne e uomini rifugiati e rifugiate dall'Afghanistan. Hanno incontrato l'Associazione dei familiari e alcuni suoi rappresentanti, e proprio questo tema è stato quello più discusso. Queste persone erano dovute fuggire dall'Afghanistan dopo il ritorno dei talebani e portavano con sé storie traumatiche incredibili. Per loro una prospettiva di giustizia è qualcosa di molto lontano. Vedere che, a distanza di ottant'anni, c'è ancora qualcun altro che continua a battersi e a rivendicare principi e valori di giustizia è stato un momento di grande commozione".

 

Si tratta di dare un senso a ciò che è accaduto. Non è finito tutto lì: con il numero delle vittime e i processi ai carnefici. Non lo è quasi mai. Il trauma - se elaborato e non rimosso - può alimentare, nel tempo, la costruzione di una società fondata su determinati valori e principi di giustizia. È una battaglia che accomuna moltissime persone, intere popolazioni, di ieri e di oggi.

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